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\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Luciano Manini - Parte II- capitolo II : 2 -:L'opportunità di un'ulteriore spiegazione

Parte II- capitolo II : 2 -:L'opportunità di un'ulteriore spiegazione

Di Luciano Manini (del 06/01/2013 @ 18:06:34, in Parte II - Capitolo II:, linkato 285 volte)


Due  mondi  sconosciuti  l’uno  all’altro

 L’opportunità  del  paragrafo  precedente

 

        Si rende necessaria in quanto è la logica conseguenza di due mondi sconosciuti l’uno all’altro da sempre, per mancanza di una dialettica fra loro; anzi, sarebbe più appropriato parlare di conflit-to... il quale, sicuramente, è scritto nella memoria di chi l’ha vissuto e, avendo voglia di ricercare, lo si potrebbe trovare anche in letteratura.

        Questi due mondi sono: a) – il mondo cólto, istituzionalizzato, culturalmente egemone, che vive di erudizione, accademizzato... che di fatto è un ; b) – l’altrettanto, da sempre, mondo analfabeta dei non abbienti (subalterno a quanti detto, alla città e alla mentalità dei suoi abitatori) delle popolazioni delle campagne, che è un . Non solo della bassa bolognese ma di tutte le situazioni dove esistevano un padrone e un servo. Situazione che oggi perdura nel riconoscimento e nella gestione del solo sapere istituzionale (salvo sporadici tentativi di recupero della cultura analfabeta, non sempre riusciti) come sapere unico.

        Queste affermazioni, prese ontologicamente, possono apparire forse’anche faziose. Anzi, prese con approccio intellettuale, la definizione è appropriata. Ma rimane sempre un concetto visto da una sola parte della medaglia: la parte erudita, che ubbidisce a regole proprie ma... si è mai provato a guardare la medaglia dall’altra parte, e interrogare i contadini su ciò che sono stati, e quali sono state le loro condizioni, senza essere mediate da alcun tipo di intellettualismo?... e come vedono queste operazioni intellettuali sul loro conto?... chiedere loro quanto c’è di vero in ciò che gli viene attribuito dalla letteratura?... quanto c’è di astratto rispetto al loro vissuto?... Per sapere che cosa erano i contadini, e riscontrare il grado di eventuale faziosità di quanto sopra, si veda una parafrasi del poeta americano Waring Cuney (Letteratura negra Editori Riuniti 1961): “per sapere cosa significa essere contadino bisognerebbe solo essere nato contadino”. Per cui, alla luce dei fatti, per amore di oggettività, sarebbe necessario: 1) – leggere in chiave critica (al fine di selezio-nare l’attendibile dal falso) letteratura, archivistica e quant’altro sull’argomento, con metodo multidisciplinare;  2) – rivedere e aggiornare le schede dei “Musei dell’Emilia-Romagna – ARS beni demologici”, al fine di limarne superficialità, pressapochismo, emersione delle mediazioni intellet-tuali degli operatori; in quanto: se un intellettuale nella descrizione può spaziare fra oggettività e astrazione; il contadino non lo può fare! Né, per lui, possono esistere “dettagli trascurabili”, come disse anni fa l’“esperto” Dott. S. F. a chi scrive. Ciò che per l’intellettuale può essere trascurabile, per il contadino non esiste, e ciò che esiste è quanto meno necessario, se non indispensabile; 3) – sugli argomenti “Contadini” non si può prescindere dal tener conto della stratificazione sociale di tutta la popolazione che lavorava la terra: es. le massaie delle famiglie di ogni categoria sociale so-no cosa diversa l’una dall’altra, hanno condizioni, rapporti, possibilità diversi/e rispetto alle altre;    e come le massaie anche tanti altri aspetti; 4) – avere chiaro e saper distinguere ciò che è cultura materiale da ciò che non lo è (Pesez); 5) – abbandonare l’approccio intellettuale e cercare non solo di capire ma di conoscere il vissuto “Contadino”, e arrivare a pensare come egli pensa (Frazer); 6) – per arrivare a questo è indispensabile l’osservazione, quindi la (non solo “capire”) del linguaggio, per impadronirsi dei dialetti dei protagonisti di quel mondo a parte (Hagège); avere la consapevolezza che cosa è quel linguaggio, quale funzione ha, in quale contesto si colloca... ergo necessita la conoscenza della codificazione linguistica in tutti i suoi aspetti e; 7) – cercare, nella traduzione dai dialetti, di conservare il più possibile i riferimenti nella lingua d’arrivo (C. Carena, AA.VV.). Tradurre da una lingua orale di una cultura analfabeta ad una lingua codificata, comun-que, sarà sempre, nel migliore dei casi, un fiore senza odore, un suono sgraziato, un cibo senza gusto... nel peggiore una cosa altra.

        Prendere atto di queste oggettività è cosa abbastanza elementare: per la parte analfabeta cono-scere la parte erudita è sempre stata ed è ancora cosa impossibile, per ragioni ovvie; per la parte erudita, invece, per conoscere quella analfabeta basterebbe essere padrone degli idiomi, osservarli e ascoltarli (Hagège); mettersi nei panni dei protagoniste e vedere le cose dal loro punto di vista (Frazer); visitare i musei della cultura, civiltà, lavoro, vita, ecc. contadini, e stabilire ciò che è materiale e ciò che non lo è (Pesez)... leggere pubblicazioni sull’argomento e troverebbe scritto tutto: anche quello che non c’è... proprio perché s’accorgerebbe che manca. E ciò che manca è quello che, nell’intenzione, l’istituzione si proporrebbe di aver fatto e di fare; ma che questo e , in effetti, non lo si riesce a vedere in quanto nascosto dall’intelletualismo, o addi-rittura non c’è: ed è la conoscenza della materialità contadina. La cosa diventa difficile anche da spiegare in quanto (senza voler scomodare ancora gli AA. citati e il loro insegnamento sulle letture diverse dello stesso elemento), le due letture hanno approccio diverso e riferimenti linguistici diversi con lemmi sconosciuti da entrambe le parti, di conseguenza culturali, diversi. L’argomento meriterebbe un’analisi approfondita e dettagliata ma lasciamolo qui.

        Partendo da questo fatto e proseguendo nel nostro viaggio verso i treppi, non si userà il termine museo o musei della cultura materiale in senso stretto, per due motivi: a) – esiste una cultura materiale anche oltre le culture riguardanti la vita rurale; b) – nelle proprie letture, chi scrive ha trovato anche un grande della cultura europea che aiuta a capire, il già citato Pesez(1), il quale sull’argomento scrive:

       

        Non è neppure sicuro che l’idea di cultura materiale sia comunemente accettata: le è stato rim-proverato, dagli archeologi, di effettuare una cesura arbitraria nel complesso di una civiltà. Ma è questa un’accusa errata: si tratta semplicemente di mettere a punto uno strumento d’analisi intellettuale; è un procedimento costante dello spirito quello di delimitare campi separati per meglio esaminare il reale. La nozione di cultura materiale non ha valore in sé, vale solo nella misura in cui si rivela utile.

        Senza voler proporre una definizione decisiva e universale, si può considerare che cosa significa l’accostamento tra materialità e cultura. La cultura materiale ha un rapporto evidente con le costrizioni materiali che gravano sulla vita dell’uomo e alle quali l’uomo oppone una risposta che è appunto la cultura. Ma non tutto il contenuto della risposta riguarda la cultura materiale. La materialità implica che, nel momento in cui la cultura si esprime in modo astratto, la cultura materiale non è più in causa. Ne sono esclusi dunque non solo il campo delle rappresentazioni mentali, del diritto, del pensiero religioso e filosofico, della lingua e delle arti, ma anche le strutture socio-economiche, le relazioni sociali e i rapporti di produzione, insomma i rapporti fra uomo e uomo. La cultura materiale sta fra le infrastrutture, ma non le comprende tutte.

 

        Poiché la cultura materiale è espressa da un rapporto evidente con le costrizioni materiali, e all’occasione del parlarne (anche con “esperti”) la lingua porta all’astrazione... non si parla più di cultura materiale ma (stando al Pesez) di una rappresentazione mentale, estranea alla definizione originaria. Nella fattispecie degli idiomi, e appare chiaro che si parla d’altro. Motivo per cui, qui, dove si parlerà di cultura materiale, sarà intesa solo come rigoroso riferimento alla conoscenza specifica del vissuto delle popolazioni delle campagne e del loro mondo.

        Partendo dalla puntualizzazione del Pesez, per coerenza, si inizia con un esempio come paradi-gma, per lo studio della cultura, tutta materiale (tolte accademizzazioni, fantasie, immaginazioni, ricostruzioni...) che era il vissuto contadino. L’esempio di partenza è la pianatura di un animale bovino, in altra parte descritto. Questo iniziava con il dare la voce alla bestia, metterle la mordacchia, compiendo tutte le manovre che questa azione richiedeva; coinvolgendo le parti indispensabili della testa dell’animale, che erano: le froge, la fronte, le corna. Per fare questo era necessario in quale modo manovrare la corda della mordacchia, quale la posizione del-la stessa in situ sul naso, quale giro far fare alla corda attorno alle corna per tenerglielo, e soprattutto con quali tipi di nodi, perché il tutto non infastidisse la bestia. Tutto questo, preso ontologicamente, può far credere non abbia attinenza con la pianatura. Infatti, preso a sé, appare tutt’altro. Ed è anche un esempio del come, linguisticamente parlando, possa sembrare un saltare di palo in frasca, ma... nelle attività rurali, ogni “lavoro”, in genere ne presupponeva altri! E la conoscenza di un “lavoro” si completava con la stessa conoscenza tutti gli altri, necessari. Questo esempio lo dimostra, in quanto la mordacchia ai bovini la si metteva per tante altre ragioni altrettanto indispensabili. Alle prime operazioni ne seguivano altre... in questo caso: slegatura del collare, accompagnamento del-l’animale al luogo preposto all’operazione, osservarne e calcolarne la corretta postura, legatura alla giusta altezza della corda della mordacchia al lunettone, facendo quel determinato tipo di nodo, ecc. Tutto questo, all’intellettuale, in genere non interessava e non interessa... ma il contadino saperlo fare, con tutte le azioni e le manovre eseguite nel modo che il mestiere imponeva. Per la materialità del fare erano indispensabili queste conoscenze e altre ancora. Questa branca del sapere non concede sconti, riassunti, teorie... bisogna saperlo fare, farlo e basta!.. comunque la veda l’accademico, l’intellettuale, l’“esperto” e quant’altri.

        Se istituzionalmente, intellettualmente, accademicamente... il discorso può essere teorizzato, dilatato, ristretto, riassunto o in altro modo espresso... sul piano pratico, materiale (appunto), questo non è possibile. Per atavica tradizione ed esperienza quella era la procedura, costretta dalla mate-rialità e con quegli attrezzi deputati: nessuna operazione diversa o variante di essa, né attrezzo in più o in meno... tut’al più poteva variare un po’ la manualità con più o meno garbo, ma non molto altro! Sul piano pratico era indispensabile espletare tutte le operazioni necessarie, composte ognuna delle proprie opportune azioni e manovre, fino alla fine del lavoro; il quale terminava precisamente col rilegare la bestia al proprio collare e toglierle l’attrezzo dal naso (si permetta un colpo di intellettualità, anche se da chi scrive fa ridere), esercitando all’inverso la consecutio temporum delle azioni iniziali.

        Sull’espressione di questo concetto si possono leggere due paradigmi: a) – la distinzione fra contadini da biblioteca (descritti), e contadini veri (protagonisti e conoscitori di tutte le tecniche del loro operare, tramandate di generazione in generazione più o meno per secoli); b) – la separazione, nel concetto di cultura materiale, di ciò che è oggettivamente materiale (consistente nella materia-lità operativa, dimostrata col saperlo fare) da ciò che non lo è... che può essere solo atto descrittivo (verbale, scritto, iconografato, ecc.) e non operativo delle azioni necessarie. La descrizione di una delle infinite azioni di operatività rimaneva e rimane sempre un atto intellettivo, estraneo alla mate-rialità dell’operare; sempre sottoposto alla mediazione, alla formazione intellettuale, alla metodica dell’autore... formato secondo un concetto di cultura egemone impartito da un sapere accademico. Sul piano pratico questo non è possibile, soprattutto se si tiene conto che il vissuto viene da un mondo dialettofono e analfabeta. Esiste una tecnica, una susseguenza di azioni e di operazioni che devono essere quelle e non altre, in quanto costrette, ed espletate, tutte, in quel modo secolarmente determinato; un ordine consequenziale dal quale non si può prescindere. Inoltre, sull’argomento della pianatura dei bovini portato a mo’ d’esempio, come tanti altri, non s’è ancora trovato un minimo di scritto, né udita una concione informativa di “esperto” alcuno; anzi, molto spessso, anche tra reduci di quel mondo, non fa più parte neppure della memoria.

 

 

*   *   *

 

        Visto che per certi fatti (sociali, contrattuali, usanze, ecc., sempre riferiti al mondo rurale) esi-stono analogie che possono risalire anche al medioevo, è opportuno esplicarne qualche esempio per conoscenza e farvi una capatina, per interrogare qualche buon medievista al fine di qualche compa-razione con tempi più recenti. E si trova che questi studiosi, con i loro dubbi danno fiducia e con le loro incertezze impongono rispetto. Non danno niente o quasi per scontato, formulano ipotesi e non certezze, riferiscono le risposte dei documenti ma non ne sposano alla lettera il contenuto se non dopo comparazioni, riflessioni, valutazioni, riscontri... Interessante, negli studi del Prof. Andreol-li(2), la metodologia (si pensa valida anche per una ricerca sulle condizioni agrarie del periodo post-unitario italiano) nella disamina della contrattualistica agraria, che rafforza i convincimenti di chi scrive sulla metodologia di ricerca sulla civiltà contadina. Infatti l’autore scrive:

 

        […]  credo si possa convenire che tre sono le indicazioni di massima che da essa [sintetica disamina sull’evoluzione della contrattualistica agraria] si devono ricavare.

        In primo luogo, l’avvertimento che, se è proponibile una evoluzione complessiva della contrattuali-stica agraria medievale orientata ad un controllo sempre più pieno e radicale dei poderi affidati e della manodopera contadina, ciò è possibile fare solo a patto di tenere sempre presente che molte sono le aree in cui tale processo si è verificato in forme più blande, e numerose quelle in cui non si è verificato per nulla; in secondo luogo, la puntualizzazione che non è obiettivamente possibile cimentarsi in studi [di] storia della contrattualistica agraria, senza tenere nel dovuto conto tutto ciò che è intorno, vicino, sopra, sotto, dentro il negozio giuridico: senza una precisa e costante attenzione al paesaggio, alla consuetudine, alla composizione sociale, alla religiosità, alla cultura giuridica e così via, ogni analisi sulle stipule è a nostro avviso destinata a fallire, ad onta di qualsivoglia raffinatissima ermeneutica di carattere astratta-mente economicistico; da ultimo la raccomandazione a tenere costantemente d’occhio le possibili interferenze tra aree contigue, al fine di evidenziare fino dall’inizio, quando vi siano tutti quei processi di modificazione, ora lenta, ora immediata, ora evidente e macroscopica, ora quasi invisibile e sotterranea, che non mancano quasi mai di avere un preciso rilievo anche in campo economico, ivi comprese ovviamente anche le strutture fondiarie.

       

        Inoltre, per quanto riguarda la ricerca sul mondo agrario post-unitario in E-R, si deve aggiun-gere il linguaggio: è ampiamente dimostrato e tutt’ora dimostrabile, che a non tenerne conto si leg-gono anche castronerie.

        Pur se lo scritto dell’autore è basato su teorie, una delle cose che balzano subito all’occhio nel-la contrattualistica agraria dei secoli che si sono succeduti, sono i rapporti conflittuali, fra le classi ricche e potenti (nobiliari, laiche, ecclesiastiche, borghesi...) da una parte e i poveri cristi degli strati sociali più umili (schiavi e servi) dall’altra, che fino al periodo qui trattato non erano ancora cambiati se non nel modo e/o nell’aspetto; la sostanza, comunque, era rimasta pressoché la stessa. Se nel medioevo i potenti di qualsiasi genere tenevano assoggettati i servi (della gleba e non) e avevano sempre ragione sugli strati sottomessi delle popolazioni; nel secolo scorso, invece, erano gli strati sottomessi che avevano sempre torto ed erano assoggettati e sfruttati dai moderni domini di qualunque genere. Come si vede, pur invertendo i fattori, il risultato non cambia. Battuta a parte (a modesto parere di chi scrive), questa fu e rimase sempre la situazione e, per uno studio serio ed attendibile del e sul mondo contadino, è da qui che bisogna partire: dall’oggettività di questi fatti e con equipes ampiamente pluridisciplinari, in quanto storia, civiltà, cultura, ecc. hanno molti riferi-menti, diversi fra loro... e non possono esistere l’uno senza la partecipazione degli altri; quello sanitario in particolare. Se ne parlerà in altra parte.

        Uno dei fattori più comuni e ricco di analogie fra il medioevo e il secolo seguente l’unità d’Italia è stato il non rispetto dei contratti di lavoro in generale: verbali, consuetudinari, scritti (quando lo erano), per stabilire rapporti fra chi deteneva un potere e i subalterni. Un esempio di questo genere lo si trova in Marc Bloch(3), il quale, parlando dei grandi, pur tenendo conto che erano Estranei o quasi allo scritto, giungevano ad esservi indifferenti, informa:

 

        Quando Ottone il Grande ricevette, nel  962, la corona imperiale, permise che fosse stipulato, a suo nome, un privilegio che, ispirandosi ai degli imperatori carolingi e forse alla storiografia, ricono-sceva ai papi , il possesso di un immenso territorio; spogliandosi in tal modo, l’imperatore e re avrebbe abbandonato al Patrimonio di San Pietro la maggior parte d’Italia e, per di più, il controllo di alcune delle più importanti vie alpine. Neppure per un attimo Ottone aveva certo pensato che queste disposizioni, pur tuttavia molto precise, potessero avere un seguito effettivo. Ci si stupirebbe meno se si trattasse di uno di quei trattati mendaci che, in ogni tempo, sotto la pressione delle circostanze, vennero firmati col fermo proposito di non applicarli. Ma assolutamente nulla, tranne una tradizione storica più o meno mal compresa, obbligava il principe a simile finzione. Da un lato la pergamena e l’inchiostro, dall’altro, senza legami con essi, l’azione: tale l’ultimo e, sotto questa forma particolarmente cruda, eccezionale risultato di una scissione molto più generale.

 

        Dopo oltre un migliaio di anni da questo avvenimento si deve registrare che questo modo di fare, pur tenendo conto delle trasformazioni antropologiche, sociali, economiche, giuridiche, ecc.; e facendo la debita distinzione fra gli strati sociali di apparteneza medievali e quelli dello scorso secolo non è cambiato molto, se non nella forma. Sono state raccolte testimonianze di tentativi di non applicazione di rinnovi di contratti(4) da parte di qualche proprietà, specie in campo mezzadri-le. Una molto significativa per valore economico e per periodo temporale, che si descrive: nella prima metà degli anni ’60 del secolo scorso, alla famiglia mezzadrile Aldrovandi Adolfo, nel periodo prenatalizio, si presentò l’incaricato della proprietà (azienda T. M.), attrezzato con mezzo di trasporto, a pretendere il maiale (che la famiglia durante l’anno aveva ingrassato). Questo in virtù del fatto che la proprietà aveva concesso alla famiglia di tenere la scrofa; quindi, per antica con-suetudine, il maiale al padrone era dovuto (secondo la pretesa dell’azienda), pur già senza diritto giuridico alcuno. Il fatto avvenne nonstante nel decennio precedente, dai contratti di mezzadria fossero stati aboliti tutti i diritti delle proprietà stesse, di pretendere dai propri contadini onoranze, regalìe, primizie e quant’altro fosse al di fuori della partitura. Partitura di tutto quanto si era pro-dotto nel podere nell’annata lavorativa solare, e che si effettuava a Natale; ma dalla quale erano esclusi gli animali da cortile, suini, le opere da braccia, da carro, da biroccia...

        Il fatto di dovere al padrone queste onoranze, primizie, regalìe, corvées... o comunque definite attraverso i secoli, alcuni medievisti le hanno definite atti simbolici di sottomissione; anche se Jcques Le Goff(5) scrive:

 

        Sappiamo che il Medioevo ha ignorato i termini simbolo, simbolismo, simbolico nel senso in cui vengono impiegati oggi.

 

        Se ne prende atto e, se anche nel medioevo ignoravano i termini citati da Le Goff, si ritiene non ci siano dubbi che i medievisti, oggi, abbiano le loro valide ragioni per fare le loro affermazio-ni; sia pure ignorando il senso dato oggigiorno. Nella sostanza, atti simbolici di sottomissione o meno, nei fatti (a proprosito di cultura materiale, ovvero vissuta), era sempre un drenaggio continuo di energie fisiche e di sostanze alimentari che i domini toglievano ai sottoposti e incame-ravano a loro vantaggio, indipendentemente da accordi scritti o consuetudinari. Inoltre, l’Andreolli, insieme con altro medievista, il Prof. Massimo Montanari(6), scrivono:

 

        Se analizziamo infatti le definizioni angariae [...] ci rendiamo subito conto che la richiesta preva-lente è quella di corvées indeterminate che il colono deve corrispondere o secondo la consuetudine del luogo o a discrezione del padrone, tenendo presente che vi sono buone ragioni per sospettare che la consuetudine locale coincidesse in genere con i bisogni del signore fondiario.

 

        Bisogni del signore fondiario che, dato il proprio potere, era più o meno arbitrio in quanto chi, oltre ad egli stesso, avrebbe potuto stabilire cosa fosse un bisogno reale e cosa fosse capriccio, o vanità, o angheria?... Questo sul piano del signore fondiario singolo, ma anche sul piano collettivo: bastava l’accordo fra poteri per realizzare i loro voleri. E questo anche avvenne. Tenendo sempre presente la contrapposizione fra domini (singolarmente o in accordo fra poteri) e servi (di qualsiasi specie), i bisogni dei primi, a leggere bene, altro non furono che il volere loro... che poteva essere realizzato in virtù del proprio potere stesso. E qui si rievidenziano i rapporti culturali e sociali fra i due mondi, dai quali si riflette e ne consegue tutto il vivere delle popolazioni più o meno da sempre. Un esempio, a dimostrazione di quanto qui detto lo troviamo nel 1256 a Bologna, la quale città si vanta di essere stata la prima in assoluto a liberare i servi della gleba.

        Risulta però che qualche sprazzo di questa idea di libertà fosse già stata realizzata altrove (ammesso che di libertà si potesse trattare allora e/o tale si possa intendere oggi). La città di Vercelli questa carta la firmò prima di Bologna, ma Bologna la enfatizzò e la divulgò. Il contenuto della carta per l’abolizione della servitù della gleba e rispettivo riscatto (della città e del contado) fu applicato l’anno dopo, nel 1257 (dicono i documenti)... ma nel XVIII secolo esistevano ancora servi e, verosimilmente, in condizioni ancora peggiori.

        A proposito di questa liberazione dei servi Francesco Panero(7) scrive:

 

        Finalmente il 25 agosto 1256 venne pronunciato il lodo arbitrale, che fissava la procedura inerente al riscatto e alla successiva manumissione dei servi registrati in un libro scritto dal notaio Ubertino (eviden-temente il “Liber maxinatarum”): fra le altre cose, si stabiliva l’entità del riscatto per ogni servo; si disponeva che il peculio servile, mobiliare e immobiliare, restasse ai domini e che per ciascuno di loro si registrasse in un libro memoriale (il Liber Paradisus, diverso da quello precedentemente menzionato) il numero dei servi posseduti; al fine di individuare l’entità del peculio, si imponeva a chiunque lo custodisse di manifestarlo e ai liberi che avessero figli di condizione servile di attribuire loro la quota di beni spettante “pro virili”; si predisponeva quindi la liberazione dei servi e delle ancelle riscattati e la loro iscrizione nel libro dei “fumanti”, cioè nel registro dei nuclei familiari soggetti ai tributi e ai servizi pubblici del comune urbano.

    

        Qui è necessario dire che col Liber Paradisus firmato nel 1256, diventa molto difficile credere alla liberazione dei servi della gleba o di qualsivoglia tipo. Per liberare quei servi il comune dovet-te raccogliere e sborsare una enorme somma di danaro per poter pagare, a coloro che li tenevano, una somma di 10 monete in bolognini per ogni adulto e 8 monete, sempre in bolognini, per i minori di anni quattordici. Il Panero dà anche le cifre (che si tralasciano). Dato l’alto costo, il pagamento fu poi dilazionato in tre anni, ma fu comunque un grosso accumulo di danaro per i domini. Il destino di questi servi in precedenza era stato di non poter essere né venduti (come avveniva per gli schiavi), né potevano andarsene in qualsivoglia luogo, da secolari generazioni, e tale sarebbe stato il loro destino futuro. Erano proprietà del signore fondiario e facevano parte dei propri  averi  e dei propri “bisogni”.

        A questo punto si impone qualche riflessione:  1) – i domini lasciarono liberi i servi?... a parte l’abitudine al non rispetto degli accordi; poiché i servi non sapevano fare altro, né, verosimilmente, gli sarebbe stato permesso di fare altro, dove sarebbero andati?... a servire altri domini! sarebbe cambiato qualcosa?... sul piano del servire, quindi del lavoro, non cambiò nulla, ma sul piano della condizione sicuramente sì, perché  2) – potevano (in teoria) cambiare padrone... ma sicuramente una parte di loro (coloro che l’avevano) si trovò senza il proprio “peculio servile, mobiliare e immo-biliare”. Per tradizione, in quel periodo dell’evo, l’autore informa che il “servo” lavorava “per il padrone cinque giorni la settimana”, gli altri due poteva “lavorarli per sé, per la propria donna e per i propri figli”, racimolando qualcosa o costruendosi “una casupola, una capanna, qualche stru-mento, un orto”. Quindi, obbligato a questa libertà dovette lasciare tutto al domino e andarsene senza nulla prendere né pretendere per sé, salvo il concesso “pro virili”. Indi, paradossalmente, coll’essere libero aveva perso anche quel poco che aveva. 3) – il comune ebbe nuovi fumanti da tassare, quindi reincamerava la spesa per la liberazione dei servi... i quali come fumanti, appunto, forse diventarono più poveri e dovettero, con le tasse che pagarono, pagarsi indirettamente una libertà che forse non ebbero, e non fu neppure chiesto loro se la volevano: ammesso che di libertà si potesse e si possa tutt’ora parlare. Il significante è solo un contenitore, il significato dipende dal contenuto.

        Conclusione: i proprietari di servi incassarono i bolognini dal comune; il comune, con i nuovi fumanti, aumentò il numero dei contribuenti; di fatto, questa liberazione dei servi della gleba, fu un accordo politico-economico fra poteri e chi ci rimise furono i servi stessi. Risultato: questa libertà (o liberazione) fu una presa in giro. Avvalorata anche dal fatto che nel 1273 il comune emise un editto per fare applicare e rispettare il contenuto del Liber Paradisus del 1256... e ancora nella prima decade del 1300 lo stesso comune ne emise un secondo, per lo stesso motivo, in quanto: o non era cambiato nulla, o si era venuta a ricreare la situazione precedente la firma... in definitiva la cosa rimase e rimane sempre poco chiara ma sempre a scapito dei servi. Un’altra cosa cambiata fu la definizione: non più servo ma fumante... e le condizioni erano rimaste più o meno le stesse; senza il “peculio servile, mobiliare e immobiliare” e, sicuramente, con le tasse da pagare... che i “domini, dati i privilegi”, non pagavano. Si chiede venia per la malignità ma... non è che i maggiorenti della città e del contado, pubblici e privati di quei tempi, con l’illimitato potere che avevano, avessero fatto la furbata, con la scusa del Liber Paradisus, di: arraffarsi ricchezze dal comune; appropriarsi del peculio dei servi; lasciare le cose come stavano prima, facendo pagare ai servi stessi le tasse che i domini stessi non pagavano?... anche se è da supporre, dovendo pagare le tasse, un pur minimo  reddito da lavoro gli fosse stato concesso.

        Informa il Prof. Andreolli che questo concetto è già stato sviluppato in un saggio (che chi scrive non conosce) dal medievista Prof. Ivan Pini.

        Se raffrontiamo questi avvenimenti col XVIII secolo troviamo che le cose non erano poi cambiate più di tanto, soprattutto in città (in campagna si moriva di pellagra e più o meno si poteva cercare fortuna in città) dove, per i servi, dopo una vita passata a servire una famiglia ricca, quando l’età e/o le condizioni fisiche non permettevano più l’espletamento delle proprie mansioni, venivano licenziati come persone libere. Senza un tetto dove andare, niente da mangiare, vestiti di stracci (sempre insufficienti d’inverno), non più autosufficienti e in balìa di se stessi, unico espediente per poter sopravvivere era l’accattonaggio ma le schiere dei mendicanti, più o meno nelle loro condi-zioni, era piena la città. In quanto il liberare i propri servi in questo modo era più o meno l’uso, almeno stando a Lodovico Frati(8). Cosicché quando questi esseri venivano messi alla porta come persone libere, pur esistendo qualche istituzione religiosa caritatevole ma sempre ampiamente in-sufficiente, avevano più o meno solo la libertà di scegliersi un luogo dove morire. In compenso, il Comune, anziché interessarsi per un minimo di assistenza e di ricovero per questi disgraziati, aveva predisposto un ottimo servizio di monatti, i quali, tutte le mattine all’alba, partivano con i loro caretti e percorrevano le strade di Bologna, a raccattare le salme di coloro che nella notte, e/o nelle precedenti 24 ore, avevano reso l’anima al Padre, per gli stenti, la fame, il freddo d’inverno, il caldo d’estate... insieme ad altri eventuali morti ammazzati dai birichini  e dai ritirati, per pochi soldi, per qualche bravata o per qualche vendetta su commissione.

        Le ragioni dell’incomunicabilità dei due mondi a sé stanti, pare siano ben documentate e vi sono pochi dubbi sul fatto che possano avere queste origini; ed evolvendosi e trasformandosi nei secoli, si vedrà che arriveranno fino a noi.

 

 



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