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\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Luciano Manini: Parte II- Cap. I : 3 - Mestieri della fame e Personaggi per lavori occasionali

Parte II- Capitolo I: 3 - Mestieri della fame e Personaggi per lavori occasionali

Di Luciano Manini (del 02/11/2012 @ 13:50:23, in Parte II - Capitolo I, linkato 281 volte)

 

Mestieri  della  fame e Lavori occasionali

 

      
    
Erano questi mestieri forse solo per modo di dire, come i cacciatori, i pescatori, i ranocchiai... anche se erano costituiti da compiti ben precisi. Erano attività per sopravvivere, lavori più o meno da disperati.

 

 

Andær  a  la  buâze  (o  buvâze  [bovina])

 

        Questa attività non ha una definizione e significa propriamente andare a raccogliere sterco, ed era un lavoro che si faceva a tempo perso. Così come l’attività di andare a la caràtte, significava e significa ancora, andare a fare lavori di bonifica o di sterro con la carriola. La definizione scarrio-lante è termine calato dall’alto del sapere istituzionale (il De Mauro lo conia nel 1939 - 40), quando si trattò di mettere nero su bianco per i contratti di lavoro. Poiché l’attività di  andær a la buâze  non è assurta a lavoro con necessità di contratto da parte dell’istituzione, questa non gli ha potuto dare alcuna definizione, ed è rimasta la stessa. Seguendo lo stesso criterio, il rinomenklare questa attività si sarebbe dovuto dire bovazzante, buvazzante, bovazzaio...; se legato al lemma in lingua bovinante, bovinaio... ma sono termini non trovati, né uditi da nessuna parte.

        Non era un mestiere ma c’era chi lo faceva (uomini e donne) e il raccolto non era (come veniva fatto ultimamente, già in fase di decadenza) per raccogliere concime per l’orto o per i fiori, in vaso e non. Raccoglievano qualsiasi tipo di deiezione, lo mettevano nell’orto (che ogni famiglia, o quasi, aveva) o ne facevano una piccola massa all’ombra, ben protetta dal sole, coperta, cercando di dare ad essa la giusta umidità; questa man mano cresceva per le aggiunte e, quando capitava l’occasione, veniva venduta o utilizzata nell’orto proprio. Non era un acquisto molto ambito, non perché non fosse un buon concime ma perché era, almeno in parte, costituito da escrementi equini. I quali, non essendo ruminanti, nel loro sterco erano presenti semi di erbe che, passati indenni attraverso l’apparato digerente, avrebbero infestato il terreno coltivabile. Per questa ragione, specie le famiglie appoderate, non lo volevano ma chi era sotto padrone (come i contadini) lo doveva prendere, se gli veniva ordinato. Idem per le concimaie dei barrocciai.

 

 

Garzoni   e  serve

 

        Per garzoni si intendevano, e si intendono ancora, persone extrafamiliari di sesso maschile di età fra i 6 anni a la vecchiaia, addetti ai lavori di stalla e dei campi, presso famiglie appoderate;  all’infuori di questo quadro erano solo sêruv (servi). Le persone di sesso femminile erano sempre sêrov (serve), che presso famiglie appoderate facevano di tutto e come i maschi andavano dall’età dei 6 anni alla vecchiaia. Era manodopera a basso prezzo; il contratto, per consuetudine era sulla  parola ed era di una piccola manciata di lire e un vestito, per un periodo che andava dalla  Madonna dei garzoni (25 marzo) ai Santi (1 novembre), vitto e alloggio; trattamento: sempre da servi. L’età dei sei anni ha fatto testo dopo l’unità d’Italia ma è verosimile e molto probabile, date certe condi-zioni, che bambini (anche più piccoli), su richiesta dei genitori, fossero messi a servire anche prima di detta età, per poter garantire loro un minimo di cibo per la loro sopravvivenza, se avessero trovato una famiglia che li avesse presi. In pratica venivano allevati in famiglia, che poi, più grandi, avrebbero pagato servendola. Pure la generazione di chi scriva è stata messa sotto, come si diceva, prima dei sei anni, basta che al ragazöl al capésse  (basta che il bambino capisca), erano le mentali-tà correnti. Si sa che alla festa dell’Annunziata in determinati luoghi, sicuramente fino alla prima guerra mondiale, si svolgevano i Mercati dei garzoni. A questo proprosito il Poni, citando quelli San Giovanni in Persiceto e di Borello (Cesena), scrive(15):

 

        [...] alla festa dell’Annunziata [...] detta , braccianti e contadini poveri portavano i loro figli a un ben triste mercato.

 

        Qui è necessario precisare che i contadini, anche se poveri (e lo erano sempre, altrimenti non sarebbero stati tali) non risulta portassero i loro figli al ben triste mercato: semmai era il contrario. Anche se è vero che i padroni o suoi... volevano vedere pochi bambini in giro quando andavano nei poderi, pretendevano, però, anche sufficienti e buone braccia per lavorarli.

        A questo tipo di mercato non si sono trovate notizie di donne. La giustificazione per la messa a servire di ragazzi e ragazze in così giovane età era: almàñch j mâgnen vî! (almeno mangiano via). Ed è una innegabile testimonianza di indigenza, per quelle famiglie e in generale. C’erano anche famiglie povere (in montagna, ma non è da escludere la campagna) che prendevano bambini piccoli dagli orfanotrofi. Poiché a queste famiglie, per il bambino preso, veniva elargito una specie di sussidio, ne approfittavano per avere questo cespite per combattere la fame in famiglia.

 

 

Mendicanti

 

        Questi erano detti puvrétt, sing. puvràtt. (lett. poveretti). Invalidi, vecchi/e senza denti, poveri diavoli che non potevano (in alcun modo) procurarsi qualcosa, disperati... che andavano a piedi per le campagne chiedendo l’elemosina e dormendo dove capitava. Oggi si definirebbero barboni. Vivevano, o più precisamente, non morivano grazie al buon cuore della popolazione che faceva loro l’elemosina, quando questi si presentavano alla porta per chiederla. Raramente, nonostante la mise-ria, se ne andavano senza aver avuto, soprattutto dalle classi subalterne, almeno un po’ di polenta. Poi, quando queste se lo sono potuto permettere, anche pane. A volte veniva loro offerto un bicchie-re di vino o mezzovino o tarzanello... per dar loro la possibilità di bagnarvi il pane diventato secco, raccolto in precedenza; vino che mettevano in un bussolotto o, dopo la seconda guerra mondiale, anche in un gavettino militare. Poiché questi disperati avevano un nome o un soprannome, qualche volta si sentiva dire che Tizio l’avevano trovato morto nel tal luogo... come Viziñzòñ (Vincenzone), trovato morto sulla riva di un fosso di strada, nel bentivogliese... ma non fu il solo.

 

 

I  Perasó

 

        I perasó (intr., pl. e sing. inv.) non erano proprio lavoratori occasionali come i pescatori & C.;  il loro lavoro lo facevano a tempo pieno. Erano una specie di cow boy nostrani che, a piedi, accompagnavano bestiami ovunque venisse loro richiesto, lontano anche molti chilometri, per un misero compenso. Gli ultimi: visti andare fino ad alcuni anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, con uñ ravaldòñ ’d ’na biziclàtte (prs. catorcio di bicicletta). Erano poveri disgraziati che andavano a casa quando il loro andare li portava ad una distanza possibile. Di notte dormivano nelle stalle d’arrivo ma preferibilmente di partenza, a seconda della comodità e del tempo, anche come stagio-ne; in quanto il mattino seguente, presto, dovevano essere già a destinazione, specie se questa era il mercato. Per questo lavoro non esistevano contratti (almeno, non scritti). Il rapporto con il commit-tente, conosciuto o sconosciuto che fosse, era solo verbale, sulla fiducia, verosimilmente referenziata al committente stesso. D'altronde, essendo i perasó persone frequentanti i mercati bestiame, erano conosciuti e la fiducia se l’erano guadagnata sul campo. Da antica tradizione, per il bestiame bovino, al perasó, oltre al minimo pattuito spettavano le mordacchie (che non erano parte della paga in senso stretto ma sottinteso da antichissima costumanza che, di fatto, aveva valore contrattuale) degli animali condotti o accompagnati (come si diceva), che poi barattava o vendeva per racimolare qualche altro soldo. Gli equini venivano accompagnati con al cavzòñ (prs. il cavezzone): corda legata al collo dell’animale che finiva con un cappio al muso che inglobava la mandibola.

 

 

                    Personaggi  per  lavori  occasionali

 

        Erano persone che nelle campagne si spostavano di casa in casa a offrire la loro opera, di tipo occasionale ma necessaria. Potevano venire da lontano (nel nostro caso, in genere dal Veneto), dalle zone limitrofe o anche essere del luogo.

 

 

Ambulanti

 

        Gli ambulanti (uomini e donne) erano persone che saltuariamente arrivavano in un paese, in un borgo o andavano alle case a vendere la loro mercanzia, ben sapendo che non avrebbero potuto fare grossi affari per la cronica penuria di contante... a volte risolvevano con un baratto: un pezzetto di lardo (quando l’arždòure ne aveva il permesso), una bottiglia di latte o di vino (chi si portava la bottiglia) o altro. I generi erano vari ma il baratto più praticato era con le uova, pur col rischio della frittata nel prosieguo del loro giro. Molti erano i rifiuti all’acquisto (specie dalle famiglie meno abbienti) anche col baratto; per cui è corretto dire che il ricavo di questa categoria sociale era veramente guadagnato.

 

 

 

Arrotini

  

        L’arrotino (quando veniva da lontano) arrivava in bicicletta con la mola montata sul tubo superiore, e un’asta metallica inserita sul tubo inclinato della bicicletta stessa, per mantenere la stabilità. Messa la bicicletta sul cavalletto, smontava la catena dal rapporto con la ruota, la inseriva su quello della mola e partiva con il lavoro. Arrotava tutto quello che gli veniva dato: coltelli,  falzóñ (falcioni, specie di scure per la potatura), forbici e quant’altro. Pattuivano il compenso, facevano il lavoro e, se non era sul mezzogiorno che, in genere, venivano invitati a mangiare un po’ di quel che c’è, riscuotevano il pattuito e se ne andavano.

        Gli arrotini che si presentavano a piedi non venivano da lontano e avevano una pesante mola (la mólle) costruita in legno, da spingere a mano, secondo la tecnica di conduzione della carriola, dove i bràñch (i manici per la guida) erano i piedi posteriori dell’attrezzo da fermo. La grande ruota durante il lavoro era messa in moto da un perno a manovella, eccentrico, azionato da un’asta pedalata da un piede. Durante gli spostamenti, detta ruota era quella sulla quale faceva perno l’equilibrio, decentrato (a sn. o a dx.) e permetteva il cammino. Nell’esercizio del proprio mestiere l’arrotino collegava con una cinghia di trasmissione (che bagnava, quando si allentava, per farla restringere) la ruota alla mola, alla puleggia della pietra circolare rotante (la mola vera e propria) per metterla in funzione. Approntava un recipiente di latta contenente acqua e la faceva gocciolare (fissando il recipiente stesso su un apposito sostegno) sulla mola ed era pronto per il proprio compito. A volte, gli arrotini, riparavano anche gli scheletri degli ombrelli e facevano pure qualche piccolo lavoretto extra arrotatura.

 

 

Merciai / e

 

        Questi uomini e donne, viaggiavano solitamente su biciclette con portapacchi davanti e dietro, vendendo cotoni, stringhe per scarpe, cordelle, aghi per cucire, bottoni, fazzoletti; stoffe per camicie, per calzoni da lavoro, sottane, grembiuli, mutande per l’inverno, per il freddo; a volte portavano lana filata grossa per fare i  sfóñ  (scofoni?)  per difendersi dal freddo ai piedi, in inverno. Ma per difendersi meglio dal freddo si portavano anche al pæz da pî (le pezze da piedi) come i soldati della guerra 1915-18. Qualche volta poteva capitare che alla venditrice o venditore venisse chiesto loro di portare qualcosa di extra, es. qualche indumento intimo per le donne; un paio di mutande o una maglia per la domenica, una cravatta per gli uomini (gli ultimi merciai avevano cominciato a portare di questi articoli senza che fossero ordinati), camicie, calze o altro…  per o da la festa (16).

 

 

Ortolani

 

        Gli ortolani erano uomini che si spostavano con un carretto tirato da un magro equino. Durante la trattativa  per l’eventuale acquisto, gli ortolani facevano pascolare la bestia nel prato circostante e, comprensibilmente, ne conseguiva che la trattativa non era breve per due motivi: l’occasione per l’arždòure di avere il tempo per ascoltare le novità portate;  per l’animale avere il tempo di poter brucare un po’ d’erba.

        Altri circolavano con un furgoncino spinto a pedali con sopra agrumi (d’inverno), frutta, verdura... anche non locale, durante tutto l’arco dell’anno. Questa era l’attività che più di ogni altra era in uso il baratto.

 

 

 

Sulfanær  (solfanai)

 

        Solfanai (inv. al sing.): nei vocabolari della lingua italiana non trovato il lemma e quelli del dialetto bolognese lo danno come “cenciaiolo”. In campagna era colui che di quando in quando passava, raccoglieva e comprava di tutto; stracci pochi o niente: data la miseria, solitamente se li consumavano in famiglia. Era un mestiere paragonato a un rigattiere di basso rango, uomini (non notizie di donne) che percorrevano strade e stradelli di campagna, con un carretto tirato come detto da un malridotto somaro o con un furgoncino a pedali, a tre ruote; con la caratteristica, nei pressi delle case, di urlare: solfanàaaio!...  o anche solo: nàaaaaio!...,  spesso elencando le infime cose che comprava, le quali erano, oltre ai pochi stracci: ossa, ferro vecchio, pelli di coniglio e di talpa (appositamente seccate), pelo di maiale (col quale si facevano setole per lo spago dei calzolai e spazzole), oggetti non più utilizzabili neppure modificandoli o decontestualizzandoli, poche cose ormai inservibili... che le famiglie conservavano e vendevano per qualche soldo.

 

 

Seggiolai

 

        Il seggiolaio (sing. e pl. scranær) era uomo che costruiva (segando e lavorando con l’acceta i fusti di legno che il committente gli aveva preparato per l’occasione), legava (impagliava), riparava sedie. Viaggiava generalmente da solo, a piedi o su una bicicletta con portapacchi e, sopra a questi, paviera e gli attrezzi necessari al proprio lavoro. A volte viaggiava con un apparecchio (se era a piedi sempre) costruitosi da solo, con sopra legato tutto l’occorrente, attrezzi compresi e portato con spallacci tipo zaino; a volte (quando in bicicletta) poteva avere apparecchio e portapacchi. Pattuiva il compenso e a mezzogiorno, per antica tradizione, il pasto; era una razione di cibo uguale di quel poco che c’era ai componenti della famiglia.

 

 

Spazzacaméñ  (spazzacamini)

 

        Gli spazzacamini generalmente venivano da fuori e viaggiavano in piccoli gruppi (2-3unità), visti sempre a piedi; andavano alle case cercando di racimolare qualche soldo pulendo i camini dalla caligine, con corde e una specie di zappetto o picca per togliere le incrostazioni che nel tempo si erano formate lungo la canna fumaria. La famiglia ci metteva il fasàtt (la fascina di ramoscelli) grande quanto basta per essere tirata su e giù per il camino e il telone per chiudere la cappa, al fine di contenere (per quanto possibile) il polverone di fuliggine che ne sarebbe venuto. Dopodiché uno magro saliva su per la canna fumaria e con la picca toglieva le incrostazioni. Si ricorda uno degli ultimi gruppetti di spazzacamini venuti a pulire il camino (fondo Broglio, tenuta Monari), il cui capo pretese che qualcuno della famiglia andasse fuori a vedere il magro, infilatosi su per la canna fumaria, mettere fuori un braccio tra gli spazi della cima del comignolo, a garanzia che questa (la canna fumaria) era stata pichettata tutta a dovere. Gli spazzacamini dicevano di non lavarsi il viso, né le mani perché faceva loro screpolare la pelle. Infatti avevano sempre il viso sporco di fuliggine.

 

 

Stagnai  (o  stagnini)

 

        Erano detti magnàñ o stagnéñ, (magnano o stagnino, inv. al sing.), in città detto anche cóñzalavézz (concialaveggi). Veniva in genere dalla città o da un paese vicino, se non abitante addirittura nel proprio. Nel contado viaggiava a piedi, tirando un carretto carico della fucina, un sacco con dentro il carbone, gli attrezzi atti alla bisogna e il materiale necessario per adempiere al proprio lavoro. Andava alle case a chiedere chi avesse bisogno del magnano (cosa che facevano più o meno anche gli altri mestieranti per quanto di loro competenza). Dopo la seconda guerra mondiale, alla fine degli anni ’40, probabilmente stava tramontando l’antica usanza di invitare a mangiare, a mezzogiorno, con la famiglia, i mestieranti occasionali girovaghi; in quel tempo è stato visto uno stagnino di Bologna città, dopo essersi comprato (alla bottega del paese), un po’ di pane e companatico, mangiarselo in solitudine, bevendo acqua presa alla fontana del paese. Rimane da dire che questo stagnino, oltre ad andare alle case e servire le famiglie, quando arrivava faceva un giro per il paese ad annunciare il proprio arrivo, raccoglieva gli attrezzi da riparare, poi vi si stabiliva nel centro ed eseguiva il lavoro, compreso quello che gli veniva anche portato.

        Un altro, abitante a San Rufillo (BO), partendo dopo l’epifania, nel tempo di un anno, faceva il giro: Pianoro, traversata per Sasso Marconi, Casalecchio di Reno, Bologna, di nuovo S. Rufillo per la settimana di Natale. Quasi ogni fine settimana, con mezzi di fortuna, tornava a casa dalla propria famiglia. In questo annuale percorso si portava pure un muta di burattini e, la sera, quando c’erano le condizioni, dopo cena, intratteneva un suo ormai abituale pubblico con uno spettacolo di burat-tini, dietro compenso di un fiasco di vino... ma se non c’era il vino, niente burattini!

 

 

Venditori  di  materiale  vario

 

        Anche queste figure, uomini e donne, si vedevano per le campagne con biroccini tirati da malandati equini o spingendo furgoncini a tre ruote, con sopra materiali vari, per pulizie e altro: vendevano grucce per appendere abiti, alcuni anche brusche e striglie per animali bovini ed equini; scope (anche se in campagna di solito se le facevano in proprio), sapone da bucato, qualche saponetta, acchiappamosche (in vetro e, gli ultimi venditori, anche a cordella), spugne, zampironi per le zanzare, pentolame, piccoli oggetti da cucina, cose varie... Gli ultimi avevano incominciato a vendere anche detersivi.

 

 

Venditori  e  venditrici  di  pesce

 

        Sì, erano rari ma c’era anche qualcuna/o che si era fatto una clientela che ogni tanto comprava pesce. Non c’era un grande commercio ma a date stabilite, ogni 7 – 14 giorni o periodi diversi, il/la pescivendolo/a passava a vendere pesce, anche di mare. Gliene compravano poco perché costava, e le donne di campagna, con quel poco, la loro fantasia, un po’ di patate, qualche odore... riuscivano a mettere in tavola, per una volta, un po’ di pesce per la famiglia... solitamente la sera.

 

        Nelle classi subalterne erano necessari anche altri lavori, come costruire scale, scaletti, orditoi, panchetti, ilzéñ (intr. specie di slitta o treggia per trasportare la canapa appena lavata dai maceri al luogo della stenditura) e tanti altri strumenti ancora. Queste classi, di qualsiasi servizio si servivano il meno possibile (solo l’indispensabile), in quanto ogni servizio al quale fossero ricorsi erano sempre soldi (per quanto pochi) che andavano ad aumentare il passivo dei propri bilanci familiari. Quando la famiglia non era sufficiente o non c’erano le capacità per fare, costruire, riparare... oggetti dei quali avevano bisogno, facevano a mañ iñsàmm o a žêrle (lett. a mano insieme o intr. – si aiutavano l’un l’altro); per antica consuetudine ma... soprattutto per risparmiare. Ulteriori notizie sulle varietà di mestieri, permanenti o saltuari, v. Armide Broccoli(17).

        Oltre ai contratti di lavoro individuali, familiari o per categorie, se contratti si potevano defi-nire, ne esistevano altri, scritti, di tipo collettivo, a cominciare dalle partecipanze, tutt’ora esistenti (alcune), che risalgono ai secoli XI – XII, ampiamente documentati nelle loro sedi e nei Comuni di San Giovanni in Persiceto, Medicina, e altre nella provincia di Bologna, nonché Cento, in provincia di Ferrara. Inoltre, in Emilia-Romagna, specie negli ultimi due secoli, si sono stipulati contratti collettivi dove i prodotti venivano ripartiti o lasciati alla proprietà (tutti o in parte) o corrisposti in denaro. Questi contratti hanno varie denominazioni e variano anche a seconda delle zone e dei prodotti (qualche volta anche per un solo prodotto), oltre alla variazione dei termini nei contratti stessi: compartecipazione, partitanza, compartecipanza, collettivo, cooperativa, boarìa, affittanza collettiva, terzierìa... su questi tipi di contratto v. breve bibliografia che segue.  

  



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