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Parte II - Capitolo II - 4 - Qualche studio:Cervantes, G.C.Croce, Tanara

Di Luciano Manini (del 22/03/2013 @ 11:58:10, in Parte II - Capitolo II- 4 Qualche studio, linkato 283 volte)


                      size=3>Cervantes e G.C. Croce 

Passiamo a Filippo II di Spagna che ebbe un proprio suddito di nome Miguel De Cervantes Saavedra, dalla vita travagliata, che lo servì fedelmente altresì come incettatore di viveri per la e per le navi in rotta per le indie...(11) ma anche ottima penna, da far trasparire nei propri scritti condizioni non dissimili da quelle che vivevano gli antenati dell’E-R, impersonate da Sancio Panza (anche se i locali lontani avi non viaggiavano, come lo scudiero di Don Chisiotte). Il quale Panza, anche se in antitesi al Don Chisciotte(12), erano entrambi

...inseriti nella in reciproca recisa opposizione […]. Don Chisciotte, il sogno eroico, e Sancio il sogno plebeo; perché il comico in tutto il romanzo è solo di situazione, e fiorisce inesauribile sulla mutabile tangente dei due mondi opposti, in cui ciascuno dei due protagonisti vive, pensa e opera con la dignitosa serietà della propria natura.

Situazione tutt’ora esistente nelle descrizioni ufficiali delle nostrane istituzioni, anche se dalle loro cattedre, spesso, al basso popolo non vengono fatte vedere. Le sole differenze fra gli avi nostrani e i protagonisti del Cervantes sono: a) – le situazioni, che non erano comiche ma tragiche... anche se, teatralmente parlando: un testo valido in chiave comica regge ugualmente bene anche il tragico e viceversa; b) – il comportamento e l’aspirazione di Don Chisciotte è la follia (che può essere un espediente dell’autore per evitare attriti con i poteri), mentre il comportamento e le aspirazioni dei potenti, in E-R, erano il potere (appunto), il profitto, il denaro, l’accumulo di beni, leggi o non leggi... che erano fatti tragici per le loro conseguenze sui subalterni. Ma nei treppi, gli avi (quelli ai quali il cervello non era andato in acqua per la pellagra), di questo ne erano coscienti; lo riproponevano, lo denunciavano (tra di loro) e lo trasformavano in evento, spesso comico. Ma... occhio!... tra di loro... senza esternarlo.

Oltre al Don Quijote il Cervantes scrisse anche Novelas e Entremeses (novelle e intermezzi). In tutta la propria opera il nostro, pur ridendone, ne evidenziò le situazioni di ostilità, di pregiudizio, di intolleranza... nei confronti dei moriscos e degli ebrei fino ad arrivare, nell’intermezzo Del Retablo de las Maravillas(13), a vedere quello che non c’è pur di non apparire ebrei.

Su questo testo è doverosa una citazione: la messa in scena del Prof. Giuliano Scabia, nell’am-bito dell’insegnamento D.A.M.S, Facoltà di Lettere, Università di Bologna, nell’ultima decade del secolo scorso. Propose il testo alle studentesse e agli studenti del proprio corso di drammaturgia, fu accettato e ne uscì una traduzione in lingua taliana dal testo spagnolo. Lo spettacolo, con ottimi risultati, fu filmato, conservato come documento, portato in turnée per l’Italia dagli studenti del corso stesso. Nello studio e nella rappresentazione del Retablo emerse chiara la linea del Cervantes nel denunciare, l’ignoranza, i pregiudizi, l’intolleranza della quale fu vittima la Spagna, sotto Filip-po II prima e del figlio Filippo III in successione. Gli ebrei furono nascosti e i moriscos furono addirittura cacciati dalla Spagna. Dalle nostrane parti, a quei tempi, nelle città esistevano gli ebrei ghettizzati ma non i moriscos da cacciare, e non c’era un Cervantes ma un Giulio Cesare Croce che cercò di mettere nei propri scritti, per le campagne, quel poco che apprese fino dall’adolescenza a San Giovanni in Persiceto; poi tutta la propria opera prese due strade diverse: una verso qualche rappresentante (nei secoli successivi) della intellighenzia del sapere, che ne fece un uso giustamente documentale ma (almeno chi scrive) non sa di studi approfonditi se non dal Camporesi e della Prof.ssa Campioni dell’I.B.C. (Istituto Beni Culturali)(13 bis); l’altra, anche se non perfettamente memorizzata tra gli analfabeti delle campagne, tramandata oralmente di generazione in generazione per secoli e presentata nei treppi. È da dire che se Cervantes metteva in piazza pregiudizi, superstizioni, situazioni anche raz-ziste ma con moderazione e in forma comica, per non irritare troppo la nomenklatura al potere; da queste parti gli avi erano tenuti buoni dal clero con la minaccia dell’inferno, se avessero avuto qualche idea circa la possibilità di poter fare qualcosa per migliorare le proprie condizioni. Vedi, per il Croce, fare meno figli per avere meno bocche da sfamare... ma egli, vedovo con sette figli, si risposò e ne ebbe altri sette, pur se altrettanti ne morirono in giovane e giovanissima età. Come scusante, per il Croce, bisogna tenere presente che visse già in periodo di controriforma e, siccome si guadagnava da vivere per la numerosa famiglia suonando la propria viola da braccio, cantando nelle piazze e negli angoli delle vie, doveva stare attento a quello che cantava e diceva: non doveva disturbare il potere. Infatti non risulta abbia mai fatto o detto qualcosa che non fosse più o meno in linea con i maggiorenti; anzi, il Bertoldo lo tratteggiò (traducendolo da un testo medievale del XII secolo, il Dialogo di Salomone e Marcolfo)(14), secondo l’idea coeva che un contadino doveva essere (se non nel cervello, in quanto egli teneva a dimostrare che anche i bassi ceti avevano un minimo di dignità) quasi una bestia, o comunque avere un aspetto repellente: il bell’aspetto, la simpatia e quant’altro di accattivante, gradevole... era a totale appannaggio di coloro che stavano nella parte alta della scala del consorzio umano.

 Su Vincenzo Tanara

Un’altra testimonianza proiettata alla mancanza di comunicabilità fra i due mondi in questione, e alla ragione per la quale da sempre sono rimasti, e ancora rimangono sconosciuti l’uno all’altro, la dà il Tanara(15); autore citato spesso da studiosi successivi, che dimostra una certa malevolenza nei confronti dei contadini, villani, rustici, villici e affini... forse, da ex uomo d’armi quale pare fosse stato e da giudice quale era nel periodo che scrisse la propria opera qui riferita, aveva il compito di parteggiare per la parte opposta a questi. Infatti, riferendosi alla dottrina giuridica e alla grande autorità di Bartolo (da Sassoferrato 1314 – 1357), il Poni scrive(16):

.…cfr. la voce mezzadria compilata da L. Barassi, in Enciclopedia Giuridica Italiana, vol. X, p. I e II. Secondo M. Sbriccoli (L’interpretazione dello statuto. Contributo allo studio della funzione dei giuristi nell’età comunale, Milano, 1969) i giuristi controllano l’ordine giuridico per conto della ideologia del gruppo sociale dominante, anche in quanto mediatori fra il diritto e il sistema politico.

Se queste erano le regole dei giuristi nell’età ancora comunale, a leggere l’opera del Tanara non pare siano cambiate molto anche in periodo a lui coevo, anzi... Il Tanara è un autore citato sovente dal Poni, fra cui “è una fonte inesauribile di informazioni”: su questo non ci sono dubbi ma è meglio fermarci qui; inoltrandoci in una analisi critica dell’opera, con tutto il rispetto per il Poni, non sempre le informazioni del Tanara reggono a un riscontro oggettivo della funzione. In più, oltre alle malitie (che alla luce dei fatti emergono essere del Tanara e non dei rustici) traspare una certa qual poca conoscenza dei lavori delle campagne, e dell’uso degli attrezzi per i lavori della terra. Infatti il Tanara scrive(17):

...L’aratro, qual costumasi in queste parti, chiamasi Piò, a differenza d’un altro simile stromento, qual chiamano Arà; il Piò non ha, che una tavola, e non alza, che una gleba, over laga, ma l’Arà che ha due tavole, quali, qual in punta si vanno congiungere sopra il vomero, alza due glebe rivolgendone una da una parte, & una dall’altra, nel resto poi sono uniformi. Questo Arà serve ottimamente in occasione di seminare, o per coprir sementi, perché fa il doppio lavoro del Piò...

 Qui l’autore chiaramente fa confusione fra l’aratro e l’arà, che sono due attrezzi dalle funzioni incompatibili dell’uno con quella dell’altro; inoltre fa addirittura il doppio lavoro di aratura con un attrezzo che è sempre servito solo per la semina... anche se vanno tenute nel debito conto le even-tuali modifiche e pseudomorfosi avvenute nel tempo, nella storia, nell’evoluzione dei due attrezzi, nelle loro funzioni e nel loro uso. Oppure bisognerebbe sapere se il concetto, o meglio, la tecnica di aratura è la stessa della seconda metà dell’ottocento, o se è mutata e in che modo, rispetto a prima. Se ne parlerà oltre. Altro argomento di scarsa o non attendibilità sono le malitie de’ villani nel non voler fare ciò che veniva loro ordinato. Qui il sospetto della malafede dell’autore appare tutto e ben giustificato; anzi, più che il sospetto è manifesta la malafede stessa: per quanto ignoranti fossero i contadini di allora, e per quanto poco funzionassero i loro cervelli per la fame e l’indigenza, sembra azzardato dire che pasticciassero i lavori dei campi operando anche a loro danno. Inoltre, se la loro “dappocaggine” era tale e tanta, nulla impediva alle proprietà di escomiarli! No, si tenevano, si vessavano e si accusavano di “dappocaggine”, di “malitie”, di essere “ladri”... e certo non c’era un sindacato a difenderli. E ammesso per assurdo o per fantasia che qualcuno di questi disgraziati avesse trovato il coraggio di difendere i propri interessi e la propria dignità, che fine avrebbe fatto?... Se esisteva veramente questo loro modo autolesionista nel fare, non poteva essere quella atavica, cronica fame, fisicamente e psichicamente debilitante, che non concedeva ulteriori energie da spendere, oltre a quelle espresse?... come scrive, verosimilmente, anche il Dal Pane citando quest’autore(18):

... Del resto, che i poveri si nutrissero male lo scrive lo stesso Tanara a pag. 35 del I libro della propria opera: “Due sorte di pane fermentato [...] un nero, l’altro bianco; il nero serve a gente bassa, i poveri ne fanno un altro negrissimo di tritello solo, che si fa da quelli, quali volendo fare tutto pane bianco, liberano la farina di tutta questa semolella, ò (sic) farinetta scura, ò con setazzo, ò con buratto, e meglio col velo, peroche, questo trasmette solo il puro fiore delle farine. ..

Quindi ai ricchi tutto pane bianco; ai poveri il pane negrissimo di tritello solo e di semolella! Continua il nostro Tanara nel libro VI con l’enumerare farine di lupino, melica, lino, orzo, miglio, ecc. con le quali si facevano biade. Ma, i villici, con quelle biade, vi si alimentavano; cercando (le loro donne) di strologare cosa e come fare per cucinarseli in modo da essere, verosimilmente, commestibili e più gradevoli al palato. È chiaro che i rustici si arrangiassero come potevano con questi tipi di alimentazione: il frumento veniva loro sottratto dall’ordine giuridico (o chi per esso) per conto della ideologia del gruppo sociale dominante anche se i comuni avevano già fatto la loro storia da un pezzo! Quindi, in queste condizioni, quali e quante energie potevano avere da spendere nel proprio lavoro?... Lo stesso Tanara, a proposito del Formentone, dice che “sazia assai ma dà poco fiato”. Infatti, circa ottant’anni dopo questa pubblicazione del Tanara, la scienza medica aveva già studiato una malattia conclamata ed endemica definita pellagra, che insorgeva negli individui carenti di nicotinammide, poi definita Vitamina PP (dall’acronimo Prevenzione Pellagra) e già si sapeva che questa malattia si manifestava, appunto, in chi faceva uso esclusivo o quasi di Formen-tone, che era ed è privo di questa sostanza. Il medico Scipione Mastri nel 1855, ne documentava l’eziologia, il decorso e la terapia... il cui principio attivo era e rimane sempre componente della farina di frumento ma assente in quella del Formentone(19).

    Qui possiamo rivalutare il detto:

             chi mâgne dla pulàñt al ’n arîve brîše a l’ âs dal pañ
       chi mangia della polenta non arriva allo scaffale del pane

non nel senso di essere basso di statura, ma scarso di comprendonio. Cosicché, coloro che soprav-vivevano alla mortalità infantile, potevano comodamente morire dementi in manicomio.

A questo riguardo esiste anche un riferimento in una testimonianza che può dare qualche altro lume. Non che possa modificare le cose nel quadro generale, né aggiungere altro a ciò che già si sa; è solo una ennesima testimonianza di un fatto accaduto nella seconda metà dell’800, ma racchiude in sé un alto significato, dimostrando, de visu, uno dei tanti modi per vessare i subordinati e costrin-gerli ad una alimentazione, oltre che insufficiente, scompensata nei principi nutrizionali.
Raccontava ripetutamente in vita la Signora Viola Sandoni (1860, S. Agostino -FE- / 1943, Bentivoglio -BO-), di quando bambina e ragazza, il padrone lasciava loro solo granoturco per la famiglia. Alla mietitura si prendeva tutto il frumento, lasciandone solo un sacco per la numerosis-sima famiglia, per fare il pane per le feste, diceva; pur essendo legato da un contratto di mezzadrìa, il quale sanciva che tutti i prodotti dovevano essere partiti a metà. Questo abuso metteva nella disperazione la propria nonna, arždòure, la quale, raccomandandosi al padrone, piangendo a calde lacrime (comunica l’informatrice Sig.ra Ebe Negrini, sua pronipote), chiedeva il perché portasse via tutto il frumento: come faccio a dare un pezzo di pane a questi bambini?… la risposta era che: lui era il padrone e faceva quello che gli pareva: “si è sempre fatto così e così si continua a fare”. Questo fatto non aggiunge nulla a quanto si è sempre saputo. Riconferma solo la condizione di sudditanza totale delle classi subalterne, e delle angherie esercitate dai coevi domini sui sottoposti. Nel contempo riconferma: 1) – i contratti di lavoro, specie quelli di mezzadrìa (consuetudinari, scritti, convenzionali, verbali o in qualsiasi forma concepiti) erano solo un proforma, una presa in giro, che il potente, (novello Ottone) firmava e faceva firmare, già sapendo che non l’avrebbe ri-spettato; checché ne scrivano o dicano accademici, economisti, storici, giuristi, folcloristi, “esperti” e quant’altri. L’accadimento, come tanti altri, ha avuto luogo ma non è scritto da nessuna parte, se non sulla pelle di chi l’ha vissuto; e lo studioso, che si basa su documenti scritti, li prende per buoni, senza verificarne l’applicazione: sia perché, quanto meno, un abbiente non si è mai scomodato più di tanto per verificare alcunché nelle campagne e nei contadi in generale, o era compiacente, o complice; sia perché gli abbienti stavano dalla parte di coloro che facevano quello che gli pareva. E oggi gli “esperti” nostrani fanno uso di sineddoche per ricostruire la “Civiltà Contadina”. Il discorso sarebbe lungo ma lasciamolo qui, quale altro parallelo con le morti sconosciute in seguito agli scontri nelle lotte operaie con la forza; 2) – se fosse ancora necessario, illumina su alcuni : a) – i contadini quando facevano il pane facevano festa; b) – dell’alta mortalità nelle classi più povere, specie infantile; c) – della diffusione in forma costante ed endemica della pellagra; d) – dell’alta percentuale di dementi morti nei manicomi causa questa malattia. Per gli amanti delle statistiche: di un’inchiesta giornalistica televisiva RAI del 2000(?), nel contesto della vita di Giuseppe Verdi (in occasione del centenario della morte – 1991–), si apprende che nella seconda metà dell’800, nella Regione E-R moriva un bambino su 4 entro il primo anno di vita, sulla totalità della popolazione; ma negli strati subalterni le morti infantili erano di <1 su 2> entro il primo anno di vita, e continuavano a morire anche negli anni successivi. E di coloro che riuscivano a diventare adulti, il 40% moriva demente nei manicomi, di pellagra. Oggi, quando si vede o si sente qualcuno fare o dire qualcosa di strano, si dice: sei matto?; neppure mezzo secolo fa, nelle campagne si diceva ancora: cus’æ-t la palêgre? (cos’hai, la pellagra?). Nella propria opera L’Economia del Cittadino in Villa, il Tanara parla al cittadino: considerava i villani ladri e metteva in guardia il cittadino medesimo dalle loro malitie; che, come dice il titolo, ciò di cui si dovevano occupare era l’economia del cittadino, non le condizioni di coloro che lavora-vano l’economia del cittadino medesimo; il che fa supporre che i “contadini” (non parla di categorie sociali) fossero tutti di una indiscussa furbizia. Invece la malattia, dovuta ad una scarsa e malnutrizione, dopo una manifestazione cutanea ad andamento ingravescente cominciava a manife-starsi la demenza, anch’essa ad andamento ingravescente, e parte di questi disgraziati, prima o poi veniva internata nei manicomi per effetto di questa patologia e non ne usciva più, se non dopo essere ritornato al Padre. Sulla pellagra non sono i documenti che smentiscono il Tanara e tanto meno le opinioni, anche le più accreditate, ma era ed è tutt’ora la scienza medica. Come faceva un essere (umano?) in quelle condizioni di: assenza di diritti e di dignità, isolamento, socialmente non considerato, poco e malnutrito, ad avere un cervelo che funzionasse e, per di più, senza la possi-bilità e soprattutto il diritto di poterlo usare?... è ovvio e logico che, se malitie ci sono state, fisiologicamente parlando, non potevano essere quelle dei villici, che in quelle condizioni il cervello non poteva funzionare; anche se in medicina di assoluto non esiste nulla, ma sicuramente malitie degli autori che lo scrivevano e dicevano; nonché degli epigoni che acriticamente riciclano queste infor-mazioni, vendendole come verità. E qui appare la prova documentata di un paio di antichi detti degli avi:

... j dañ vî dal sö – oppure – quòll ch’ l’ à da dîr al prît al le dîš al ciàrgh...
... (lett. danno via del proprio – quello che deve dire il prete lo dice il chierico)...

che, sdrammatizzato nella propria grave oggettività, edulcorato, accademizzato, corrisponde pres-sapoco all’odierno: il bue che dà del cornuto all’asino. A questo punto si impone una riflessione: se i contadini rubavano, visto che morivano di miseria, di fame e, in prospettiva (i sopravvissuti alle morti infantili e adolescenziali) una parte di pellagra... secondo quali leggi lo facevano, secondo quale diritto?... certo non secondo una legge e un diritto concepiti come equità sociale, cioè uguale per tutti!... se, invece, si pensa ad un diritto con un minimo di umanità non rubavano abbastanza (a coloro che li depredavano di tutto o quasi) per poter sopravvivere; confermando una sentenza che i vecchi (specie nel bracciantato), secondo la loro filosofia anafabeta, spesso emettevano a proposito dei puvrétt (e in quei “puvrétt” c’era tutta la drammaticità della condizione delle categorie sociali non abbienti e prive di diritti: Di puvrétt, da la fâm, a j n’ é mûrt dal miêre, mo di padróñ mai óñ !!! (Dei poveri, dalla fame, ne sono morti a migliaia, ma dei padroni mai uno !!!). …e qui entra a buon diritto anche il concetto dell’Avv. Francesco Berti Arnoaldi Veli, nel-l’introduzione alle proprie conferenze su “Il Diritto a Bologna”: ...nei secoli passati fino all’unità d’Italia, e anche dopo, indipendentemente da ciò che era scritto, le leggi che contavano erano il volere di chi comandava. Per chi qui scrive fu una conferma a quello che i vecchi sapevano e dicevano da sempre, e fu una vera soddisfazione... in quanto anche qualcuno del sapere ufficiale aveva preso atto delle in-giustizie (dal punto di vista umano, sociale e del diritto) del passato. Oggi come allora, si può dire che cambiano i tempi, cambiano i modi, ma non cambiano le situazioni. Così ha sempre fatto il potere nel tempo, nei suoi vari aspetti per manovrare a proprio vantaggio le classi subalterne. Sempre gli avi, a tale proposito, avevano un loro detto: A j càñmbie i buratéñ, mo al sên al j éñ sàñmpar quàlli! (cambiano i burattini, ma le scene sono sempre le stesse!) Motivo per cui le leggi che regolavano i vari stati che componevano l’Italia ai tempi del Tana-ra, è chiaro, riguardavano solo coloro che avevano qualche potere, per difendersi dai rustici, le cui condizioni, pur essendo servili e vessate, passavano per ladresche. Ma i fatti dicono che non erano i villani a mettere in opera le malitie, ma l’arroganza e la malafede del potere (qualunque esso fosse) nei suoi aspetti più vari e veri, compresi quelli psicologici... ancora leggibili nell’deologia fascista del ventennio, nonché quella cristiana negli ultimi anni ’50 del secolo scorso. Ancora una volta si hanno degli accordi o contratti, consuetudinari o scritti, ma, da medievale memoria, stabiliti per non essere rispettati.



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