Parte I- Capitolo unico: 10 - Ostilità alla cultura che viene dal basso


Concludendo

 

       

      Sulle situazioni, condizioni, vita... delle classi subaltrerne nei secoli dobbiamo prendere atto che gli studi sono ancora pressoché tutti da fare, se uno studioso del calibro del Camporesi(73); parlando del medioevo, a proposito delle genti appartenenti al folklore, agli spiriti della cultura subalterna, alla cultura popolare dall’identità soffocata, alla funzione della giullarìa, afferma che: Il quadro purtroppo è ancora oscuro e quasi tutto da delineare.

 

        Su questa linea non si possono tacere gli studi di un’epigone di tanto Maestro, la Prof.ssa Casali(74); la quale, partendo dal medioevo e trattando non solo gli aspetti ludici ma soprattutto quelli generali e sociali delle classi più umili delle nostrane zone, giunge a trattare il periodo della controriforma e oltre, dicendo:

 

        Lo studio dei molteplici aspetti delle culture popolari preindustriali è, comunque, ancora in gran parte da compiere. Per ricomporre le culture prodotte da generazioni , per le quali l’oralità rappresentava il principale sistema di creazione e di trasmissione culturale, sono necessarie pazienti ed accurate operazioni di ricerca, di analisi e di interpretazioni di materiale documentario scritto. Si tratta di far emergere da pagine, che in negativo ed indirettamente si riferiscono al mondo popolare, la ricchezza del patrimonio folclorico, le forme di vita delle classi popolari.

 

        Sulla situazione degli studi attuali sull’argomento sono cambiati i modi di fare e di essere degli strati sociali, sono cambiate le situazioni socio-economiche delle popolazioni, ma non sono cambiate le situazioni di dominio culturale (sia pure esercitate con sistemi diversi), né l’egemonia istituzionale sulle culture altre; fatte salve le eccezioni. Questo, per l’ennesima volta, è scritto a chiare lettere sempre nei Musei detti e più in specifico della cultura che riguarda la terra in tutti i suoi molteplici aspetti, ludici compresi; basta averne la conoscenza e in quei luoghi si possono chiaramente e comodamente leggere.

        Se gli studiosi medievisti, nell’ambito dei propri studi hanno il grande merito di avere dubbi, procedere per ipostesi, non dare nulla per scontato se non avvalorato da riscontri, documentazione, prove, cautele, ecc.; se il Camporesi nei propri studi ricerca un’oggettività di vita subalterna orientata verso aspetti ludici, diabolici, pauperistici, sociali e non solo... cercando di estrapolarli dalla negatività degli scritti antichi, come scrive pressapoco nel suo Il paese della fame; se la Casali studia oggettivi aspetti di vita astrologica, di lavoro, di rapporti fra potente e subalterno, di condizioni di vita da servi, ecc.; non altrettanto si può dire oggi delle istituzioni che dovrebbero mettere in pratica ricerche per restituirci un vissuto, dall’unità d’Italia alla seconda guerra mondiale, delle genti che nella Regione lavoravano la terra.

        Pur ripetendoci si riassumono quelli che si ritiene siano i limiti di conoscenza istituzionali su ciò che oggi viene definito lavoro, vita, civiltà, cultura, ecc. contadino/a. Lavoro, civiltà, cultura, vita, ecc. contadino/a lo saranno senz’altro... ma solo nella mentalità e nell’intenzione dei rappre-sentanti istituzionali, secondo la propria formazione intellettuale... e i “contadini” che questi  conoscono non sono quelli veri. I Musei in questione, in Emilia-Romagna, sono la documentata testimonianza di tutto questo. E la loro visita da parte di qualcuno che porti la propria storia stampata nella propria memoria (a parte la presenza dei propri strumenti di lavoro) s’accorge subito delle mancanze che esistono e sono:  a) – l’assenza della propria presenza come uomo e come artefice dell’uso di quegli attrezzi... e di conseguenza anche l’assenza del proprio mondo; b) – la mancanza di una lettura di quegli attrezzi anche solo come documenti (a parte l’auspicio del socio della Stadura Negrini, circa la descrizione della storia di ogni oggetto presente)... se esiste, a chi scrive non è stato dato conoscere; c) – le schede ARS non rendono sufficiente giustizia; d) – l’as-senza completa o quasi, in specifico, del linguaggio di quel mondo... unico sentiero possibile per poterlo penetrare. Nei detti Musei esiste molto materiale, che è senz’altro un vanto per le istituzioni regionali; strumenti che sono un’inestimabile patrimonio culturale di indiscusso valore; punto di riferimento sicuro per chiunque ne voglia usufruire ma... tutto appannaggio della cultura egemone, la quale, non avendone un approccio corretto, ne lede o falsa il valore. E il sapere dei contadini?... se ci fosse, quegli oggetti sarebbero senz’altro vivi. È tutto materiale muto, che non trasmette, se non solo la vista, poco altro. I veri contadini sono portatori di una cultura altra... che, nonostante i tentativi, in quei musei non emerge, o emerge in parte certamente non cospicua, non sempre og-gettiva e non sempre con significati propri. A ben guardare l’istituzione ha sì il merito di aver assecondato la costruzione di quei musei, ma sono solo contenitori, la conoscenza del contenuto è pressoché latitante... motivo per cui, per i testimoni e protagonisti di quel mondo che si vorrebbe rappresentare, rimane solo al stracantòñ di badanâj (l’angolo dove si mettono gli oggetti che non servono più).

        Oltre ai limiti qui sopra esposti esistono altre spie, indizi, manifestazioni di tipo bibliografico, archivistico, iconografico, convegnistico che inducono a confermare quanto detto. Es. la lettura estetico-sociale di una stadura, mentre a chi lo usava non interessava affatto: il suo sapere era ed è ancora la funzione e l’uso;  la produzione e la lettura degli aratri (non sempre corretta) da parte degli studiosi come storia dell’attrezzo, tutte operazioni estranee agli operatori, che dovevano solo saperlo usare... come, dove, quando, perché, conoscere il tipo e le condizioni della terra, ecc. Il non saper ricostruire il movimento dell’aratro nelle cavedagne: bastava conoscere e gestire le bestie, e il movimento avveniva da solo; le fotografie mostrate dal Dott. (**) sulla ricostruzione della semina del frumento con l’aræ (come in antico) con relativo risultato deludente, verosimilmente appreso dalle bibliografie. Alla lettura di queste fotografie di primo acchito balza immediatamente all’oc-chio che delle operazione necessarie per quel tipo di semina ne sono state effettuate neppure la metà, quindi emerge la labile competenza degli studiosi. La lettura del materiale raccolto nei musei, in generale, è letto (quel poco che si è visto e si vede) in senso ontologico e non in senso funzionale; non nel contesto e (per ovvie ragioni) in lingua italiana... quindi portano a far sparire le tessere del puzzle o le valenze della formula chimica in altra parte descritte, nonché i riferimenti dei dialetti, che sono chiari ed evidenti. Al riguardo, essendo una cultura dialettofona e orale (contrariamente a quanto insegna Hagège), si creano (secondo un concetto intellettuale-accademico) nuove definizioni... magari senza tener conto del sapere contadino. L’esempio è anche nel lemma mondina e negl’altri con tema mond, le quali hanno tutte (semanticamente parlando) riferimento anche al coito (mondare è uno dei lemmi che traduce anche coire); oppure l’aver rinomeklato con il termine incannatoio lo strumento mulinæl... è voce che la scienza medica traduce e definisce organo copulatore maschile. Osservando: letture di tipo intellettualistico della vita e dell’essere stati “contadini” (v. i film più sopra citati) secondo concetti che non appartengono alle culture materiali... nonché un’intellettualità nella lettura e nella descrizione dei fatti del vissuto, ecc. per ingentilirli, nobilitarli (anche se agli addetti fa un po’ ridere) per renderli più digeribili ad un pubblico che non li conosce e magari se ne disinteressa; se ne costruiscono dei fittizi più o meno validi come cliché, ma non veritieri.

        Ci sarebbe ancora tutto un mondo da scoprire, da testimoniare, da descrivere, da documentare, da conoscere nell’ambito dei treppi, ma... l’interesse istituzionale per una ricerca di questo tipo, in luoghi extraccademici dov’è?... la volontà di fare ricerca sul campo?... andare a fare ricerca?... per ricercare cosa???...

 

 

 

NOTE al capitolo unico 

 

        (1) –  Carlo Bo, intervista per i suoi novant’anni;  Antonio Gnoli su  “La Repubblica”, 24/01/2001, pag. 49.

        (2) – Erving Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna, 2005. La doppia chiave di lettura della rappresentazione come vita quotidiana e come vita teatrale; dal punto di vista “contadino”, se si tiene conto della diversità e della grande distanza culturale fra i due mondi, non è detto possa essere coniugabile. Senza dimenticare che le attività “teatrali”, e in generale ludiche di gruppi o di masse, potevano ridursi a poche ore l’anno.

        (3) – Benedetto Croce, La poesia popolare come , in Elide Casali, Letteratura e cultura popolare, Zanichelli, Bologna, 1982, pag. 118.

        (4) -- Massaro: qui letto in senso non vocabolaristico. Era colui il quale si interessava e organizzava gli “spettaco-li” privati e/o pubblici per carnevale. Doveva essere persona stimata, conosciuta, riconosciuta di provata onestà e rettitudine morale.

        (5) – Battere: antica usanza per soli uomini del contado, di andare a battere (appunto) alla porta della casa dove si ballava. Si doveva essere in pochi o pochissimi; e bisognava, almeno uno, essere conosciuti. Si poteva essere accettati o non accettati. Se non c’erano vecchie ruggini o ripicche con qualcuno dei presenti, in genere si veniva accettati e invitati ad entrare da colui che era il responsabile della festa e/o dal padrone di casa. Se si veniva accettati, la compagnia ospi-tante aveva l’obbligo di concedere tre balli a ognuno degli ospiti con una (in genere) delle ragazze presenti, che non potevano rifiutarsi. Gli ospiti avevano i diritto di chiedere altri tre balli, che in genere venivano concessi. Chiederne altri tre cominciava ad essere una invadenza e potevano essere concessi o rifiutati. Dopo i nove balli la cosa assumeva il significato di voler partecipare alla festa senza invito e potevano nascere delle discussioni o anche liti, in quanto non tutti conoscevano le regole; inoltre bisognava aggiungervi l’arretratezza culturale e civile. Generalmente, gli ospiti, fatti i sei balli, ringraziavano, salutavano e se ne andavano; sempre con il massimo rispetto (che era sacro) per la famiglia.

        (6) – Presécch o prasécch: spicchi di mela (lavata o anche smarcita) non pelata messi a seccare nel forno su una graticcia di vimini, dopo la cottura del pane e lasciati fino al giorno dopo. Si toglievano, abbrustoliti, si mettevano in un sacchetto e si mangiavano d’inverno. Stando nel sacchetto rinvenivano e quando si mangiavano erano elastici. Il man-giarli era buona ginnastica masticatoria; ottima per i muscoli masseteri e pterigoidei. Era noto anche la convinzione (da parte di alcuni) venissero fatti per le donne che d’inverno, dovendo filare, era necessario stimolare loro la salivazione.

        (7) –  Remo Melloni, Tradizioni e forme popolari di teatro, in Quaderni del C.E.F.: Atti del convegno “Dialetto e lingue nelle forme popolari di teatro”, Copparo 7-8 ottobre 1977, pagg. 11 e segg.

        (7 bis) – Jerzy Grotowski, Per un teatro povero, Bulzoni 1970, pagg. 19 e segg.    

        (8) – Narciso o Narcisino da Mal Albergo (l’attuale Malalbergo BO). Maschera bolognese della commedia del-l’Arte. Contadino, contraltare del dott. Balanzone.

        (9) – Mascaræ (mascherata): spettacolo carnevalesco in piccole località del bolognese, per le comunità locali. Ne esiste una ricostruzione del Broccoli sulla base delle testimonianze raccolte sul campo. È stata rappresentata dal g.e.m.p. (Gruppo Emiliano di Musica Popolare), diretto da Paolo Giacomoni, stampato in proprio, 1984.

        (10) – Misclæ: miscela di medica o fieno con paglia di grano in proporzione circa di metà e metà. Era l’alimenta-zione bovina in inverno e in genere quando le bestie non lavoravano. La percentuale poteva anche cambiare: dipendeva dalla quantità di mangime disponibile.

        (11) – Luciano Manini, Pumpiàtt Gandòulf,  in  Pompeo Gandolfi  e il suo mondo dei burattini, ABC – Quaderni Minerbiesi II, a cura di Tiberio Artioli, Tip. Bagnoli, Pieve di Cento (BO),  2006,  pagg.  5 e segg.

        (12) – Gaspare Ungarelli, Vocabolario del Dialetto Bolognese, reprint Bologna 1901, Insubria, Milano, 1979, voce Zirudæla, pag. 297.

       (13) – Pladûr: Pelatoio, luogo dove si pela; Vocabolario bolognese italiano, Carolina Coronedi Berti, BO Monti 1869-1874; ristampa anastatica, Martello, Milano, MCMLXIX, alla voce, pag. 189. In questa accezione è chiaro che il lemma (dato il contesto della festa matrimoniale) del significato vocabolaristico assume il senso di festa, confusione, baccano...

        (13 bis) – cosa c’è? / hai il fantasma! / èh? / hai il fantasma!!! / dove?  a sedere dietro di te, sul carro! / a sì?…

        (14) – scricco: avere le scarpe con lo scricco era un quasi privilegio delle categorie sociali abbienti; non che le categorie povere non le desiderassero: non se le potevano permettere. Nella bassa bolognese si diceva scærp co’ ’l gnecch (itz. scarpe col gnicco). Era un segno di eleganza e di distinzione.

        In un  paio di scarpe nuove, di cuoio, il calzolaio metteva internamente e a contatto diretto con la suola un cicchet-to (sempre di cuoio), il quale, quando il portatore delle scarpe faceva il passo, sfregando, emetteva il classico suono;  era un mezzo per conquistare le ragazze e mettersi in mostra.

        (15) – voi sapete che il massaro / vuole sempre chiacchierare / quando arriva da questi dì / ma mai  che dica più di quel ch’è.

        (16) – venendo avanti piani piano / con il mio bastone in mano / così come s’usa fare / in questi giorni dal bravo massaro…

        (17) –  di sunâj! (dei sonagli) espressione che oggi suona pressappoco: col cacchio! Sunâj era anche una delle definizioni date ai testicoli umani.

        (18) – ...non passa nemmeno dall’uscio di casa: è riferito alla censura, sarebbe censurata.

        (19)   sono qua mia bell’udienza / non c’è rimedio, bisogna che cominci, / a salutare tutti in una volta, fin che sono qui dalla porta. / E venendo avanti piano piano / con il mio bastone i mano, / come da questi giorni sogliono fare / coloro che parlano da massari, / e per farmi un po’ d’onore / saluto prima il reggitore. / Come conviene e come ognuno sa / devo conoscere subito il capo di casa, / e poi gli chiedo se è contento / che io gli rechi un po’ di divertimento / raccontando le mie composizioni / e stare un po’ in conversazione. / Come è costume di questi giorni / che si sta allegri notte e giorno, / e per questo io sono venuto / perché (per dire) ho saputo / che qui c’è una festa da ballo. / Con bravissimi suonatori / viva loro e diciamolo pure, / viva, viva dirò nel mentre / perché sono bravi e ci tirano dentro! / Non in un modo troppo strepitoso / ma in un tempo bello e gustoso. / Per questo prego la comitiva / a questi suonatori  fare un evviva, / e un’altro evviva preparato / per l’intera società, / che per ballare si spendono quattrini; / un evviva a loro (intesa come i presenti) senza fine. 

        (20) – Ho cominciato a fare riflessioni / che ero ancora là dal portone, / e me ne sono sempre tenuto in mente / per salutare tutta sta gente. / ma il primo che faccio tra costoro / deve essere il reggitore, / e tutti gli altri di mano in mano; / che io ho avuto l’onore / di avere l’incarico di Visitatore. / Queste alcune mascherate / sono venute da me e m’hanno pregato / che prenda l’incombenza / presentarmi e domandare udienza, / al reggitore e ai suoi rappresentanti / se prende dentro questi alcuni, / mascherati come ho detto / che sono qui, proprio subito. / Si sono fermati solo un momento / dunque reggitore, se siete contento / vado a dire loro: tutti quanti, / che con prudenza vengano avanti! / Puricinèlla, avanti pure / mascherati e suantori / che stiamo allegria! / prima che carnevale vada via, / che la quaresima è qui d’appresso / divertitevi che io taccio!

        (21) – Zirudèlla alzo il braccio / per salutare tutti questi ragazzi, / e ben di cuore faccio un evviva / a questa grande comitiva, / e qui giuro di non essere mai stato / in una più bella società.  

        (22) – Raffaella Sarti, Vita di casa, Laterza, Bari, 1999, pag. 230.

        (23) – Carlo Sarti,  Storia del teatro dialettale bolognese, Zanichelli, Bologna, 1895,  pagg.  55-6.

        (23 bis) – Piero Camporesi, La maschera del Bertoldo, Einaudi, Torino, 1976,  pag. 30.

        (24) – Claudia Contin, Gli abitanti di Arlecchinia (testo teatrale), prodotto e rappresentato dal Teatro Tascabile di Bergamo, anno 2005-6.

        (25) – Arlecchino, in Silvio D’Amico, Enciclopedia dello Spettacolo, SADEA, 1954, stampa Bona Torino, 1975,  al lemma, vol.  I,  pagg. 903 e segg.

        (26) – Oreste Trebbi, Una Maschera bolognese: Il Narciso, Biblioteca Archiginnasio, Scrittori bolognesi, raccolta prosa e versi, coll. Cart. III  17.

        (27) – Carlo Sarti,  Il Teatro dialettale bolognese,  Zanichelli, Bologna, 1895,  pag. 152.

        (28) – Giuliano Preda,  Abate Nullius, Ponte Nuovo, Bologna, 1999,  pag. 207.

        (29) – Ghironda, Alberto Basso, Dizionario della musica e dei musicisti, U.T.E.T., 1983, ristampa 1992,  vol. II,  pag. 359.

        (30) – André Pirro, in Francesco Alberto Gallo (a cura di), Musica e Storia tra medioevo e età moderna, Il Mulino, Bologna, 1986, pag. 46.

        (31) – Rehinard Strohm, Panorama musicale di Bruges, in Franceso Alberto Gallo (a cura di),  Musica e Storia tra  medioevo e età moderna, Il Mulino, Bologna, 1986, pag. 195.

        (32) – Giuseppe Cocchiara, Il Mondo alla rovescia, Boringhieri, Torino, 1981,  pag. 16.

        (33) – Fedora Servetti Donati, Sua conferenza (anni ’90) alla sede della  Famèja bulgnèisa (Via Barberia 11, BO) e successivo colloquio con chi scrive.

        (34) – Armide Broccoli, “Il Cantastorie”, rivista di tradizioni popolari)”, nn° 14 -15 terza serie, anno 22, aprile –settembre 1984, pagg. 42 e segg.;           

        (35) – “Il Cantastorie”, (...)”,  n° 16 terza serie, anno 22, ottobre – dicembre 1984, pagg. 57 e segg.

        (36) – E qui comincia un’altra scena.

Viene fuori Sandrone, vede Gaspar (Gaspare) a terra colpito, lo guarda,  lo chiama, lo muove, vede  che sta   male.                                          

È notte tarda, va a bussare alla porta del dottore, il quale sente e chiede:

-      Chi è?

-          Sono io, Barba Sandrone.

-          Ma cosa vuoi a quest’ora?

-          C’è un uomo che sta molto male! Faccia presto!

-          Arrivo subito. – Via che vanno e arrivano da Gaspar ferito. Il dottore, visto l’uomo, dice: –

-          Quest’uomo sta molto male. – s’abbassa per guardarlo, lo gira, lo guarda, lo ascolta, lo volta verso Barba Sandrone e dice: –

-          Questo è già morto. Bisogna darci da fare per trovare il colpevole. Tu Sandrone mi dovrai portare il colpevole, se non vuoi che la colpa cada su di te!

-          Io dottore vado a trovare quel brutto delinquente. – va e trova Mingòn, lo porta davanti al dottore, che, come lo vede, viene fuori qualche battuta seria. Poi il dottore vuole le sue generalità (di Mingòn) e questi gli risponde: –

-          Se proprio le vuole incominci a scrivere: Io mi chiamo Figlio del fu Tasca Rotta, nato nel comune della fame, Distretto della sete, Mandamento della Povertà, Caro te socc… te e lui là.

-           – il  dottore dice che Gaspar è morto ma Mingòn, colpevole, dice che è vivo e con la sua medicina fa rivivere i morti. Il dottore insiste che Gaspar è morto e Mingòn a ripetere che ha la medicina per fare rivivere i morti e: –

-          se vuoi la mia ricetta comincia a scrivere, questa è la ricetta: devi prendere dell’ombra di fosso, del midollo di catenaccio e del suono di campana, e fare un bel massaggio in quella posizione che sai tu.

        (37) – Giuseppe  Cocchiara, Il mondo alla rovescia, Boringhieri, Torino, 1981, pag. 142.

        (38) – Enciclopedia Motta, anno MCMLX, vol. II, lemma cicadari, pag. 204.

        (39) – Piero Camporesi, in Giuseppe Cocchiara, Il mondo alla rovescia, Boringhieri,  Torino, 1981,  pag.  2.

        (40) – Luciano Manini, Pumpiàtt Gandòulf, in “Il Cantastorie” (...)”, terza serie n° 25, gennaio-marzo 1987, pagg. 26 e segg.;  segue “Il Cantastorie”(...), terza serie n° 26, aprile-settembre 1987,  pagg. 3 e segg.

        (41) – Alessandro Cervellati, Burattini e burattinai bolognesi (Fagiolino e C.), Cappelli, Bologna, 1974, II ediz.

        (42) – Armide Broccoli, Brighetti Carlo, in “Il Cantastorie (...)”, terza serie n° 1, aprile 1981, pagg. 14 e segg. (biografia); “Il Cantastorie (...)”, terza serie n° 2, giugno 1981, pagg. 56 e segg. (prima parte del testo); “Il Cantastorie” (...)”, terza serie n° 4, dicembre 1981, pagg. 249 e segg. (seconda parte).

        (43) Elide Casali, Il Villano dirozzato, La nuova Italia, Firenze, 1982,  pag. 118.

        (44) – Piero Camporesi, Il paese della fame, Il Mulino, Bologna, 1985,  pag. 23.

        (45) – Montichiello: pluridecennale attività teatrale del paese toscano, dove alle rappresentazioni in piazza parteci-pa tutto il paese (anche un centinaio di persone), da anni materiale di studio per i corsi dell’Accademia d’Arte Dram-matica di Roma.

        (46) – se facessimo tutta un’unione / ne farebbero cinquantanove preti e padroni, / loro per forza farebbero padella / e questa sarebbe una cosa bella.

        (47)   come va tuo figlio a scuola?

-          Va, potrebbe andare meglio ma va!

-          Ha poi solo dieci anni!

-          Va bene, ma mi piacerebbe che studiasse, che facesse le medie, magari l’università… perché capisse di più!

-          (sorpreso) …e perché capisse di più lo manderesti poi all’università!?!?

        (48) – Luciano Leonesi, Il romanzo del Teatro di Massa, Cappelli, Bologna, 1989.

        (49) – Qui l’autore è incorso in un lapsus: nelle zone montanare bolognesi non ci sono state mai risaie (per ovvi motivi). Esistevano risaiole montanare che, al tempo della sarchiatura, andavano a fare la campagna del riso. A noi non  risulta a branco, ma non è da escludere.

        (50) – Jean-Marie Pesez, Storia della cultura materiale, in Jacques Le Goff (a cura di), La nuova storia,  Arnoldo Mondadori, Milano, 1990,  pag. 174.

        (51) – Luciano Leonesi, Il romanzo del Teatro di Massa,   Cappelli,  Bologna,  pag. 178.

        (52) – Fausto Coen,  Italiani ed ebrei. -le leggi razziali del 1938-, Marietti, Genova, 1988, pagg. 71-2

        (53) – Enzo Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Laterza, Bari, 2003,  pagg. 69-70.

        (54) – Raffaella Simili, Una comunità scientifica discriminata, non perseguitata”, in Domenico Mirri e Stefano Arieti (a cura di), La cattedra negata, CLUEB, Bologna, 2002, pagg. 29 e segg.

        (55) – Domenico Mirri e Stefano Arieti,  La cattedra negata, CLUEB, Bologna,  2002, Presentazione,  pag. 11.

        (56) – Luigi Paioli, Memoriale dell’8 agosto 1848, in “Bollettino del Museo del Risorgimento” (di Bolgna), Bolo-gna, anno XL-XLI, 1995-1996, pagg. 143-4,  ISSN  0523 – 9478.

        (57) – Vito Fumagalli,  Storie di val padana, Camunia, Milano, 1992,  pag. 160.

        (58) – Claudio Meldolesi, Fondamenti del Teatro Italiano, Sansoni, Firenze, 1984; Luciano Leonesi, Calorosi ap-plausi domani si replica, Vangelista, Milano, 1986.

        (59) – Luciano  Leonesi, Calorosi applausi domani si replica, Vangelista, Milano, 1986, pag. 20.

        (60) – Luciano  Leonesi, Calorosi applausi…, pag. 21.

        (61) – Dario Fo, in  Luciano Leonesi, Calorosi applausi…, pagg. 5  e segg.

        (62) – Naftalina, soprannome dato al M.llo dei CC. di Bentivoglio negli anni ’50, per il suo modo di parlare e il suo comportamento.

        (63) – Davide Amadei (a cura di), Arrigo Lucchini, Cronache del teatro dialettale bolognese dalle origini ai giorni nostri, Pendragon, Bologna, 2006, pag. 157.

        (64) – Paul Zumthor, Spettacolo popolare e pubblico, in Elide Casali (a cura di), Letteratura e cultura popolare, Zanichelli, Bologna, 1982, pag. 198.

        (65) – Elide Casali, Letteratura e cultura popolare, Zanichelli, Bologna, 1982,  pag.  11-2

        (66) – Anna Selva, ideatrice e realizzatrice del progetto educativo extrascolare, nonché insegnante con funzioni anche direttive alla Scuola di Casaglia; componente e preziosa collaboratrice della Compagnia Teater Campagnöl. Aveva vissuto tutta l’esperienza del G.T.V.

        (67)– ahaaa!… ma voi fate del teatro!…

-          Perché, cosa credevate che facessimo? (rispose qualcuno).

-          Credevo che faceste una cosa così… tanto per stare in compagnia…

-          Abbiamo montato questa commedia e facciamo questa.

-          No, no, la commedia mi è piaciuta! Però questo è teatro!… deve essere un bell’impegno, però!… (nel senso che era un grosso lavoro portare in giro quello spettacolo).

-          Quello sì!  Poi, dopo uno scambio di parole salutò dicendo:

-          …vedo che da lavorare ne avete ancora, vi lascio lavorare in pace. Arrivederci e auguri!…

        (68) – Giovanni Marzoli, Città di Alanno “Documenti di Cultura” Collana diretta da Giovanni Marzoli, ed. Centro Iniziative Abruzzesi di Lettere Arti Scienze, Alanno (Pescara), 1987, pag. 49.

        (69) – Luciano Manini, Nó as divertéven acsé (noi ci dicertivamo così),  testo  teatrale premiato ma inedito, dal quale la scena: l’amalæ o al dutòur (come veniva detta), pagg. 78 e segg.

        (70) – Cristeri,  detto improprio, si scambia la funzione con l’oggetto: enteroclisma.

        (71) – Elide Casali, Letteratura e cultura popolare,  Zanichelli, Bologna, 1982,  Introduzione, pagg. 11-2.

        (72) Traduzione della piece del dottore e dell’ammalato. Non tradotto alla lettera, né secondo i canoni della linguistica italiana; oltre alle difficoltà oggettive in altra parte dette, mancherebbero i riferimenti del contesto. Motivo per cui ci si limiterà ad italianizzare il dialetto, cercando di demolirne il meno possibile lo spirito per le esigenze della chiarezza e della letteratura italiana.

        (73) – Piero Camporesi,  Il paese della fame, il Mulino, Bologna, 1985,  pag. 25.

        (74) – Elide Casali, Letteratura e cultura popolare,  Zanichelli, Bologna, 1982,  pag. 17.

 

 

 

 

 

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