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\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Luciano Manini- Parte II - Capitolo I : 4 - Contratti collettivi di lavoro. Bibliografia e Note

Parte II- Capitolo I : 4 - Contratti collettivi di lavoro. Bibliografia e Note

Di Luciano Manini (del 06/12/2012 @ 06:47:52, in Parte II - Capitolo I, linkato 263 volte)

 

CONTRATTI  COLLETTIVI  DI  LAVORO:  BREVE  BIBLIOGRAFIA

 

-          Enrico Bassanelli,  Le partecipanze emiliane  in  Strutture rurali e vita contadina,  Federazione delle Casse di Risparmio dell’Emilia e Romagna, Silvana Editoriale d’Arte, Milano, 1977.

-          G. Curis, Usi Civici, proprietà collettive e latifondi nell’Italia centrale e nell’Emilia (dottrina legislazione, giurisprudenza), studio storico giuridico, Napoli, 1917.

-          Euride Fregni,  Il caso delle Partecipanze Agrarie Emiliane: da beni comuni a beni collettivi  in  Terre e Comunità nell’Italia padana,  ed. Centro Federico Odorici, Mantova, 1992.

-          Atti del primo convegno delle partecipanze agrarie emiliane. (Nonantola, 30 ottobre 1971), Bologna, 1971, s.a.;

-          G. Forni,  Persiceto e San Giovanni in Persiceto (dalle origini a tutto il secolo XI), storia di un comune rurale, Bologna, 1921 (o ristampa anastatica, Bologna, 1968).

-          Altre notizie e tesi di laurea presso la Biblioteca  G. C. Croce ,  San Giovanni in Persiceto.

-          F. Cazzola,  Storia delle campagne padane dall’Ottocento ad oggi,  ed. Scolastiche Bruno Mondadori, 1996.

-          G. Crainz,  Padania, il mondo dei braccianti dall’ottocento alla fuga dalle campagne, Donzelli, 1994.

-          F. Cazzola (a cura di) Annali 1980 – 1 – Il Proletariato agricolo in Emilia-Romagna nella fase di formazione,  CLUEB.  

 

 

 

 

 

 

NOTE 

 

        (1) – Luigi  Dal Pane,  Storia del lavoro in Italia,  Giuffrè,  Milano,  1944,  pagg. 113-4.

        (2) – Solitamente i bottegai di generi alimentari nelle campagne avevano un notevole commercio di merci da poco prezzo, e raramente venivano pagati alla consegna: per quel poco di spesa che veniva fatta era in uso il famoso libretto. Il genere più comprato era la farina di frumentone per fare la polenta. Per consuetudine le famiglie di campagna cercavano di farsene la scorta (come altre farine e granaglie) ma non sempre ci riuscivano e dovevano ricorrere alla bottega, come si diceva. Le merci che avevano più richiesta in assoluto erano le aringhe, le salacche, le sarde: che non sono uno stesso pesce con tre nomi diversi (come ha scritto qualcuno) ma tre pesci diversi con un solo nome ciascuno. Nell’ordine, i loro nomi scientifici sono (Enciclopedia Motta): Clupea harengus; Alosa alosa; Sardina philcardus.

         L’aràñghe (l’aringa) pl. aràñgh: ha uno scheletro con solo una fila di lische costali che abbracciano gli organi interni, è più polposa, può essere da uova o da latte; si mangiava cotta.

        La  sarâche (la salacca) pl. sarâch: ha uno scheletro con due file di lische costali che abbracciano gli organi inter-ni, è più minuta, ha un colore un po’ argentato, ha un sapore meno gradevole, a volte la carne un po’ scivolosa in bocca; si mangiava cotta.

        Il Sardòñ (sarda) pl. sardóñ, al m.: è notevolmente più piccolo, ha lo scheletro con una sola fila di lische. Nelle  sospensioni del lavoro per mangiare, gli si toglieva il sale grosso (nel quale veniva tenuto) rimasto attaccato, sbatten-dolo contro il manico dell’attrezzo in uso e lo si mangiava con polenta o con il pane (chi l’aveva) senza cottura; dopo il pasto metteva molta sete.

        (3) – Sui fattori era diffusissima l’opinione secondo la quale, se non diventava ricco entro qualche anno (anche se bravo agronomicamente e padrone della tecnica dei lavori della terra), era un fattore che godeva di scarsa stima e poca considerazione.  Altrettanto per  l’oman da bîsti.

        (4) – Quando la produzione era scarsa veniva solitamente incolpato di ruberia il contadino, specie se il proprietario era di città, in quanto oltre alla secolare ostilità fra città e campagna, nonché la sempre secolare nomèa del contadino-ladro-diavolo (dei camporesiani studi), non di rado traspariva una certa spocchia verso i “contadini”... sintetizzati nel detto: i cuntadén j en tótt læder  (i contadini sono tutti ladri). Inoltre, nell’ambiente medio di città era sempre albergato il concetto di essere superiore alla gente di campagna e di montagna che, arretrata per il proprio isolamento, confermava il fatto; ed essendo il cittadino anche padrone poteva permettersi parecchie libertà: da qui il termine ž cagnétt (mezzi cagnetti: dal modo arrogante col quale trattavano i sottoposti). 

        Contadini del prete: su questi esiste un antico distico toscano che sintetizza bene la situazione: Eccoci qui scalzi e laceri come ci vedete  /  per essere stati contadini d’un prete.

        (5) – Un esempio (anche se raro) di conduzione poderale in accordo fra proprietà e conduzione è stata la famiglia Chiapparini, Comune di Granarolo Emilia (BO), la quale si trova, ancora oggi, sullo stesso podere dal 1808 con contratto di mezzadrìa; trasformato in affitto nel 1988.

        (6) – Sul paiolo è opportuno chiarire cosa si intende: quello che la vocabolaristica italiana definisce paiolo, nel vissuto era ed è conosciuto come caldarîne (itz. calderina); molto più piccola, di rame, se rivestita internamente di stagno è definità la stagnæ (itz. la stagnata). Sull’orlo ha due occhielli opposti per l’aggancio del manico, unico, ad arco, il quale, ai detti occhielli è rivoltato alle estremità e forma al j uràcc (le orecchie). La calderina veniva usata e ancora si usa nelle più svariate occasioni (v. seconda parte, quarto capitolo).

         Il paiolo, incompatibile con i focolari delle case veniva usato, nei fugóñ (manufatti, in campagna generalmente costruiti appositamente per il paiolo, all’esterno degli edifici, in mattoni) anche per bollire i veñch (salici) e al strôp (intr., rami senza diramazioni che nascono dal tronco e/o dai cavâz dei pioppi da campagna, o anche dal ceppo) per fare i brell; con i quali si confezionavano cesti di vario tipo, panieri/e, panieroni, graticce, côrghi, associati a paglia si facevano burghe. Con la bollitura i vimini e al strôp andavano in succhio; appena vi si poteva mettere le mani, si toglievano mano a mano i mazzetti precedentemente selezionati secondo l’uso che se ne doveva fare e si pelavano. La pelatura veniva fatta: per i parmarû (piccoli vimini di diramazione) a mano; per gli altri, più grandi, si infiggeva un palo di legno dolce dritto in terra con la parte sporgente m. 1-1,20, si spaccava l’estremità superiore e si divaricavano le due parti in una ‘V’ stretta nella quale venivano infissi trasversalmente i materiali bolliti, uno alla volta, ancora caldi, se ne tirava la parte legnosa (al brell, appunto) e la scorza si sfilava. Era un lavoro per il quale bisognava fare attenzione alle scottature.

        Nessuno, per queste ragioni, nel paiolo, vi ha mai fatto la polenta: le dimensioni dell’attrezzo; l’impossibilità (nei fugóñ) di poterlo tenere fermo; le dimensioni che avrebbe dovuto assumere la polenta; lo sforzo umano nell’uso del mattarello sarebbe stato enorme e non sufficiente.

        (7) – Sui  bisêr  c’è da dire che a Bentivoglio fino agli anni 30 del secolo scorso un certo  Piràtt  (vezzeggiativo di Pietro), andava in giro con un sacco di tela iuta e vi metteva dentro le bisce che catturava. La zona era propizia in quan-to il territorio comunale, a quei tempi, per metà circa del proprio territorio era coltivato a riso e le bisce abbondavano.

        A Baricella (BO), fino oltre gli anni ’30 del secolo scorso, nel borgo detto al burgatâcio un uomo soprannominato Bóssal  faceva il bisciaio. Andava in giro indossando un’ampia camicia senza nient’altro sotto; si metteva in seno tutte le bisce acchiappate e ne faceva una  sgnæ (intr. quantità di qualcosa che si può mettere dentro la camicia: in passato era un fatto abbastanza comune, sostituiva le tasche). Si è saputo di qualcun’altro ma non si è riusciti a rintracciarlo.

        Un fatto senz’altro meritevole di essere conosciuto è stata l’attività della famiglia Donati di Minerbio (BO), la quale dal 1880 al 1980 è vissuta dignitosamente, al di sopra della media sociale della zona, facendo come unico mestiere i bisêr. Di questa loro attività venne a conoscenza l’Istituto Pasteur di Parigi che la contattò e chiese la loro collaborazione; nonché di catturare anche rospi (studiando i quali e sperimentando, negli anni ’30 del secolo scorso, detto istituto ottenne da questi un farmaco per  terapie atte a curare alcune patologie delle donne in stato di gravidanza). Inoltre, l’Ist. Pasteur commissionò a detta famiglia anche la cattura di ramarri e lucertole.

        Le biscie si catturavano con le mani nude o con un piccolo rametto rotto a forcella. Se non molto lontani da casa queste serpi venivano portati dentro sacchi; se lontani , i catturatori erano provvisti di un carretto poi, in seguito, di uno sgangherato camioncino con sopra i contenitori. Per le spedizioni: prima con apposite casse, traforate e spedite per ferrovia; poi, nel tempo, con appositi recipienti appropriati, in plastica.

        Sul mestiere del bisciaio, cosa interessante e ricca di informazioni v. S. Zuffi, Cacciatori di Draghi, in Riso Comunque Riso,  di  T. Artioli,  L. Manini,  S. Zuffi;  ed. comune di Bentivoglio, 1994,  pagg. 37 e segg.

        (8) – Dopo la bonifica della bassa bolognese, essendo sparite le valli, si sa solo che il lavoro col burchiello si era li-mitato al trasporto delle merci, pare, solo sul canale Navile  (tenendo in comunicazione la città di Bologna con Ferrara), in quanto era l’unico rimasto (dopo molti secoli di onorato servizio) di dimensioni sufficienti per la navigazione, dovuto al fatto che era anche il canale di immissione delle acque nelle risaie da Bentivoglio a Malalbergo. Queste risaie si trovavano alla destra e alla sinistra dell’alveo stesso. La merce di gran lunga più trasportata era il risone.

        Uno di questi burc’lær fu un certo Pietro, abitante a Bentivoglio almeno dagli anni’80 al primo 1/3 del secolo scorso, oltre al burciæl aveva anche la brôze  (barroccia) per i trasporti via terra.

        (8 bis) – La corsa dell’acqua: un giorno la settimana l’acquaiolo apriva al massimo le paratoie al fine che l’onda che veniva a crearsi pulisse il canale. Una convenzione stabiliva che quel giorno nessuno prelevasse acqua. Era la tecnica per tenere pulito il canale.

        (9) – E’ il caso del gruppo del cordaio di nome Dumézzi (Domizio), di SanGiorgio di Piano (BO), il quale aveva un collaboratore e la propria moglie a girare la manovella della mašöle... conosciuto da chi scrive negli anni ’40, già circa ottantenne. Viaggiavano sempre a piedi e la sera dormivano sotto i portici o nelle stalle dei poderi dove prestavano la loro opera. Per il cibo, quando non gli veniva dato dalla famigla alla quale prestavano la loro opera, compravano qualcosa alla bottega. A casa andavano solo il sabato sera e gli spostamenti da un luogo all’altro, sempre con gli attrezzi sulle spalle, venivano effettuati in genere prima che facesse giorno; oppure, se d’accordo, la sera prima.

        (10) – Un’azienda artigianale abbastanza grande da potersi permettere di soddisfare gran parte delle richieste di lavoro per le necessità della vita di campagna, nella loro zona fu la ditta Gandolfi, San Pietro in Casale, fraz. Gavaseto, (BO). La quale operò nella seconda metà dell’ottocento, costruendo carri agricoli, barrocci e barrocce per equini e bovini, calessi di vari tipi, aratri, vascellame da cantina (botti, castellate, mezze castellate, tini, barili...) Nel 1896-7 si trasferì a Bologna, in Viale Masini, di fronte all’attuale autostazione; dove operò fino alla seconde guerra mondiale, quando un bombardamento alleato la distrusse completamene. Calessi e barroccini? (bruzéñ - itz. biroccini-) erano il loro miglior biglietto da visita: nell’anno 1908 vinsero il 1° Premio internazionale per la costruzione di calessi, con un esemplare comunemente detto barachéñna (itz. baracchina, una via di mezzo fra il bruzéñ e la dumadòure (itz. la domatrice). Il bruzéñ era un calesse con uno sporto posteriore per potervi caricare merci, ruote grandi coperte da cerchioni in ferro, gli ultimi avevano già il cerchione coperto con gomma; era l’utilitaria dei calessi. La barachéñna era un po’ più piccola e non aveva lo sporto: era il più comune mezzo di trasporto personale degli ufficiali superiori dell’esercito italiano. La dumadòure (si traduce lett. domatrice ma in questo contesto, in lingua, questo significato non ha senso) era un calesse molto moderno, molto leggero, basso, con ruote piccole, robuste e coperte da copertone in gomma; era un oggetto di lusso. Informava negli anni ‘80 il Sig. Ivano Trigari, presidente del Circolo La Stadura, San Marino di Bentivoglio (BO), che a cavaliere dei secoli 1800-900 possedere una  dumadòure  Gandolfi  era come oggi possedere un’auto Ferrari.

        Altra ditta che costruiva attrezzi per il lavoro e la vita delle campagne era la famiglia Nascetti di San Marino di Bentivoglio. Erano due fratelli ed esercitavano il mestiere di fabbro (Ettore), e falegname il fratello; il quale non costruiva vascellame da cantina ma mobili. I due fratelli collaboravano a vicenda in lavori di fabbreria e falegnameria, ognuno nelle proprie competenze, in qualsiasi lavoro venisse loro richiesto, che usualmente non era fuori dalle esigenze del luogo.

        (11) – Carlo Poni, La famiglia e il podere, in Strutture rurali e vita contadina, Federazione delle Casse di Rispar-mio dell’Emilia-Romagna, 1977, pag. 117.

        (12) – Da sempre e per tutti, nelle campagne, il contadino era (per i vecchi lo è ancora) solo il mezzadro. Pur lavorando anch’egli la terra come gli altri, come gli altri apparteneva ad una categoria sociale e ne seguiva le logiche anche comportamentali, sia quelle interne ad essa categoria, sia nei rapporti con le altre. Quando si parla di contadini, se non si tiene conto di questo fatto, il discorso diventa improprio e spesso si parla di due cose diverse. Anche diretta pluridecennale esperienza di chi scrive.

        (13) – Franco Cazzola, Storia delle campagne padane dall’Ottocento ad oggi,  ed. scolastiche, Bruno Mondadori, 1996, pag. 147

        (14) – Nel Comune di Sala Bolognese, fraz. Bonconvento, il terziario Albertini Eliseo negli anni ’20 del secolo scorso fu cacciato (una delle poche famiglie a prendere un podere al terzo) dalla proprietà con tutta la famiglia, in piena stagione, senza addurre spiegazioni se non questa:  la tære l’é la mî e a fâgh quàll ch’a m’ pær a me  (la terra è mia e faccio quello che mi pare) e senza riconoscergli alcunché del lavoro prestato da tutta la famiglia fino a quel momento.

        (15) – Carlo Poni,  o. c.,  pag. 108

        (16) – Non si a riusciti a sapere se questo tipo di merciai/e portassero anche mutande per donna. Questo accadi-mento è verosimilmente e con ogni probabilità dovuto all’estrema riservatezza regnante e al fatto che le donne serie non portavano mutande, in quanto indice di donna  poco seria (appunto). Che in antico le donne di campagna di basso ceto non portassero mutande era risaputo. Ultima testimonianza all’Ospedale Pizzardi (Maggiore) di Bologna, anni ’70 del secolo scorso. Il fatto: una simpatica e sdentata vecchietta doveva uscire dal reparto per fare un esame strumentale e doveva indossare solo il classico camicione dell’ospedale. Le scrupolose infermiere le rivolsero le domande di routine: se sotto l’indumento dell’ospedale non ne avesse altri, mutande comprese. A questo punto la vecchietta si ribellò inviperita con questa frase: “mo par chi a m’avîv tölt, al mî dôn?… a son una done serie, savîv mé!… mé, al bragàtt, an j ho mai purtæ, avîv capé?... (ma per chi mi avete preso, le mie donne?... sono una donna seria, sapete, io!...  io, le brachette, non le ho mai portate, avete capito?...). Questo fatto destò meraviglia in tutto il personale.

        (17) – Armide Broccoli,  A cavallo del bue rosso,  CLUEB, Bologna, 1994, pagg. 86 e segg.;  Chiamavano pane il pane,  Edagricole, Bologna, 1979, pagg. 232 e segg.

 

 

 

 



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