TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net
Cerca nel sito  

Titolo
-Copertina-1
-Indici-1
Parte I - Cap.unico. 1 - Tipi di intrattenitori1
Parte I - Cap.unico. 3 - Tipi di intrattenitori 1
Parte I - Cap.unico. 4 - Spettacoli di campagna1
Parte I - Cap.unico. 5 - Spettacoli in campagna1
Parte I - Capitolo unico7
Parte I - Cap.unico. 2 - Tipi di intrattenitori 1
Parte II - Capitolo I 3
Parte II - Capitolo I 1
Parte II - Capitolo II1
Parte II - Capitolo II- 4 Qualche studio1
Parte II - Capitolo II:2
-Premessa-1

Titolo



Stemma del Comune 

 

 

Titolo
Autori
Copyright


\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Manini Luciano

Parte II . Capiyolo II - 3-Considerazione su qualche studio istituzionale

Di Luciano Manini (del 20/02/2013 @ 18:53:50, in Parte II - Capitolo II:, linkato 158 volte)


 

Considerazioni  su  qualche  studio  istituzionale

 

        Se gli studiosi medievisti con molto scrupolo e rigore hanno studiato e studiano il medioevo nelle sue svariate sfaccettature e, per quello che qui interessa, del mondo agrario. Alla luce di quello che si vede, e più ancora di quello che si vede nelle attività istituzionali, non si può altret-tanto dire di altri “studiosi” del mondo contadino, del periodo post-unitario italiano e attuale, nel  complesso della sua oggettività e nel senso materialistico di questa stessa oggettività. Un giro, anche superficiale, per i musei delle culture contadine della regione E-R lo conferma. Un esempio che si può oggettivamente elevare a paradigma è la pubblicazione del Prof. Poni(9). Rispecchia la tendenza del pensiero istituzionale espressa nei detti musei, nonché il nostrano stereotipo intellet-tuale corrente sul mondo contadino, anche se qua e là si può individuare qualche tentativo di andare oltre, e possono apparire aspetti, nell’attuale situazione, anche un po’ superati.

        Due aspetti nel libro sugli aratri del Poni sono da prendere in considerazione:  a) – il discorso sugli aratri stessi; b) – la pubblicazione dell’esempio di moduli e scritte coloniche. Ferma restando l’obiettività dell’autore nel descrivere le condizioni delle genti che lavoravano la terra, nell’ambito dei due secoli presi in esame, va rilevato che nel primo caso fa una disamina degli aratri, della loro costruzione, del materiale usato, le varie ditte che li costruivano, le differenze nelle caratteristiche, la loro diffusione. Pubblica disegni, iconografie di aratri e simili (qualcuno tecnicamente non com-patibile con la funzione e con il lavoro che sarebbe, eventualmente, stato deputato ad effettuare), trascurando la materialità delle loro funzioni. Nel secondo caso, agli esempi dei moduli e scritte coloniche mancano le cifre. In più è da aggiungere: perché tutto questo possa far parte della civiltà contadina è necessario evidenziare:

        1) – fin dalle prime pagine appare chiaro che la civiltà e la cultura contadina <veri>, nel suo libro, non ci sono. È un’opera interessante ma ad uso e consumo degli addetti ai lavori intellettuali, accademici, istituzionali, per “studiosi”... ma non ad uso di un sapere “contadino”. Senza dire della inappropriata letterarietà, in quanto spesso la lingua italiana può diventare fuorviante per non avere i riferimenti linguistici (perciò anche culturali) oggettivi che hanno nei dialetti. Questo, (detto alla Broccoli) ”è poco ma sicuro”! Su quegli aratri e le loro funzioni l’autore chiaramente confessa di non averne conoscenza: non dice io non ho conoscenza di quegli oggetti, si limita a non descriverla; conoscenza che, invece, avevano ed hanno ancora i vecchi, pur analfabeti (primari o di ritorno), ma veri artisti nell’uso degli aratri. Lavoro effettuato anche da chi scrive e altri della propria genera-zione. Dopo tutto, era quello che veniva chiesto: conoscerne le funzioni, il modo d’uso e soprattutto usare, nei minimi particolari di tutta la sua complessità, dall’apertura della stalla fino alla ri-chiusura della stessa, dopo eseguito il lavoro di aratura con le bestie; mentre l’autore a pag. 38 della propria opera sul “movimento dell’aratro sulle cavedagne scrive che “avveniva secondo tecniche che non siamo riusciti a ricostruire”. Ora, a parte che le opere ricostruite ad un tavolo di lavoro fra quattro mura, per lavori rurali, scritte da un letterato (rimanendo teorie e concetti astratti, quindi immateriali) restano discutibili (ne sono visibili parecchi): bastava chiedere agli addetti ai lavori e avrebbe conosciuto tutto questo e tant’altro ancora. Quello che scrive il Poni nel proprio libro è obiettivo negli aspetti di vita e dei trattamenti sul piano umano e sociale: fa piacere ma latita la conoscenza tecnica e il contesto. Quello che invece scrive sugli aratri, tranne le loro funzioni e il loro uso, è cosa che non riguardava chi li usavava, e neppure l’acquisto. Specie i contadini, sempre condizionati dal volere della proprietà, che concedeva se ne aveva il tornaconto e doveva essere disposta a farsi aumentare il debito che avevano gli stessi contadini nei suoi confronti. Chiunque avesse costruito l’aratro, per coloro che lo usavano non cambiava niente, dovevano solo saperlo usare, usarlo bene, e basta; tutto il resto passava sopra la loro testa senza neppure sfiorarli. La scarsa capacità di usare gli attrezzi, se non vi veniva rimediato, era quasi sicuramente motivo di escomio.

        2) – la pubblicazione dei moduli e scritte coloniche senza le cifre: potevano e possono interes-sare sicuramente ambienti eruditi ed istituzionalizzati come forma contrattuale... certo non gli avi dei “contadini” e loro discendenti. Innanzitutto per il dominio di re e, di conseguen-za, non era certo che interessava. Con le cifre si sarebbe potuto fare un’analisi compara-tiva su ciò che era scritto e quello che effetivamente era stato applicato, senza le cifre è impossibile. Del cosa c’era scritto sul contratto e del come fosse scritto, per gli avi, essendo analfabeti, non aveva senso. L’unico contratto che valeva per loro era sempre il volere della proprietà... e, se non gli andava bene, potevano sempre andarsene: era il ritornello. Tutto qui. Motivo per cui ogni teoria, ipotesi, opinione, ecc. scritta al di fuori di questa logica, era e rimane roba d’altri, che non riguar-dava gli operatori della terra in passato e non serve oggi come testimonianza, come memoria, come documento: non fa parte della storia dei protagonisti, ma di quella raccontata dalle istituzioni, che è storia altra. Stante questa situazione, se si vuole che i musei della civiltà, cultura, vita, lavoro... contadini siano veramente tali, i contadini, in quei musei, bisogna metterglieli, e con tutto il loro sapere e la loro memoria; altrimenti sono solo di attrezzi, verità pirandelliane. È una civiltà, vita, lavoro, cultura... contadina, ecc. che l’istituzione ha pensato, creduto o voluto che fos-se... la quale, a volte, non collima con quanto è scritto sulla pelle di chi è portatore di quel vissuto. In conclusione: in quei musei, il vissuto, l’essere stati...  appare solo come ossa bianche di uno scheletro nel deserto; o come un albero secco da molti anni, in una piana (non di risaia) senza vita. Questa la situazione vista da contadini d.o.c.

        E poiché l’avventura del viaggio deve continuare, abbandoniamo le comparazioni medievali e si parta per un excursus nella storia (quella scritta sui libri), per fare qualche altra considerazione sulla mancanza di dialettica fra i due mondi di cui sopra e si leggano le cose con occhio di qualche autore non appartenente all’egemonia del potere culturale dei nostri giorni.

        Saltiamo il Rinascimento in quanto grande sommovimento culturale, che non ha certo interes-sato gli strati poveri e subalterni delle società che si sono via via succedute nei secoli, se non in fun-zione di interessi di qualsiasi genere delle classi dominanti. Le categorie sociali dei subalterni, da che mondo è mondo, non sono mai state candidate a miglioramenti di vita di qualsiasi  genere; né la “conoscenza” (letteraria) è mai stato patrimonio loro.

 

 

Non  parliamo  della  famiglia  (ecclesiasticamente  illegale)  di  Papa  Borgia

 

        Partiamo per l’excursus, e incominciamo col parlare da un po’ di secoli addietro; dalla Spagna ma non da Papa Borgia (Alessandro VI), anche se regalò alla Romagna il proprio figlio Cesare (det-to il Valentino) e alla Corte degli Este, in moglie, la propria figlia Lucrezia. Dove, per arrivarvi, la notte del 31 gennaio/1 febbraio 1502, Lucrezia si fermò alla Domus Jocunditatis a Ponte Poledra-no, (castello di Giovanni II Bentivoglio, che oggi dà il nome al Comune). La qual cosa  dette vita ad una leggenda, secondo la quale Lucrezia, quella notte, ricevette di nascosto il proprio amante ma accortasi di essere impstæ (nella malizia popolare impestata, ammalata di malattia venerea), per amore, lo fece fuggire per la Via degli asinari (tutt’ora esistente), per andare a rifugiarsi presso il Signore del Castello di San Martino in Soverzano (o dei Manzoli). Quell’amante (se le letture di chi scrive non sono inattendibili), altri non era che il proprio marito (sposato il 30/12/1501, a Roma, per procura), che volendo conoscere la sposa prima delle cerimonie nuziali a Ferrara, si era recato, a cavallo, con amici, al Castello dei Bentivoglio per conoscerla; dopodiché, con gli stessi amici se ne tornò a Ferrara da dove era partito(10). Questo fatto divenne (conoscendo la psicologia del contado della bassa bolognese, nonché i contenuti e le funzioni dei treppi delle categorie sociali che li prati-cavano) un argomento molto appetito, che si raccontava ancora nella prima metà del novecento.

 

 

 

 

 



Articolo Scritto  Storico Indice Stampa Stampa
© Copyright 2006-2014 DEPOSITATO SIAE - Tutti i diritti riservati - Io uso dBlog 1.4® Open Source