Parte I- Capitolo unico. 5 - Spettacoli in campagna



Pompeo  Gandolfi
   (detto  Pumpiàtt  Gandòulf)

 

        Parlare di Pompeo Gandolfi è un impegno serio e di molta riflessione; vale il discorso fatto sopra per la maschera. Fu persona di una coerenza, idealismo, rigore morale, esemplari; sotto l’aspetto umano, sociale, ideologico e anche politico in senso partitistico. Di tutto questo se ne fece sempre il proprio modo di vivere: non per vantarsi ma nel suo modo di essere d’esempio. “Come fai a essere creduto se non sei d’esempio?” diceva. È vero che prima del matrimonio e dopo la vedo-vanza, essendo uomo di sani, leciti e onesti appetiti, non disdegnava la compagnia femminile, ma sul proprio comportamento umano, familiare, civile, sociale, politico, al momento della propria dipartita, confrontando il bilancio di quanto aveva dato nella propria vita e di quanto da essa aveva ricevuto, era di gran lunga in credito. Non si intende qui riscrivere la sua biografia ma qualche cenno sulla sua vita forse è opportuno, se non doveroso. Che fosse un tipo un po’ originale comin-ciò ad esserlo appena nato. Quando, personalmente, si preparò la documentazione per celebrare il proprio matrimonio s’accorse che era figlio di Augusto ma di madre NN; questo perché i propri genitori si sposarono dopo la sua nascita. La madre era di famiglia benestante e il padre solo un frabbro, seppure bravo: sapeva fare opere artististiche in ferro battuto. Con ogni probabilità, misero le loro famiglie davanti al fatto compiuto. E, racconta la figlia Mirka, quando la santola e il padre lo portarono in chiesa per il battesimo, fra questi e il parroco emersero vedute diverse circa il compor-tamento, il vivere civile, la morale; quindi, rimase figlio solo di suo padre.

        Era un fabulatore eccezionale. Aveva un modo di raccontare che faceva vedere e vivere il fat-to, l’avvenimento oggetto del racconto, con gesti, tempi e ritmi precisissimi nell’eloquio. Il sentirlo raccontare, qualunque fosse l’argomento, era un godimento, una fonte inesauribile di fatti, commen-ti, avvenimenti storici, vissuto di persone, partite, casi;  ma sempre divertimento per tutti. Una delle cose che raccontava di sé era una relazione giovanile con una ragazza sua coetanea, alla quale relazione il di lei padre era assolutamente contrario e raccontava, novello Romeo, l’avventura di salire dalla finestra per raggiungere la sua Giulietta. “Stê a ’scultær quàsta!” (state ad ascoltare questa!), diceva. La ragazza abitava nell’attuale Viale Masini a Bologna, poco distante dalla propria casa e aspettava Pompeo, di sera, a casa propria, in una stanza posta al primo piano della propria abitazione. Il primo ostacolo da superare era il pozzo, proprio sotto la finestra; lo superava salendo per la catena del pozzo stesso, alla quale era appeso il secchio. La difficoltà però non era nel salire per la catena ma nel fare in modo di non far rumore e soprattutto evitare che secchio e catena sbat-tessero contro la finestra del piano terra, dalla quale la famiglia attingeva l’acqua da stare in casa, la catena ne tagliava longitudinalmente il lume e, dietro di essa vi si trovava abitualmente il padre, per giocare a carte con gli amici. La relazione con quella ragazza durò parecchi mesi, sempre con la stessa modalità, in quanto alla ragazza non veniva concesso il permesso di uscire di casa. Questo, diceva, “al fêvan añch par fær dspæt a sö pæder” (lo facevamo anche per far dispetto a suo padre). Quando Pompeo raccontava queste ed altre cose, infarcite del suo spirito e buon umore, il diverti-mento e le risate erano assicurato/e. Cosa diversa e partecipata quando l’argomento era serio: in quelle occasioni entrava in funzione il .

        Come uomo aveva la peculiarità di voler ragionare con la propria testa e non si lasciava attrarre da cose, fatti o discorsi che non fossero in linea con i propri principi. Fu uno dei comunisti della prima ora; però fu sempre un comunista atipico. Nelle assemblee di partito riscuoteva sempre i maggiori consensi, ma a volte le sue vedute ideologiche non erano in linea con quelle del partito; l’idea di espellerlo, però, non è mai passata per la testa a nessuno: era troppo trascinatore. Nei pro-pri ragionamenti (che erano sempre improntati prima di tutto sul buon senso, sul piano umano e su quello sociale) riusciva a mettere d’accordo Carlo Marx con il Vangelo: “gli avversari (politici) vanno capiti prima di combatterli”, diceva e, nei priodici incontri con chi scrive spiegava, citando una frase marxista o un passo del Vangelo (specie il decalogo) quali erano i punti di incontro fra le due dottrine. E a questi, nel vivere la propria vita, si atteneva, anche se ateo dichiarato.

        Un esempio molto eloquente del proprio carattere fu il proprio servizio militare, a cominciare dalla visita. Fece notare al capitano medico che lo visitò “che a j era sòurd e guérz”, raccontava (che ero sordo e guercio – da ragazzo un’otite gli tolse l’udito in un orecchio e uno schizzo di acido cloridrico gli tolse la vista in un occhio–). Il capitano gli rispose che erano scuse per non voler fare il soldato: “per udire, udrai quello che puoi; per vedere, spara là”, indicandogli un ipotetico nemi-co, e lo fece abile e arruolato. “Sé, tañt ch’amâza un quajcdóñ!” (si, tanto che ammazzi qualcuno!), era il suo commento. Sul fatto di non uccidere fu di una coerenza che quasi gli costò la vita e, pur comunista, difese sempre quel comandamento del vangelo; condannò gli eccidi del comunismo e condannò pure e sempre anche i poteri che nella storia provocavano morti per fame e miseria. “Se il popolo lo lasci alla fame, per forza si ribella! non ha altra scelta; di morire di fame sei sicuro, e prima del tempo; se ti ribelli puoi anche morire ma almeno hai una speranza!”, commentava. Anche questo ragionamento faceva parte del proprio personale bagaglio filosofico; di una filosofia, spicciola se vogliamo, ma sempre piena di buon senso.

        Nonostante le menomazioni e i suoi principi dovette partire, come tantissimi altri (anche se non troppo malvolentieri causa screzi in famiglia) per la guerra. L’episodio per il quale quasi ci rimise la pelle cominciò una mattina presto (h. 6, diceva) con tutto il reggimento schierato in piazza d’armi in attesa del discorso del Colonnello comandante. Questi venne, fece un grande e lungo discorso patriottico, annunciò che era stato processato e condannato alla fucilazione un traditore, una spia e che al proprio Reggimento era stato ordinato di procedere all’esecuzione. Finito il discorso del comandante entrarono in scena i sottufficiali: - “avete udito il discorso del Colonnello, occorrono dieci volontari per formare il plotone di esecuzione; i volontari facciano un passo avanti!”, in tutto il reggimento nessuno fece un passo avanti. I sottufficiali, un po’ contrariati, insistettero cercando di stimolare lo spirito patriottico della truppa ma nessuno si offrì volontario. Procedettero a sceglirseli da soli: allora tu, tu, tu… e fra quei dieci la sorte toccò anche a Pompeo, il quale, ligio al comandamento di non uccidere, si rifiutò. Rifiuto che poi commentava:  me ch’ a vâga a mazzær lu là ch’ an m’ha fât gnìñt!?… no, no, no, quand l’é òura al mör po’ da par ló!” (io che vada ad ammazzare quello là, che non mi ha fatto niente!?… no, no, no, quando è l’ora muore poi da solo). Fu preso, disarmato e messo in cella per 8-10 giorni, poi il Colonnello comandante (che egli diceva essere stato un buon uomo) lo chiamò e come un padre, gli disse: - “senti Gandolfi, siamo in guerra e tu hai disobbedito ad un ordine… e tu sai che… in tempo di guerra, per questo c’è la corte marziale, e la sentenza è la fucilazione”. Pompeo tentò di dire che non si era rifiutato di obbedire ad un ordine ma solo di offrirsi volontario. “Ma quando i volontari non ci sono, l’essere chiamati diventa un ordine”,  gli disse il comandante. Poi continuò: - “ti offro una possibilità; se vai a fare il portaordini al fronte non sarai deferito alla corte marziale”. Che Pompeo commentava: - “era come chiedermi di scegliere se volevo essere ammazzato dai tedeschi o dagli italiani, perché i portaordini al fronte lasciavano tutti ”. “Lasciare le scarpe al sole” era il suo modo di dire che morivano. Ovviamente accettò.

        E quando agli spettatori dei suoi racconti veniva spontaneo chiedergli: - “allora, come hai fatto a portare a casa la pelle?”. “Non ho mai obbedito ad un ufficiale!”, era la risposta, pronta e decisa. Poi continuava: - “Avete visto? Quelli che l’hanno fatto sono morti, io sono ancora qui!… tanto sentite bene: mi dovevano fucilare!”. Poi raccontava dei rimproveri e dei cicchetti che collezionava perché arrivava anche a volte con molte ore di ritardo al posto dovuto. “L’ é méj arivêr tærd che brîše!” (è meglio arrivare tardi che non), commentava; ed anche questa era una sentenza della sua filosofia. Raccontava di quei momenti, commentava essere meglio tacere e pensava: - “dite pure quello che volete, voialtri, ma io voglio tornare a casa”; e per raggiungere questo obiettivo, nel suo girovagare per le prime linee del fronte, appena sentiva un colpo, uno sparo, dovunque si trovasse, fingeva di essere colpito, si buttava a terra e ci rimaneva un tempo utile per il ritorno alla normalità, si fa per dire.

        Un fatto del quale si è sempre vantato è stato di non avere mai ammazzato nessuno. “Ma, se eri militare!…” si obiettava; ed egli: - “a ’n ò mai sparæ un còulp, quindi a soñ sicûr!” (non ho mai sparato un colpo, quindi sono sicuro!).

        Sull’essere andato, Pompeo, a fare il portaordini al fronte anziché sotto la corte marziale, la figlia Mirka raccontava a chi scrive di non sapere se era stata magnanimità del colonnello o un intervento, forse, della famiglia Malagodi (famiglia influente) di Cento (FE), dalla quale la madre di Pompeo proveniva. Da uno dei rami di questa famiglia uscì Giovanni, il quale negli anni 1954-72, fu segretario nazionale del P.L.I.

       

        Del Gandolfi burattinaio(40) sappiamo essere egli sicuramente stato nel casotto, anche per sua ammissione, con Giuseppe Jani (capostipite di una famiglia di burattinai e noto Sganapino nel periodo a cavaliere dei due secoli XIX-XX), dove si fece le ossa, come si dice. Quando fece com-pagnia per conto proprio, all’infuori delle collaborazioni di artisti eccezionali (un amico tenore, bravo, che portava molto pubblico; suonatori singoli o in complesso) o qualche collega esperto di burattini, operava con l’aiutante muto. Così cominciò con lui anche chi scrive, quando iniziò la propria esperienza nel casotto dei burattini. Qualche volta portava la propria figlia Mirka ma era dispiaciuto non avesse la passione.

        Come burattinaio, nelle zone di campagna, concordavano tutti nel definirlo il migliore. Ancora oggi, coloro che lo conobbero, parlano di lui con immutato entusiasmo e passione. Ne fa testo anche la recente ripubblicazione(40). Supponendo che in campagna non conoscessero tutti i burattinai (era molto difficile entrare nel suo raggio d’azione – esisteva ancora la distanza culturale fra città e contado–) e non avendo conosciuto i burattinai del passato, non è corretto sposare in pieno questa convinzione ma fu senz’altro un grande. Fu indiscutibilmente il migliore per impegno morale, umano, sociale e come educatore. I suoi spettacoli erano sempre improntati su soggetti di vita dei più umili. Come artista, fin dalle prime frequentazioni della famiglia Jani, crebbe bene ma come tutti gli artisti senza un soldo, anche se di giorno lavorava, pur scontento, nella “carrozzeria” di famiglia.

         La passione per quest’arte gli nacque fin da bambino, all’inizio del XX secolo, quando cominciò ad assistere a spettacoli di burattini, sotto il voltone del palazzo del podestà, nel centro di Bologna; dove ricordava, con dovizia di particolari, le donne (accompagnate, o accompagnanti bambini e ragazzi, servette accompagnate anche da qualche militare) costituenti gran parte di quel numeroso pubblico tutto intabarrato per il freddo, in inverno, arrivare con la brace in uno scaldino e, pagato l’obolo per avere la sedia o un posto in una panca, lo appoggiavano per terra, sotto la sot-tana, per scaldarsi.

        Pompeo raccontava poi, in tarda età, pensando a quegli spettacoli che (a suo tempo) s’accorse e si convinse che con i burattini si potevano dire molte cose. Convinzione alla quale rimase fedele per tutta la vita e i fatti gli dettero ragione, anche quando, con l’avvento del fascismo, gli altri burattinai (ci conferma anche A. Cervellati) tolsero mordente e pepe ai loro spettacoli.

        Lo stesso Cervellati scrive(41):

 

        Si può affermare che, con l’avvento del fascismo, i burattini bolognesi sembrano rendere evidente quel processo di scadimento interpretativo la cui fisionomia circospetta ed avara di intendimenti mordaci e critici nei riguardi di molteplici realtà, evidentemente in antitesi con gli autentici umori del popolo, si andò cristallizzando in un meccanismo stereotipato di dozzinale comicità.

 

        In questo discorso non era e non è certo da annoverare il nostro Pompeo, il suo idealismo non glielo permetteva. Cercava di barcamenarsi quando la situazione lo richiedeva, oppure, nella peg-giore delle ipotesi, scantonava nella favola ma il suo messaggio (magari in modo figurato, traslato o con altra acrobazia dialettica conosciuta dal proprio pubblico) arrivava sempre a destinazione. Era informato su tutto quello che erano stati i burattini a Bologna, da Filippo Cuccoli al figlio Angelo e via via tutti gli altri fino al secondo dopoguerra. Molti dei fatti descritti da A. Cervellati nella propria pubblicazione, Pompeo già li raccontava e, quando incontrava qualcuno che si interessasse di cultura popolare, di teatro, di burattini e simili, ne parlava sempre volentieri e con passione; mentre condannava gli stereotipi e guardava con sospetto i personaggi dal sapere ufficiale. Prima di accettarne le teorie, voglio prendergli le misure, diceva, può esserci anche del buono; ma non accettava niente a scatola chiusa.

        Pompeo non abdicò mai ai propri principi, né ai suoi ideali, anche se questo comportamento gli procurò sofferenze. Non avendo mai voluto accettare la tessera del pane (tessera del PNF), nessuno gli dava più lavoro, cercava di sbarcare il lunario come poteva con i burattini stando via da casa, qualche volta, anche per un paio di settimane. I suoi bambini facevano letteralmente la fame ma egli non si piegò. Gli abitanti del proprio paese (compreso il gerarchetto locale del PNF), Ca’ de’ Fabbri (comune di Minerbio), lo esortavano a prendere quella tessera: - “se non lo fai per convinzione fallo almeno per i tuoi bambini!”, gli dicevano; - an j é dóbbi!” (non c’è dubbio!), rispondeva. I suoi bambini patirono la fame ma egli non prese mai la tessera del fascio.

        Qui piace descrivere un aneddoto confermato con un certo amor proprio anche dalla figlia. Una sera, ancora giovane, nel proprio cašotto, dopo uno spettacolo, si vide comparire davanti un signore, già avanti negli anni, che si complimentò per il suo spettacolo, lo elogiò per il poprio stile di burattinaio e lo lasciò con queste parole:  adæs a pôs añch murîr in pæš, che al mî Šganapéñ an mör brîša (adesso posso anche morire in pace, che il mio Sganapino non muore). Quel signore era Augusto Galli, ideatore, creatore e padre di Sganapino. Pur essendo stato Pompeo un meraviglioso Sganapino, con tempi comici eccezionali, ammirò sempre quello di Gaetano Chinelato; lo consi-derava il miglior Sganapino in assoluto nel periodo fra le due guerre mondiali. Impossibile fare confronti, tanto più a distanza di tanto tempo, di luoghi e di contenuti dei testi. Se ne può dedurre, però, che i due Sganapini fossero fondamentalmente differenti: classico, con scarso mordente (dati i tempi) quello di Chinelato; originale e caustico quello di Gandolfi, senza la ‘z’, né dolce, né aspra, né con la zeppola come quello classico. Pompeo usava la ‘s’ che pareva quasi una ‘sc’ (per dire salsiccia, diceva susìssa), anziché una zeta. Nella problematica comune della povera gente, che faceva propria, sia pure traslata in dramma a forti tinte, commedie, farse, favole... a volte arrivava anche alla favola nella favola.

        Gandolfi sapeva sviluppare a meraviglia i suoi canovacci nel modo voluto ed il risultato era sempre sicuro. Amava dire: - “al póbblich bišòggna savàiral tör!... se t vû ch’ al t téggna drî bišòggna t sépp óñ ’d lòur, sennò an j é gniñt da fær! (il pubblico bisogna saperlo prendere!…se vuoi che ti venga dietro devi essere uno di loro, altrimenti non c’è nulla da fare).

        Dopo aver lasciato la città per le sue idee antifasciste (ad ogni venuta di un pezzo grosso a Bologna lo acchiappavano e lo mettevano in prigione per i giorni ritenuti necessari per non commettere azioni sovversive) e la sua andata a Ca’ de’ Fabbri (1927), avuta la conferma che la campagna non era quella descritta in città, ma una situazione che affondava le proprie radici in secoli di ignoranza coltivata ad arte, che i poveri erano gli eredi e i protagonisti essi stessi di quella fame atavica e di quella miseria della quale erano protagonisti i suoi Faggiolino e Sganapino, operò di conseguenza secondo i propri principi morali, sociali, umani e dovunque era un successo. Quei due pezzi di legno infilati nelle dita diventavano i contadini (in modo traslato) che erano sempre in debito col padrone; diventavano i braccianti alle prese con il lavoro o la disoccupazione, con il freddo invernale, la fame atavica e tant’altro; gli abitanti dei luoghi delle sue piazze si riconosce-vano in quei due pezzi di legno ed erano tutt’uno con essi: ecco il perché del proprio incontrastato successo e del perché gli altri burattinai non sfondavano nella sua zona. Era il pubblico stesso che parlava per bocca di quei due burattini. Quando si sapeva che Gandolfi era da qualche parte nei paesi vicini, si partiva in gruppi, in bicicletta, magari in due sopra una sola, e si andava.

        Quando si ritornava si portava a casa anche una lezione di educazione: perché Pompeo era, anche sotto questo aspetto, un educatore, un dispensatore di buon senso; attività meritoria che egli fece per anni, per le persone e per le famiglie meno abbienti. Per queste ultime e non solo queste, siccome era un buon fabbro e sapeva fare veramente di tutto, in paese gli si rivolgevano per lavori vari e di riparazione di svariati oggetti, ma non elettrici; a lavoro finito gli chiedevano quanto avesse dovuto avere come compenso, rispondeva: - “mo va là, a sañ bèlla pære” (ma va là, siamo già pari) o, al massimo: - “dâm quàll t vû!” (dammi quello che vuoi); oppure: - “a fañ tótt un còñt st ætra völta, va là! (facciamo tutto un conto la prossima volta). Coloro che gli avevano commis-sionato il lavoro lo compensavano ugualmente in denaro o in natura, come si diceva, perché i suoi bambini mangiavano solo quando ne avevano. Le sere d’inverno, per chiunque volesse  ascoltarlo, ma soprattutto per le famiglie non abbienti, in casa propria c’era il trebbo (uno dei pochi casi di treppo dove soprattutto si leggeva), faceva letture, a lume di candela (nel luogo dove abitava non c’era ancora l’elettricità). Leggeva di tutto ma sempre letteratura seria. Due testi si ricordano ancora bene: I Miserabili di V. Hugo e il testo teatrale I Masnadieri di F. Schiller. Leggeva anche altri libri ma: - “mai solo per passare il tempo”, diceva. E, nonostante fosse un lettore, quando scriveva non prendeva in grande cosiderazione la lingua italiana: per lui, le lettere doppie dell’alfabeto erano un optional, ne metteva una sola; nel digramma ‘sc’ la ‘c’ era di troppo, non la metteva. Coloro che partecipavano a quelle letture (erano parecchi, a volte la casa piena e ascoltatori in piedi o seduti dove potevano, anche per terra) portavano la legna da mettere nel fuoco: - “Le letture impegnavano la mente ma il corpo non si scaldava”, affermava; così i partecipanti portavano, a volte l’uno a volte l’altro, pezzi di legna per il fuoco, Pompeo metteva l’ambiente e l’intrattenimento.

        Un altro modo di fare i burattini Pompeo se lo creava mettendo in scena anche testi non comuni nei repertori della tradizione: romanzi o racconti che aveva letto e, data la buona memoria, se ne faceva un canovaccio e diventava uno spettacolo, sempre attento agli umori del proprio pub-blico. Inoltre era rigoroso nell’attenersi al testo, sempre, qualunque esso fosse. Abbastanza spesso scantonava con una digressione ma tornava sempre al punto, fosse nella sede del P.C.I. o in parrocchia.  Non si ricordano i titoli di libri che in vita diceva di aver messo in scena ma è certo che lo faceva; così come si atteneva, nei testi con riferimenti storici, a quanto la letteratura esprimeva (digressioni a parte). Come tanti altri burattinai aveva nel proprio repertorio anche il Il Fornaretto di Venezia; ma a differenza degli altri, che costituivano il consiglio dei tre per la condanna del protagonista, egli, poiché aveva letto il romanzo (su quello costruì il proprio spettacolo), nel quale era scritto che fu condannato dal consiglio dei dodici, studiò il modo per realizzare il consiglio dei dodici. Si costruì una specie di forcone con dodici rebbi dritti in fila, da tenere verticalmente, il quale durante lo spettacolo, nella scena del processo, rimaneva sul fondo, e su ognuno dei rebbi era infilato un burattino. I 12 del consiglio erano più piccoli degli altri, diceva, per creare la prospet-tiva. A volte, quando ve n’erano le condizioni, soprattutto con  testi presi da romanzi, lo spettacolo lo faceva in più sere, a riprese... a puntate, si direbbe oggi, compreso il Fornaretto. Nell’esercitare la propria attività era sempre molto elastico: secondo il tempo, il pubblico, il  luogo, le sere a disposizione...

        Lo Sganapino di Gandolfi, dopo la sua dipartita, non si è più potuto vedere; nessun burattinaio l’ha mai usato in questa funzione. Quando, qualche anno prima di lasciarci, Pompeo smise (per ragioni di salute) di lavorare con i suoi burattini, i committenti si rivolsero ai burattinai di città, pure bravi (non c’erano altri burattinai nella bassa bolonese), ma i commenti del pubblico nei luoghi del suo raggio d’azione erano: - “sé, però Gandòulf!…; Gandòulf l’ îre tótte un’ætre cöse!; sé, sé, l’é bræv, mo vût méttar coñ Gandòulf?!…” (si, però Gandolfi!…; Gandolfi era tutta un’altra cosa!; sì, sì, è bravo, ma vuoi mettere con Gandolfi?!…) Erano solo burattinai, raccontavano una storia di burattini, non era la  loro storia, come accadeva con Pompeo.

         Un’altra ragione per la quale non si poté e non si potrà più vedere lo Sganapino di Gandolfi neppure fisicamente è perché non esiste più. Quando si recuperò il suo materiale, lo Sganapino mancava in quanto, per suo espresso desiderio, alla propria morte, la figlia Mirka glielo mise nella bara perché, diceva dispiaciuto, in vita, anche a chi scrive: - “quand a srò mört mé, di Sganapéñ acsé an s’ iñ vdrà pió; al mî Sganapéñ al mör coñ (quando io sarò morto, degli Sganapini così non se ne vedranno più; il mio Sganapino muore con me). Fu buon profeta: dopo oltre 1/3 di secolo dalla sua dipartita, di Sganapini che rappresentino il vissuto o il vivere comune degli strati bassi della scala sociale (alla quale il carattere apparteneva e dove Pompeo lo lasciava) non se ne sono ancora visti. È vero che ancora oggi i vari Sganapino e Fagiolino (o Faggiolino – da  faggio, qualità del legno del suo bastone –), ancora oggi vivono la loro fame e la loro miseria, ma è anche vero che è una fame raccontata, non una fame vissuta, come quella che raccontò e visse il buon Gandolfi.

        Di burattini Pompeo ne aveva due mute: una vecchia (che fu la sua prima a costruirsi) e una nuova (costruitasi più avanti nel tempo) come egli le definiva, ma di fatto le aveva accorpate e ne aveva costituita una sola. Le due mute si potevano intendere nel fatto che, quando partiva per fare uno spettacolo prendeva solo quelli che gli servivano e qualcuno: - “di riserva”, diceva. Si è riusciti, però, a recuperare lo Sganapino in fotografia. Delle due mute recuperate ne manca qualcuno, che la figlia, dopo la sua dipartita, cominciò a regalare a qualche amico del padre per ricordo: probabil-mente anche uno dei due Sganapini. Poi, in un incontro con Mirka, disse delle proprie intenzioni di regalare un burattino agli amici più vicini al padre e ne regalò uno anche a chi scrive. Se ne parlò all’etnografo Dott. G. P. Borghi il quale chiese di proporle di salvare quel patrimonio mettendolo al C.E.F. (Centro Etnografico Ferrarese), oggi al M.A.F. (Museo Agricolo Ferrarese) di San Barto-lomeo (FE). Lei accettò di buon grado, dicendo di non aver mai pensato ad una tale eventualità, e ne fu felice.

       

 

Carlàtt Brigàtta (Carlo Brighetti)                                                                                                                                                                                    

 

        Carlo Brighetti fu uno dei massari più conosciuti, più stimati della bassa bolognese e, non a caso, il PNF lo prese in antipatia insieme alla propria famiglia; le ragioni furono essenzialmente due: era socialista e attivista sindacale (capolega dei mezzadri); per di più, quando organizzava spettacoli erano sempre affollatissimi... e questo disturbava parecchio.

        Se dopo la seconda guerra mondiale si è potuto sapere qualcosa di più sul mondo dei disere-dati; sul che cosa erano e a cosa servivano gli intrattenimenti e i treppi, certo lo dobbiamo anche a Carlàtt Brigàtta. Il Broccoli ebbe l’opportunità di conoscerne i figli, i quali disinteressatamente e felici che l’opera del proprio padre fosse conservata e a disposizione di chiunque volesse consul-tarla, gliene fecero dono. Altri massari, di scritto tenevano il meno possibile, per non avere noie con eventuali censure.

        A questo la parola al Broccoli stesso, che quel materiale felicemente accettò, studiò e in parte pubblicò. Integralmente Il processo alla Vecchia(42), e a questo proposito si riporta parte del suo scritto, che è testimonianza di oggettività poco conosciute:

 

        La era il simbolo della società borghese che con i suoi sistemi di direzione autoritari tiranneggiava i lavoratori calpestando ogni aspirazione di questi ad una vita migliore. Il grande merito dell’autore [Brighetti] era stato quello di capire che attraverso quel simbolismo poteva colpire nel segno mettendo a nudo i vizi, i difetti e l’ipocrisia usata da chi esercitava il potere per continuare a mantenere inalterati i loro privilegi. Il processo [alla vecchia] dunque era un pretesto per dare concretezza al bisogno di comunicare agli altri l’insofferenza popolare a quello stato di cose, insofferenza che veniva manifestata in una forma originale e con linguaggio burlesco che aveva una forte presa sui lavoratori. […] un discorso che divertiva facendo riflettere e che veniva seguito e inteso da sempre più vaste platee. Il dialogo fra i due contendenti non lasciava spazio né respiro al difensore che chiuso nella logica stringente delle contestazioni popolari tentava il tutto per tutto pur di salvare il della vecchia passando dall’arroganza alle minacce aperte, alla richiesta di avere dei testimoni e delle prove scritte, e quando vedeva crollare ogni suo tentativo giocava l’ultima carta: la corruzione. Questo era il momento più significativo, quello della sconfitta del difensore che con tale proposta scatenava la collera popolare e veniva cacciato sdegnosamente dalla piazza dove si era esibito a pro del malcostume imperante. Il trionfo della giustizia non lasciava scampo alla condannata… […]  i lavoratori uniti attorno al loro giudice non si erano lasciati intimorire e avevano sconfitto le manovre subdole e gli intrallazzi di chi li sfruttava. Ciò insegnava alla gente a ragionare, a fargli capire che doveva scuotersi dalla rassegnazione e far leva sulle proprie forze e capacità per modificare i rapporti di forza esistenti. Ne avevano avuto una dimostrazione.

        I processi alla iniziarono nei paesi della bassa bolognese in tempi lontani ma chi riuscì a farne un’arma efficacissima per denunciare il malgoverno del nostro paese fu Brighetti agli “inizi del ’900 [è un errore: fu nei primi anni ’90 dell’ottocento. Lo disse più volte lo stesso Broccoli] quando non aveva ancora vent’anni. Sorretto dalla sua vena creativa, dalla tenacia contadina e dalla sua modestia

 

(…se aié di errur am pardunarì

    parché a son un cuntadein

    e al mi studi l’ é  poc fein!)

(...se ci sono degli errori mi perdonerete /
perché sono un contadino /
e il mio studio è poco fine!)

 

il giovane seppe dargli questo aspetto nuovo e con la sua capacità di sintesi, la volontà, il fuoco della passione ne fece uno strumento interessantissimo di comunicazione dei sentimenti. Fu senz’altro la più alta espressione di cultura contadina, una cultura viva ispirata alle cose vere della vita e che dalle aie o dalle stalle si trasferì sulle piazze dove trovò il consenso e la partecipazione popolare perché lì ciascuno si riconosceva e trovava una risposta alle sue angustie; per modificare lo stato di indigenza dei lavoratori ci voleva unità tra loro e mandare al rogo quel tipo di società. Brighetti era un socialista convinto e con la sua vocazione alla libertà e ai bisogni della povera gente impegnò tutte le sue energie per dare un contributo a costruire un mondo migliore. A modo suo naturalmente. Coi e le che parlavano sempre dei lavoratori (la condizione dei poveretti in Italia, La rotta del Lavino 1888, L’arrivo delle cartelle delle tasse, Lo scoppio della polveriera di Marano del 1891, I maiali e i mercanti di Granarolo, I muratori, Il campanaro di Medola, Zirudella su un calzolaio, Zirudella su un prete, ecc.) ispirate quindi alla vita semplice e alle necessità della povera gente.

        La sua vena creativa che gli faceva cogliere con spirito critico gli aspetti più deleteri del mondo in cui vivevano, il suo linguaggio che riusciva a far riflettere nei momenti che sembravano i meno adatti e cioè quando c’erano incontri popolari per trascorrere alcune ore in sana armonia (una festa da ballo, una veglia di carnevale, una festa paesana), gli avevano accresciuto notorietà e simpatie. Così attorno a lui iniziarono ad infoltirsi le schiere dei simpatizzanti e fu costretto ad intervenire in paesi, frazioni, borgate e rioni accolto ovunque con grande calore. Fu un fenomeno che diede fastidio a coloro che avevano interesse a mantenere le loro condizioni privilegiate (e questo lo si capirà in seguito), i quali per non inasprire gli animi in quegli anni di cruenti lotte sociali in tutto il Paese finsero di non preoccuparsi di Brighetti ma nel frattempo iniziarono in sordina un’opera disgregatrice nei suoi confronti mettendone in dubbio le capacità.

        .

 

        ...e qui emerge l’eterna strategia, non più dell’accademizzazione, ma quella più feroce del: se non riesci a distruggere il ragionamento, distruggi il ragionatore.

        A quelle voci l’interessato rispondeva alla sua maniera:

 

  nò sgnòurló, l’é tòtta robba mì 
anch se a son un cuntadén da cap a pî

(no signorlei, è tutta roba mia /

 anche se sono un contadino da capo a piedi).

 

        Questa reazione nei confronti del Brighetti non può certo meravigliare, stando alla storia (non degli storici) era inevitabile: non è che la prosecuzione, secoli dopo, degli osteggiamenti, degli ostracismi, delle censure, delle proibizioni di fare treppi, incontri, raduni, ecc. Tutto doveva essere indirizzato verso un certo modo di pensare, se così non era lo si vietava. La regola e la tecnica di applicazione di questo indirizzo furono e rimangono sempre le stesse. La Prof.ssa Casali, nelle proprie opere, è prodiga di informazioni sulle proteste della chiesa, in periodo controriformista, nei confronti degli aspetti ludici e dei trebbi; a proposito dei quali così si esprime(43):

 

        Le stesse veglie serali che si tenevano nelle stalle, i ‘treb’ venivano condannati dalla chiesa come .

 

 

Il  contributo  del  Prof.  P. Camporesi

 

        Tutto questo non dovrebbe essere un segreto per chiunque se uno studioso del calibro del Prof. Camporesi(44), rifacendosi dal medioevo e considerando che i poteri direttamente o indirettamente facevano capo soprattutto alla chiesa e al papato; e a proposito di questo aspetto della vita dei non abbienti, informa:

 

        Nella tradizione popolare medievale il diavolo è un attivo inventore di ; egli esercita una precisa funzione liberatoria delle repressioni sociali e delle inibizioni religiose avvalendosi d’un repertorio ricchissimo di volgarità, scurrilità, oscenità.

 

        Qui va detto che nel mondo contadino ciò che poteva apparire volgare, scurrile, osceno, ecc. lo era in genere solo per coloro che erano estranei a quel mondo: urbani, eruditi, ecclesiastici, bor-ghesi, soprattutto codini. Per le genti delle campagne erano tutti elementi che facevano parte della fisiologia del vivere. Avevano anch’essi scurrilità e oscenità... ma non in presenza di estranei. I termini, per i quali gli estranei si scandalizzavano, erano solo l’espressione dell’eloquio, altrettanto fisiologica; con la quale gli avi e le generazioni successive si esprimevano, senza ipocrisie scanda-listiche. Per cui è lecito pensare che, anche nel medioevo, si condannasse l’oscenità, la scurrilità, la volgarità... e più che l’eloquio in sé si voleva condannare ciò che con quella parlata si esprimeva: una veduta diversa o magari contraria ai canoni egemoni del potere, qualunque esso fosse; qui, verosimilmente e con ogni probabilità, c’è la chiave di tutto! ...come si faceva nell’ottocento con la maschera del Narciso in Bologna città. O forse era il basso popolo urbano a usare parole oscene, triviali, volgari, ecc. per coloro che stavano in alto per rinfacciare situazioni non certo gradite all’egemonia dei poteri. Il Camporesi continua:

 

...atti disonesti>, atteggiamenti e battute irriverenti. Come agente comico, egli [il diavolo] si presenta sotto l’aspetto di sovvertitore della morale, di trasgressore della norma imposta da un’etica , incorporale; araldo inferico (e quindi basso) della inversione dei valori; detronizzatore insidioso della e, parallelamente, demistificatore della ; irriverente messaggero d’un altro mondo (un mondo, tutto considerato, più giusto), dove i : in una parola, del mondo alla rovescia. Le tentazioni del diavolo equivalgono alle offerte del ribelle, alle seduzioni d’un nuovo ordine sociale, alle lusinghe del sovvertimento; esse mirano all’abbassamento del potente e alla caduta del falso , adoperando, in mancanza del potere reale, gli strattagemmi, i raggiri, le trappole dell’intelligenza ludificatoria, della finzione mascherata.

        Il diavolo delle rappresentazioni teatrali e dei  mystères ha un carattere umoristico e folklorico, si ride di lui anche perché (come il contadino) egli è l’eterno sconfitto. La trivialità liberatoria del suo lin-guaggio basso (nel linguaggio del comico popolare, opposto allo stile tragico e subblime) corrisponde alla libertà di lingaggio, all’oscenità prescritta dei  ludi  popolari di carnevale e in generale delle feste agrarie, perché inferno e carnevale sono – nella coscienza popolare – intrecciati fino alla quasi completa identifi-cazione, così come il diavolo è il buffone e il buffone si rispecchia nel diavolo.

       

        Cosa erano e cosa sono il Narciso da Mal Albergo e l’Arlecchino, nella loro reale funzione, se non questo?...

        A pag. 24 prosegue:

 

        Come giustamente è stato notato, l’essenza del comico non può fare a meno del rapporto col potere; la vis comica infatti è sempre trasgressiva e dissacrante, un colloquio permanente tra inferiore e superiore combattuto – da parte del subalterno – con l’arma della parodia (Marcolfo è il buffone triviale, il subal-terno-demonio che abbassa e distrugge la dignità e la sapienza dell’alto Salomone). , resta il fatto che è estremamente difficile non solo ricostruire le linee d’una cultura-con-testazione cancellata o quasi dalla cultura e dalla ideologia superiori, ma anche misurare lo spessore, le incidenze, le suggestioni che la cultura ha impresso sull’altra cultura, quella della dittatura degli intellettuali cittadini, dei dotti chierici, dei cervelli usciti dalle università e dalle corti signorili ed ecclesiali.

        In linea generale, si può ragionevolmente supporre che il comico, il drammatico, il grottesco siano molto vicini alle forme e agli spiriti della cultura subalterna la quale aveva nella giullaria, nel mondo degli itineranti espressi dalle classi egemonizzate, i propri più efficaci rappresentanti, diuturnamente riprovati, biasimati, ostacolati e anche perseguitati perché portavoce di messaggi non autorizzati dalla gerarchia politica e dal potere religioso. La cultura popolare ritrovava tuttavia nelle feste e negli spettacoli di piazza un momento fondamentale della propria identità soffocata, un momento di confronto globale nei rapporti con una cultura estranea e diversa, un momento di perentoria e squillante affermazione, fonte, probabilmente, di profonde suggestioni che finivano ineluttabilmente per coinvolgere anche la cultura aristocratica.

 

        Se un erudito della statura del Camporesi, nei propri studi, nel riferirsi al medioevo fa queste analisi; dopo un bel po’ di secoli (dall’800-900 fino al 2000) non è cambiato molto, se non nulla. Ancora oggi, come nella – l’egemonia culturale dell’istituzione – è abba-stanza forte da integrare la propria contestazione>; la “metabolizza” afferma questo studioso in altri suoi scritti. Infatti, basta fare un giro per i musei della cultura materiale e questa egemonia appare in tutta la propria evidenza. Si riprenderà in altra parte il discorso.

        Qui si dirà dell’ostracismo al Brighetti a suo tempo, ma prima si veda dell’attuale situazione riguardante l’aspetto ludico di una popolazione che preferirebbe (a livello regionale, soprattutto in campo teatrale, viste le innumerevoli iniziative) anche un certo tipo di teatro dove riconoscersi. E l’istituzione, soprattutto agli alti livelli, brilla per la propria assenza... eccezion fatta per qualche piccola realtà locale, più sentita in Romagna. Il riferimento è a quello che viene impropriamente definito teatro dialettale ma non è il solo; di questo discorso fanno parte ancora i musei della cultura materiale e tutto quanto attiene alla cultura locale altra, non egemone, non codificata. Del teatro dialettale sarebbe da verificare se quello che si fa sia dialettale o meno (anche se sarebbe ottima cosa recuperare i dialetti regionali sia come valori ontologici sia in senso generale; che sono anche viatici per penetrare le culture che li hanno prodotti e delle quali, nel contempo,  ne sono figli)... ma se quello che si fà sia teatro oppure no, comunque sia parlato. È vero altresì che il basso livello culturale e tecnico del teatro in dialetto è colpa anche alle compagnie operanti in regione (da un censimento fatto alcuni anni fa risultavano esserne oltre 450) e alle loro scarse possibilità economiche. Generalmente queste compagnie si autofinanziano come possono e hanno più o meno tutte il difetto di voler pensare ognuna al proprio orticello, senza interessarsi di ampliare lo sguardo al fine di creare condizioni, anche associative, per cercare di elevare la qualità delle opere prodotte, non solo tecniche ma anche contenutistiche... pure se da anni esiste una istituzione, la U.I.L.T. (Unione Italiana Teatro Libero) che indirizza in questo senso. Il discorso sarebbe lungo ma passiamo oltre. È anche vero, però, che l’istituzione potrebbe, quanto meno, dare una mano: sarebbe già un buon contributo prendere atto della presenza del fenomeno e guardarlo con occhio diverso, meno spocchioso e chiedersi: tanto interesse per la propria lingua non ufficiale e accadimenti del passato? dal comportamento istituzionale si ha l’impressione si voglia negare questa realtà di tanti gruppi che fanno spettacolo!... sia pure di discutibile qualità e con tutti i loro difetti.

        Perché, istituzionalmente, non si prendono in considerazione queste realtà?... data l’alta par-tecipazione di pubblico, non costerebbe un centesimo e farebbe bella figura. Ma evidentemente l’istituzione predilige spettacoli dai contenuti diversi. Che potrebbe anche far pensare ad una confessione di disinteresse al fine di indurre alla coltivazione dell’ignoranza di un vivere nella sua concretezza; e, ascoltando gli spettatori, come fa chi scrive, non c’è dubbio che la modesta accul-turazione di un certo tipo di pubblico, dal proprio punto di vista, la percepisca in questo modo!... e non è certo la prima volta. Anche se il “teatro dialettale” sul piano contenutistico non dice molto, almeno si fa capire da un pubblico che vorrebbe riconoscercisi. Certi altri spettacoli “intellettuali” hanno costi economici, e una partecipazione forse interessata ma esigua rispetto al popolare... e per popolare, qui, si intende grande partecipazione di pubblico.

        Il tipo di “teatro” intellettuale, un po’ spocchioso, di stampo individualistico, con forti afrori borghesi (che è la ragione prima che allontana il popolare dal teatro), innamorato di certa forma e cervellotico nei contenuti, al confronto fa la figura che descrive più sopra il Camporesi. Inoltre, l’astrazione, per chi opera con le mani (ancorché appartenente ad una cultura materiale, pur in senso generico) è opera che non gli appartiene, non gli interessa, probabilmente gli è addirittura sconosciuta, e la critica, e la deride... quindi partecipa ad un teatro dove ci si riconosce, nella fatti-specie fatto in dialetto, anche se di scarsa qualità. Pur nel terzo millennio, rispetto al medioevo, in Emilia-Romagna, fra poteri e servi, sul piano intellettuale (se non nella forma, certo nel principio), non è cambiato molto. Fatto che sarà confermato dagli “intellettuali di sinistra”.

        Ancora oggi, per certi spiriti popolari, questa situazione di teatro intellettuale offre molti spunti, oltre che polemici, anche satirici, sia sul modo di fare teatro, sia sui relativi contenuti; al pari di certi politici (specie certe facce) che con studiata sicumera, davanti alla telecamera, sparano fesserie (convinti o con solo la pretesa di convincere) come fossero vangelo. Abbiamo passato il 2000 ma il popolazzo (la parte di esso che osserva) di spunti per satireggiare i poteri ne trova a iosa... ma per rendersene conto è necessario uscire dall’ambito intellettuale e dal sapere egemone.  E siccome a capo delle istituzioni (che potrebbero prendere in considerazione il problema, come in Toscana nei passati anni ’70, o come l’operante Teatro povero di Montichiello)(45) operano coloro che hanno nelle mani il potere egemone della cultura e degli aspetti ludici delle comunità, per di più usciti da Università dialettofobiche (quindi privi anche della chiave per aprire la porta del proble-ma). E qui si spiega la latitanza istituzionale per un tipo di spettacolo che, pur con tutti i propri limiti, ha un grosso seguito di pubblico. È vero anche che il teatro in dialetto presenta testi discu-tibili sotto l’apetto contenutistico, ma a questo si potrebbe ovviare ricercando nelle biblioteche, archivi (testi validi ne esistono)... o bandendo concorsi per testi teatrali inediti, con commissioni di Professori competenti e non la ripetizione di altre (in passato) che hanno donato ben poco lustro al teatro in dialetto e alle loro città.

        Probabilmente sull’assenza istituzionale riguardo al teatro fatto in dialetto e altre attività affini c’è del vero in una spiegazione data in una conversazione fatta molti anni fa col Dott. Mario Maragi (allora Presidente del sodalizio cittadino La famèja bulgnèisa), qualche altro socio e chi scrive: al di là dei contenuti delle conferenze del Prof. Coco sui dialetti e sulle dialettofobie delle Università italiane (documentate dai tre studiosi, dei quali al capitolo sui dialetti) e quella bolognese in particolare, le ragioni del disinteresse istituzionale si spiegano anche col fatto che a coloro che le dirigono (diceva l’eminente studioso bolognese) non vanno: né immagine, né voti, né quattrini; e questo, per le loro carriere, sono un ottimo deterrente dall’interessarsi al problema. Se poi si aggiunge che a questo tipo di attività teatrale a qualcuno potrebbe venire in mente di metterci idee culturalmente valide, critica o addirittura contestazione?... è possibile si possa sperare in un cambiamento della situazione?... Sia chiaro: questa concione non vuole invadere l’istituzione né essere polemica, né, tanto meno, un discorso tra la meliga; è solo la percezione dell’accadimento vissuto all’interno di esso, dal 1971 a tutt’oggi.

 

 

Torniamo  al  massaro  Brighetti

 

         Dipinto questo attuale quadro, subito e facilmente riscontrabile per chi volesse interessarsi all’argomento, ascoltiamo ancora il Broccoli:

 

        La guerra del ’15-18 cambiò radicalmente le cose nel nostro paese. I contadini, terminato il conflitto, si strinsero compatti nei loro sindacati e anche Brighetti si impegnò  politicamente. Fu eletto capolega-contadino di Maddalena, incarico che accettò e onorò da par suo in anni di lotte durissime per strappare ai padroni della terra una modifica dei contratti agrari. Una svolta decisiva per il futuro che esponeva a dei rischi i dirgenti del movimento ritenuti responsabili degli eventuali disordini e in base a quelle non ben specificate misure sull’ordine il neo capo-lega venne arrestato e rinchiuso nelle carceri di Bologna per venti giorni. Fu l’inizio di una persecuzione accanita che dovette subire per oltre sei anni da parte delle squadre fasciste. Infatti il giorno di Natale del ’21 venne aggredito e bastonato selvaggiamente da un folto gruppo di teppisti e riportò la frattura sia del braccio che della gamba destra. Il grave episodio però non riuscì a fiaccarne la resistenza e lo spirito combattivo. Nel ’22 trebbiò il grano con le macchine della cooperativa rossa (di cui era stato un animatore e un fondatore), scortata da quattro carabinieri. Durante la notte alcuni tentarono di entrare nel cortile per incendiarla ma scorgendo le forze dell’ordine spararono alcuni colpi di rivoltella e si dileguarono. Un mese dopo il Brighetti fu percosso alle spalle in piazza a Bologna e alla sua reazione gli aggressori fuggirono facendo perdere le loro tracce.

        L’ultimo giorno di quell’anno le figlie – Fedelina di diciassette anni e Maria di venti – mentre tornavano a casa dalla benedizione vennero prese, immobilizzate e cosparse di nerofumo da una squadra di bravacci. Costoro dopo l’impresa accompagnarono le ragazze lungo la strada schernendole e urlando come degli ossessi: . I familiari sentendo il baccano uscirono di casa e in un attimo capirono tutto. Rientrarono nell’abitazione e si armarono; uno di un fucile da caccia, un altro di una pistola, un terzo di un’ascia. Quando le ragazze entrarono nel cortile quello del fucile appostato dietro ad una finestra puntò l’arma contro la masnada e gridò: .

        I vigliacchi rimasero sorpresi a quella reazione inaspettata e se la diedero a gambe nonostante fossero in più di sessanta. Attorno alla famiglia Brighetti intanto si era chiuso un cerchio di violenza cieca e assurda. Erano rimasti isolati, prigionieri nella loro casa e chi usciva per andare alla spesa o per altre necessità familiari veniva aggredito. Fedelina dovette fuggire dalla farmacia di Budrio per un’uscita secondaria perché i fascisti del luogo l’avevano riconosciuta e volevano darle l’olio di ricino; il padre, sempre per un’uscita secondaria della cooperativa di Maddalena riuscì a mettersi in salvo da un’incursione di squadristi che minacciavano di ammazzarlo. L’uomo si inerpicò sul tetto di una porcilaia da dove balzò nei campi dileguandosi. I fascisti del luogo li seguivano passo passo e informavano i camerati appena qualcuno usciva dal podere. I contadini e i braccianti della zona si prodigarono per proteggere i Brighetti da quella violenza e iniziarono a scortarli quando dovevano lasciare la casa. Fu una gara di solidarietà ferma e decisa e quando un figlio militare veniva in licenza e doveva andare dai carabinieri di Budrio sia per il visto di arrivo che per quello di partenza, ebbene quei due viaggi li faceva accompagnato da una decina di amici, così nessuno lo molestava.

        Il lunedì di Pasqua del ’23 nonostante la vigilanza i fascisti attentarono alla vita del figlio Angelo di ventun anni. Gli spararono a tradimento nascosti dietro una siepe e lo ferirono ad una spalla. Gli amici, messi in fuga i fascisti, soccorsero il ferito portandolo nella casa di un contadino vicino, dove gli vennero prestate le prime cure. Il padre informato del fatto andò a prendere il figlio col biroccino poi lo trasportò a casa. Per estrarre la pallottola e curare la ferita chiamò il medico del luogo ma questi, che era stato minacciato dai fascisti, rifiutò di intervenire. Pochi avevano visto Brighetti infuriarsi ma quella volta lo vide il dottore che di fronte a quello sguardo così severo e deciso chinò la testa e seguì il contadino. La mattina dopo arrivarono i carabinieri di Budrio ad arrestare il ferito e nonostante avesse la febbre quasi a quaranta venne fatto alzare dal letto e rinchiuso nella camera di sicurezza della caserma. Dopo due giorni fu trasferito nella caserma dei carabinieri di Bentivoglio, da qui a quella di San Giorgio di Piano indi al carcere di Bologna, dove dopo sette giorni di detenzione fu rilasciato. Fu una lazzaronata che riempì di sdegno i lavoratori di Maddalena e sul grave fatto scrisse un articolo su due colonne di dura protesta e condanna. Nel frattempo i fascisti fecero un’incursione nella cooperativa saccheggiandola e mettendo a fuoco registri e suppellettili; compirono alcune scorrerie notturne attorno alla casa dei Brighetti sparando colpi di pistola all’impazzata. Altri colpi di pistola furono indirizzati alla figlia Fedelina un giorno che era per strada col biroccino.

        Una scalata esasperante di violenze, soprusi, e sopraffazioni contro gli onesti, stimati, e bravi lavoratori che incoraggiati dalla solidarietà popolare non si piegarono dimostrando la loro forza di carattere. Alle elezioni del ’24 dove gli uomini in camicia nera esercitarono ogni tipo di azione intimidatoria, il Brighetti che non si piegò ai ricatti fu nuovamente percosso brutalmente. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso perché intervenne il padrone, un agrario molto autorevole, che andò al gruppo rionale dove protestò e urlò la sua disapprovazione per le angherie fatte ad una famiglia di suoi dipendenti dei quali apprezzava l’onestà e la voglia di lavorare. Trattò i neri da malviventi incalliti e giurò che se non fossero cessate le persecuzioni avrebbe fatto prendere dei provvedimenti nei confronti dei responsabili da persone altolocate di sua conoscenza. Ma eravamo già al 1925 con il fascismo ormai padrone del campo. I dirigenti dei partiti e delle organizzazioni democratiche che erano riusciti a sopravvivere alle violenze erano in carcere, in esilio o al confino.

        Brighetti deluso ed amareggiato come gli altri lavoratori del paese per la situazione nella quale erano costretti a vivere trovò la forza di reagire e tornò sulle piazze. I però dovevano essere autorizzati e purgati dagli uomini del regime perdendo quel mordente che avevano in precedenza. Capì che era inutile continuare e tornò a scrivere zirudelle alla sua maniera che andava poi a leggere nelle stalle tra i pochi amici fidati per non incorrere in guai ancora più seri di quelli che aveva subito. Sono di quel periodo una fioritura di zirudelle fra le quali vanno ricordate: e decine di altre che mettevano in ridicolo le debolezze umane ma non trascuravano mai di mettere in luce le condizioni in cui erano tenuti i lavoratori. Nel frattempo da Budrio si era trasferito a Granarolo e nel ’38 quando la minaccia della guerra comniciava ad incombere scrisse una rima che era un appello accorato, un invito alla gente ad unirsi per scongiurare una catastrofe che avrebbe condotto i giovani alla morte e il paese alla rovina. Una strofa:

 

                                                  Se a féssan totta una uniòn

                                                  in farèn zinquantanov prìt e padròn

                                                  lour par forza i farèn padela

                                                  e quasta la sr’è una còsa bela(46).

 

        La guerra scoppiò ma i giovani non lo delusero quando parteciparono in massa alla lotta di liberazione dove anche lui diede un grande contributo perché nella sua casa trovarono cibo e ospitalità i partigiani. Con la lotta aperte al nazi-fascismo trovò d’incanto la sua vena migliore e a settat’anni, e pur vivendo in quella realtà opprimente, scrisse la zirudella sull’eccidio della Biscia compiuto dai tedeschi per rappresaglia. Fu il suo canto del cigno, un testamento che dimostra il carattere, la tempra del combattente, la sua forza di credere nella luce della libertà […] una cosa per la quale aveva lottato per tutta la vita. La ricostruzione del paese e delle organizzazione democratiche lo videro impegnato di nuovo in prima fila ma la sua esultanza fu di breve durata perché morì nel 1952. Era nato nel 1874.

Armide  Broccoli

 

 


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