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\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Luciano Manini: Parte II- Cap.I - 2 - Mestieri legati all'agricoltura

Parte II - Capitolo I : 2 - Mestieri legati all'Agricoltura e alla terra

Di Luciano Manini (del 29/10/2012 @ 15:12:29, in Parte II - Capitolo I , linkato 303 volte)

 

        I mestieri legati all’agricoltura erano tutti quelli dei quali l’agricoltura stessa aveva bisogno e si serviva per averne l’attrezzatura da lavoro, l’utensileria domestica, l’arredamento e altro; per la costruzione, fabbricazione e manutenzione di tutto ciò che era necessario per lavorare la terra: case coloniche, stalle e fienili; porcili, forni, pollai (quasi sempre in un unico manufatto); pozzi, pozzi neri, maceri, manufatti vari per servizi,  fugóñ (manufatti di forme diverse , in muratura, tutti atti a scaldare una certa quantità di acqua nei  paioli(6) e altro.

 

 

Barrocciai

 

        Il barrocciaio era l’antico trasportatore, anche in città, di tutto quello che veniva prodotto in campagna di agricolo e non, nonché di ciò che la campagna aveva bisogno e doveva essere trasportato in ogni dove. Faceva ogni tipo di trasporto con barrocce e carri, sempre a trazione animale, in genere cavalli, e sempre per vie di terra.

 

 

Bisciai

 

        Bisêr,  sing. inv. (itz. bisciai, mestiere poco comune): erano uomini (non si sono avute notizie di donne) che in alcuni comuni della provincia di Bologna andavano per le campagne, per acchiap-pare bisce. In  genere erano braccianti che cercavano di arrotondare un magro e insicuro salario da giornaliero. Nei giorni di disoccupazione s’incamminavano nei terreni e nelle zone adatte, in genere umide, in cerca di questi rettili; che poi, dietro modesto compenso, spedivano in apposite casse di legno, a destinazione. Di alcuni abbiamo notizie certe(7).

        In Minerbio è esistita la famiglia Donati (l’unica che si sia saputo) vissuta bene col solo mestiere di bisciai.

 

 

Bottai

 

        Potevano anche essere costruttori e venditori di botti ma facevano manutenzione ed eventuali riparazioni al vasslâm (vascellame) da cantina, per aziende, famiglie appoderate e per tutti coloro che potevano avere una cantina. Il bottaio allentava i cerchi delle botti, toglieva alcune doghe, vi entrava, e con un attrezzo detto zapàtt o razâj (itz. zappetto o raschiatoio) toglieva l’incrostazione interna che nel tempo si era formata. Raschiata la botte e guardato che non avesse difetti (nel caso li correggeva), rimetteva doghe e cerchi al primitivo posto e la botte medesima, se non presentava odori particolari per essere scartata, avrebbe continuato a fare il proprio dovere di contenitrice di vino per anni ancora. Questo mestiere non era pagato in denaro ma, per antica costumanza, a mezzogiorno al bottaio spettava il pasto per ogni giorno di lavoro (come ai seggiolai, calzolai ed altri che andavano alle case a fare lavori per la famiglia), e al tæs (intr., l’incrostazione che il bottaio toglieva dalle botti); che poi vendeva: serviva per fare polvere da sparo.

 

 

Burchiellai  o  burchiellari

 

        Nell’idioma burc’lær, (sing. e pl. inv.). Erano così definiti (solo uomini, non si è saputo di donne, anche perché lavoro molto faticoso) coloro i quali facevano trasporti con al burc’æl (il burchiello) In lingua, quel tipo di barca è definito burchio. Il burchiello era una piccola imbarca-zione, leggera, a fondo piatto, usato per il trasporto fluviale e vallivo, anche se nelle valli prevaleva al barchéñ (il barchino), sempre a fondo piatto ma più stretto, qui manovrato con remi o pertiche. In zona al burc’æl si usava, lungo i canali, per il trasporto di qualsiasi tipo di merce, soprattutto risone, tirato da uno o due equini di grossa corporatura.

       Sul canale Navile, l’equino tirava il burchiello camminando su un largo sentiero battuto, all’interno dell’argine destro; mentre il burchiellaio, con pertica in mano, manovrava per tenere sufficientemente scostata soprattutto la prua del burchiello stesso dalla riva, onde evitare che si impuntasse e tutto il burchiello non sfregasse: sarebbe aumentato lo sforzo dell’animale. Qualcuno aveva il burc’æl e la barroccia per trasporti via terra e poteva sfruttare, nel proprio lavoro, le due opportunità. Il trasporto col burchiello si faceva nelle zone dove si coltivava il riso in quanto si aveva la possibilità di sfruttare i canali che portavano l’acqua alle risaie. In  autunno, nel periodo del trasporto del risone, venivano chiamati un buon numero di barrociai dai paesi vicini, con solo cavallo e finimenti, per smaltire il lavoro di trasporto del risone all’ammasso in città(8)...

        Il trasporto merci sul navile fatto con i burchielli era semplice ma attenzione al carico: doveva essere equilibrato per evitare ribaltamenti, e occhio al peso, che doveva essere compatibile con la forza della corrente che il cavallo, tirando, doveva vincere. Le merci che andavano dalla campagna alla città venivano caricate sui burchielli e ivi portate. Quelle poche che viaggiavano in senso con-trario, vi venivano ugualmente caricate, ma in quantità compatibile con la presenza sul burchiello stesso anche dell’equino. Arrivato il burchiello a destinazione in città, se non c’era un carico per il ritorno, il burchiellaio vi caricava sopra il cavallo e ritornava alla propria destinazione trasportato dalla corrente e, ovviamente, guidato con la pertica, come quando carico.

        Per il canale Navile da Bologna fino al mare (oltre ad aver navigato la Bucintoro dei Bentivo-glio per il viaggio di Lucrezia Borgia fino a Ferrara, dal proprio marito Alfonso I D’Este), navigava, fino alla prima guerra mondiale, anche un barcone (detto dai bentivogliesi al barcòñ) per trasporto persone in comitiva, ma non si sono trovate notizie di regolare trasporto pubblico di persone. Non è attendibile, come scrive qualche autore, che il trasporto merci sul navile avvenisse con barconi: non erano compatibili per le loro dimensioni. Quelle poche volte che il barcone è stato visto passare per il navile, è sempre stato solo nei giorni festivi, solo carico di persone e mai oltre la località Bentivo-glio. Se si osservano le funzioni del navile, se ne deduce che non poteva essere che così: nei giorni feriali non sarebbe stato possibile far circolare il barcone in quanto, essendo grande, non avrebbe potuto permettere il passaggio dei burchielli venienti in senso contrario. Circolazione possibile contemporaneamente nei due sensi con i burchielli. Inoltre i barconi sarebbero stati troppo grandi e pesanti per essere caricati di merci, quindi gestiti con difficoltà, data la maggiore distanza dalla riva: il tiro di un cavallo non sarebbe bastato, e attaccare più cavalli avrebbero dovuto lavorare di sguin-cio e l’ultimo, troppo vicino alla riva, avrebbe potuto rovinare o far franare la sponda del sentiero; attaccarli appaiati avrebbero avuto poco spazio in quanto il sentiero era ideato per un solo animale. Altre ragioni per le quali non si potevano usare barconi per il trasporto merci sul navile, oltre a quanto detto erano: a) – il pescaggio della chiglia (troppo profondo), che oltre Bentivoglio, venendo prelevata l’acqua per le risaie, non ne avrebbe avuto a sufficienza per galleggiare; b) – la non possibilità di gestirlo (carico di merci) da parte dell’uomo, in quanto peso esorbitante rispetto alle proprie possibilità muscolari, anche se avrebbe potuto essere aiutato da un campagno di lavoro. Inoltre, la pertica: si sarebbe piantata troppo nella sponda e sarebbero state didifficoltà. Tutto questo avveniva in modo compatibile col contesto delle piene del canale, della corsa dell’acqua(8bis), della praticabilità del sentiero, della disponibilità e della regolazione delle acque da parte del-l’acquaiolo, quale operatore per conto dell’azienda erogatrice dell’acqua.

 

 

Canapini

 

        Detti canapéñ (sing. e pl. inv.): i canapini esercitavano il proprio mestiere in gruppetti di poche unità (3-4-5). Chiamati, andavano presso le aziende produttrici o fondi produttori di canapa per trattarla, dopo la gramolatura e prima della consegna per la vendita. Il lavoro consisteva nell’elimi-nare l’eventuale scarto e fare al ciôp (sing. ciôpe); termine intr.: mettere in un'unica ciôpe il tiglio di 8-10 mannelle gramolate e pulite dai canapuli, pressapoco tutte della stessa lunghezza, per formare un determinato spessore, piegato a tortiglione in modo che la  mazzöle facesse una bella e squadrata testata, detta tæste dla mazöle (itz. mazzòla?). La mazzòla era un fascio di grosse ciôp, in genere 20, legate con tre legacci ottenuti dall’accorpamento del tiglio di due mannelle come detto sopra. A quanto risulta, la canapa è sempre stata commercialmente libera fino alla costruzione degli ammas-si; poi a questi consegnata, fino al termine della produzione, negli anni cinquanta del secolo scorso.

        Oggi si vuole riprendere la produzione della canapa con tecniche nuove; qualche anno fa si è costituito un Consorzio per la produzione della canapa con sede nazionale a Ferrara. Aumento delle malattie della pelle: è il motivo. Quando si portavano vestiti di canapa, si dice, di malattie della pelle ne esistevano di meno.

 

 

Cordai

 

        Anche il mestiere del cordaio si esercitava in gruppetti di persone, solitamente tre (dei quali uno era un ragazzo o una donna) e andavano dove erano chiamati; in genere aziende, famiglie appoderate… a fare corde per diversi usi: da tirêr dai cû (intr. – da tirare dalle testate dei canapari, quindi lunghe più del morello più lungo del podere o dell’azienda). Inoltre facevano sòugh (sing. sòughe [intr.]), tipo di corda grossa come la precedente ma lunga solo quanto bastava per  legare carichi su mezzi di trasporto; corde per stendere il bucato e ogni altro tipo di corda venisse loro richiesto, comprese al fróst (le fruste) dette anche scûri (sing. scûrie) Il materiale (la canapa) era sempre di spettanza del richiedente (se non l’aveva doveva pagarla al cordaio che eventualmente l’avrebbe procurata). L’attrezzatura era sempre della squadra del cordaio(9).

 

 

Fabbri

 

        Buona parte del lavoro dei fabbri era costituita dalla battitura dei vomeri e qualche volta di coltri per gli aratri, che aziende e conduttori di poderi, in estate e in autunno, portavano loro. Quando i vomeri erano consumati dall’uso e non riuscivano più a tagliare in modo completo, orrizzontalmente la laga, il fabbro li portava alle dimensioni originarie saldandovi una piastra di ferro dalla parte del taglio, opportunamente sagomata e ben battuta. Questo accorgimento ne consentiva un uso perfetto per molti anni ancora. Altre attività dei fabbri erano le costruzioni, riparazioni, manutenzioni degli attrezzi da lavoro (in ferro) per le svariate necessità della vita, dei lavori, agricoli e non.

 

 

Falegnami

 

        L’utilità del lavoro dei falegnami consisteva nella costruzione, riparazione, manutenzione… dei vari tipi di attrezzi in legno (almeno in parte) necessari nei lavori dell’agricoltura e non. I falegnami a volte erano anche bottai e costruivano pure vascellame da cantina. Se la famiglia del falegname era numerosa normalmente eseguiva lavori che si completavano con la fabbreria, come carri agricoli e barrocci per bestiame bovino, barrocce per bestiame bovino ed equino, calessi, barroccini e carretti  per svariati usi… tutto quanto necessario per cantine grandi e piccole; altro a seconda delle necessità del territorio. Nonché mobili per la casa e per ogni altra necessità. Un buon esempio ne fu la famiglia Gandolfi di Gavaseto(10), fino alla fine del XIX secolo. Generalmente, però, erano di più le famiglie ad attività unica.

 

 

Gargiolai  (o  Gargiolari)  

 

        Garžulær, (sing. e pl. inv. -itz. gargiolai o gargiolari; urbano šgažulær-). Pure i gargiolari ope-ravano in gruppetti di poche unità e si distinguevano dai canapini per le diverse funzioni che questi avevano, nei diversi trattamenti della canapa e nel contesto del loro lavoro. Il nome gargiolaio viene, appunto, da gargiolo; ottenuto dalla cernita della canapa più fine. Loro compito era quello di trattare, pettinare il gargiolo per poi essere filato e tessuto. Da questa lavorazione si ottenevano tre scelte:  a) – ramndî, sing. ramndæl (intr.). Era la parte del tiglio che ricopriva il fusto della pianta. Dopo la starpunæ (itz. starponata, a Pieve di Cento detta  tâj [taglio]) in tre pezzi, poi pettinata ne uscivano i ramndî che erano la parte più fine della concia, i quali, filati, davano il filo. A volte si faceva una lavorazione ancora più fine e si otteneva al muræl (intr.: itz. darebbe morale o morello ma nell’ambiente, in questa accezione, rimarrebbero termini senza senso in quanto apparterrebbero ad altri contesti). Con il muræl  si otteneva il filo più sottile di tutti gli altri, ottenuti con le scelte successive. Con la tela da questo ottenuta si facevano le doti da sposa per le ragazze della famiglia, ma non sempre; si usava parimenti anche tela fatta con filo di ramdæl senza la distinzione fra bdæl e muræl. Con questi due tipi di tela si facevano anche biancheria intima, asciugamani, lenzuola e quant’altro si potesse ottenere di fino; b) – manæle (pl. manæl, itz. mannella): era la seconda scelta (parte migliore dello scarto del gargiolo non usato per i ramndî), la cui filatura e tessitura dava la  tàile ed manæle (tela di manella), con la quale si poteva fare praticamente di tutto ma era particolarmente usata per fare pantaloni, detti ed rigadéñ (itz. di rigatino); verosimilmente perché questi, qualche volta fino alla seconda guerra mondiale, venivano tinti in toto o con righe colorate in blu o marrone. Questo fatto, molto probabilmente, è un’eredità fin dal primo ’600, quando da quelle parti e non solo, si portavano le brache a righe; la maschera del Narciso da Mal Albergo ne è buon testimone. I calzoni dei vecchi, a volte, erano tinti in tinta unica, molto tempo prima dell’avvento dei  jeans americani; c) – tûz, sing. tôz, (intr.: itz. darebbe tozzi; essendo parola monosemica non ha senso in altri contesti), terza scelta, la più rozza: era il primo scarto ottenuto dalla lavorazione che, filato, dava la tàile ed tôz (lett. tela di tozzo), la quale serviva per fare sacchi, teloni da carro e altro, nonché lenzuola per i ragazzi, per i bambini (chi scrive compreso). Quando le lenzuola erano nuove e i ragazzi la mattina si alzavano dal letto, potevano avere la pelle rossa e non immune da qualche piccolo graffio.

        A proprosito di gargiolari e canapini è quanto meno opportuno chiarire il significato dei due termini che (capita spesso) vengono fraintesi e confusi l’uno con altro; nel contempo serve come esempio di lettura per un qualsiavoglia elemento delle culture materiali. Questa distinzione si con-cretizza nel contesto dell’oggetto di cui si parla. Poiché in quel mondo non esiste nulla in sé, e tutto quanto lo compone (attrezzi, azioni, psicologie, comportamenti, superstizioni e quant’altro) trova la propria ragione di essere in un contesto, appunto, si approfitta per dire:  a) – i  gargiolari (detti anche cuññ [itz. concini, conciatori?]) conciavano il gargiolo secondo la tecnica necessaria per predisporlo ad ulteriori lavorazioni per uso domestico; quindi, il fine di questa attività rientrava nel contesto dell’economia domestica; b) – i canapini lavoravano la canapa secondo una tecnica richie-sta per l’ammasso; quindi, il fine di questo lavoro era il mercato. Cosa che, verosimilmente, è stata da sempre. Questo chiarimento per dire che, purtroppo, a volte può capitare, che senza inquadrare l’argomento nel contesto che gli è proprio, possa comparire altra cosa che potrebbe essere definita o indefinita; in quest’ultimo caso potrebbe anche essere qualsiasi cosa. Questo stesso discorso vale pure per i  contadini, comunemente intesi.

 

 

Maniscalchi

 

        Compiti dei maniscalchi era la ferratura degli equini e (alcuni) manutenzione e riparazioni dei loro relativi finimenti, facendo pure il lavoro di sellaio; anche se, nelle zone del bolognese, le selle erano rare. Altra attività che poteva capitare al maniscalco, ma non in grande quantità (solo coloro che economicamente se lo potevano permettere), era la pianatura dei bovini, delle aziende e delle famiglie appoderate che non lo facevano in proprio.

 

 

Muratori

 

        Erano uomini che provvedevano ai lavori di muratura, molto vari, che andavano dalle nuove costruzioni di manufatti, a lavori di ristrutturazione, di manutenzione (anche dei maceri in muratura),  rifacimenti  per cambiamento d’uso di stabili, ecc.

 

 

Categorie  sociali  della  terra

 

       Queste categorie, sia pure con rapporti e contratti diversi, sia fra loro, sia fra categorie, tenute (aziende) e aziende di diverso tipo e attività, erano la popolazione che lavorava direttamente la terra o che con essa avevano in qualche modo un rapporto, ed era sicuramente la stragrande maggioranza degli abitanti delle campagne.

 

 

 

Affittuari

 

        Famiglie con il fondo in affitto: se lo lavoravano e ne godevano tutti i raccolti fino a fine contratto. Se alla fine di questo (in genere 9 anni, rinnovabile), il fondo, per un qualsivoglia motivo, avesse subito un deprezzamento, la famiglia affittuaria avrebbe dovuto rifondere il danno, se non rinnovato il contratto. Questo come indicazione di massima in quanto, indipendentemente da quanto scritto nei contratti, ciò che valeva erano gli accordi verbali e/o le imposizioni dall’alto.

 

 

Boari  o  Bovari

 

        Erano uomini legati ad aziende in economia, con l’obbligo di abitare sull’azienda con tutta la famiglia (il bestiame andava sorvegliato anche di notte). Poiché fare il bovaro era un lavoro privilegiato rispetto alle altre categorie di lavoratori, bisognava conservarselo. Le aziende in economia, nelle zone in questione, avevano una boaria per avere bestiame bovino che, oltre a essere un capitale, veniva usato per i lavori dell’azienda stessa, coltivata umida, asciutta o anche mista. Inoltre  il bestiame bovino produceva un ottimo letame per la concimazione dell’azienda; le vacche, pur se da lavoro, davano vitellini e latte. Molte aziende avevano anche qualche cavallo per i lavori e i trasporti extra aziendali o, nelle aziende risicole, portare i covoni del riso (portato in cavedagna dai portantini) all’aia per la battitura, e per tutte le necessità. Qualche azienda risicola aveva un cavallaro per l’uso di equini nei lavori risicoli e trasporti aziendali. Al contrario, nelle risaie piemontesi e lombarde,  usando i cavalli, esistevano i cavallanti.

 

 

Cacciatori

 

        Un fucile da caccia l’avevano molte famiglie, anche poco abbienti, ma i cacciatori veri e propri, con la passione per la caccia, erano pochi. Il fucile era tenuto in casa in genere, se ce ne fosse stato bisogno, per spaventare qualche animale o malintenzionato, sparando (all’occasione) un colpo o due in aria, per dire che si era all’erta. Inoltre per andare a caccia occorreva la licenza e per le famiglie meno abbienti questa era una ulteriore spesa che, per essere remunerativa, doveva procurare soprattutto cibo o comunque un’entrata economica superiore alla spesa e delle cartucce sparate: Vuoi che vada a sparare a un passero?: diceva Giovanni C., non ci pago neppure la cartuccia! Questo signore ne sapeva certamente qualcosa: ancora agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso la propria famiglia, d’inverno, mangiava una sola volta al giorno in quanto non poteva permettersi di più, salvo correre subito dopo le  prime giornate lavorative, a portare la paga appena  percepita al bottegaio che gli aveva fatto credito, per decurtare il debito. Per di più era da mettere in conto il tempo perso (come si diceva) per andare a girare e camminare per cercare la selvaggina. Qualche volta l’andare in giro col fucile da caccia poteva essere una giustificazione per cercare qualcosa, extra dalla caccia, da portare a casa, prendendola dove la si trovava: frutta, qualche animale da cortile... È noto il luogo comune che al ritorno dalla caccia, un cacciatore si sente domandare dalla moglie:  cos’ hai ammazzato, oggi?  Ed egli di rimando:  un cocomero!

        I contadini poi, se avessero avuto la passione per la caccia, potevano essere richiamati dal padrone, il cui primo permesso (non scritto da nessuna parte ma sempre presente per qualsiasi cosa) rispetto ad eventuali altri, era determinante. Anche qui si tratta di vedere a quali condizioni, in quanto difficilmente concedevano elargizioni, anche se piccole, senza contropartita.

 

Coloni  parziari

 

        Categoria di famiglie, in genere numerose, appartenenti alla colonìa parziaria: lavoratori della terra, appoderati, ma con contratto più o meno variabile rispetto alla mezzadrìa, per quanto attiene alla partitura dei prodotti, doveri e obblighi, con diritti a discrezione della proprietà. Contratto, come altri, raramente rispettato. Il colono, come il mezzadro, (fosse scritto o meno) aveva l’obbligo di abitare sul fondo. Colonìa e mezzadrìa erano categorie associate: era considerato colono anche il mezzadro.

 

 

 Mezzadri  (i soli, veri  Contadini)

 

        Famiglie in genere numerose o molto numerose, che lavoravano un fondo di una tenuta (gran-de proprietà composta da molti poderi) e ne dividevano (in teoria) a metà i raccolti. In realtà l’argo-mento è molto più complesso e meriterebbe un approfondito studio e non solo una testimonianza. Da una ricerca accurata e approfondita, effettuata insieme al Broccoli, a conti constatati, penna alla mano, risulta: tolta la pigione per la casa, la decima, le regalìe, le onoranze, le primizie, gli obblighi e i lavori per la proprietà non pagati (scritti o non scritti che fossero nel contratto) ed altro ancora, sempre in base al fatto che il padrone , il contadino , il reddito più o meno netto, per quanto buono, non superava 1/3 per il mezzadro. In caso di disgrazia (es. morte di un bovino per un qualsiasi motivo, gli veniva addebitata anche la parte della proprietà; se gli animali da cortile fossero stati sterminati dalla morìa, il contadino doveva comprare quanto stabilito dal contratto di mezzadria, in polli o altri animali conforme allo specificato e far fronte al dovuto. Per le opere da braccia, cariaggi o altro, se non avesse potuto ottemperare a quanto stabilito, doveva mandare opere e pagarle...) la parte del contadino diminuiva ancora... Anche il Poni, al riguardo, scrive(11):

 

        La dipendenza dei contadini, che si esprime ancora nei primi decenni di questo secolo in forme di umiliante sudditanza (diritto padronale alla visita della casa colonica in qualsiasi ora del giorno e della notte, controllo padronale sulla dimensione della famiglia, ecc.), aveva una certa contropartita nella protezione accordata dal proprietario, che era il naturale patrocinatore del proprio mezzadro in tribunale, come in tutti i rapporti con l’autorità statale. Soprattutto quando era necessario far ricorso alla scrittura.

 

        Come si vede, anche il contadino, in certo qual modo, era proprietà padronale. Quindi, senza diritti propri e sottoposto a qualsiasi vessazione impostagli come legge: non scritta nei codici ma nel volere di chi comandava. Si supponga, in teoria, un disaccordo fra proprietà e contadino (che non sarebbe mai avvenuto perché escomiato prima): il proprietario avrebbe dovuto perorare la causa e le ragioni del proprio mezzadro contro se stesso... un ossimoro!!! È un fatto che il trattamento del bestiame era migliore rispetto a quello che riservato al contadino in quanto era capitale, la famiglia non lo era e ce se ne poteva sbarazzare a piacere. Generalmente i contratti scritti non avevano valore reale: il volerli accettare come unità di misura per stabilire i rapporti fra contadini e proprietà dareb-bero un risultato solo teorico, senza alcuna attendibilità oggettiva.

        Di contadini ne esistevano: con proprio capitale, con capitale parziale in varie misure, e senza capitale(12). Nella cultura non accademica era contadino solo colui il quale aveva l’obbligo di abitare sul fondo e vi era legato dal contratto di mezzadria; se legato al podere con altro tipo di contratto aveva altra denominazione ed era riferito ad altra categoria sociale ma non a quella di contadino. In qualche contratto scritto dei secoli passati si è trovato scritto che il locatario (o il conduttore, o il contadino, o con altra denominazione)  non deve uscire dal perimetro poderale senza il consenso del proprietario o suoi… intesi come coloro che lo rappresentavano.

 

 

Opere  avventizie

 

        Le opere avventizie erano i braccianti, detti anche opere a giornata, per qualsiasi tipo di lavoro. Su questo argomento è appropriato lo studio del  Cazzola(13),  il quale così si esprime:

 

        Occorrerà, anzi, prendere subito le debite distanze da una lettura della realtà bracciantile padana troppo rigidamente , che ben poco spazio lascerebbe alla considerazione delle persistenze culturali e delle vischiosità sociali che ovunque distinguono il mondo agrario e la società rurale. Un’im-magine ideologica del bracciantato come classe indifferenziata e per questo assimilabile a quella degli operai di fabbrica è presente nella storiografia italiana. Accettando questa impostazione si finisce per sottovalutare o per escludere dall’analisi proprio una delle caratteristiche essenziali del bracciantato: la molteplicità delle fonti di reddito, di occupazione e di sopravvivenza, che pongono il bracciante in rela-zioni multidirezionali con i restanti strati della società contadina.

 

        A questo punto si approfitta per informare che la sommarietà e la schematicità del prospetto, nonché per le assenze dei contesti, è opportuna una lettura del capitolo non troppo letterariamente rigida. Inoltre, gli accordi non scritti e il non rispetto di quelli scritti, fanno diventare cosa improba l’essere dettagliati e precisi.

 

 

Opere  fisse

 

        Personale privilegiato, anche femminile, assunto in aziende in economia con contratti lunghi per anni, con precisi e vari compiti, a seconda delle necessità e anche del livello di scolarizzazione individuale dell’assunto, pure se analfabeta (cosa molto frequente in passato). Personale scelto dall’azienda, di indole ubbidiente e quiscente agli ordini, e anche un po’ invidiato per avere la garanzia del lavoro tutto l’anno. Le aziende tenevano caro questo personale anche per fare opera di crumiraggio (diceva il bracciantato). È un fatto che durante gli scioperi le opere fisse lavorassero. Si sono verificati casi nei quali  le opere fisse si sono messe a difendere la proprietà contro le opere giornaliere in sciopero (fatto abbastanza naturale: difendevano il proprio lavoro). La minaccia del licenziamento, era sempre un’arma efficace per l’azienda, per tenersi stretti coloro che si erano scelti o che si erano offerti accettando a priori le condizioni, e che facevano al caso loro. Fra “crumiri” e bracciantato, nel secolo dopo l’unità d’Italia, si sono avuti anche scontri.

 

 

Passerai,

 

        I passerai erano uomini in zona o dei dintorni, come i cacciatori, i pescatori, i ranocchiai, i trifolai… (molto pochi, non si è saputo di donne), in genere opere che d’inverno, quando la neve copriva la campagna, chiedevano il permesso a famiglie appoderate (alle proprietà se erano di contadini) di acchiappare passeri nelle loro tegge o cascine, dove i passeri, di notte, si rifugiavano. Passeri che poi vendevano, per procurarsi un piccolo reddito. Arrivavano la mattina, prestissimo, molto prima dell’alba, stendevano le proprie reti in modo che quando i passeri si sarebbero svegliati e volati via per iniziare un’altra giornata a caccia di cibo, vi rimanevano impigliati. A metà mattina-ta i passerai raccoglievano le proprie reti con gli uccelli rimasti impigliati e se ne andavano.

 

 

 

Pescatori

 

        Per i pescatori vale un po’ il discorso fatto per i cacciatori. Pescatori di professione, che vivevano solo di pesca, non ne abbiamo conosciuti. C’erano uomini, del bracciantato, che essendo disoccupati, prendevano la canna e andavano a cercare di prendere qualche pesce nei fiumi e nei canali limitrofi, per poter (forse) portare a casa qualcosa da mangiare. Anche qui, dopo la seconda guerra mondiale, occorreva la licenza. Senza o con licenza si sarebbe potuto andare a pescare nelle aziende risicole che mettevano pesce nelle proprie risaie, ma ci voleva il permesso delle proprietà, ed era difficile averlo in quanto la stessa proprietà lo metteva per utilità e introito proprio. Quindi: esisteva la pesca di frodo ma… attenzione alle guardie, che le aziende stesse assumevano. Di notte, in caso di pioggia, queste si riparavano dentro al cašòñ (capanno mobile).

        Questi pescatori avevano un’attrezzatura molto alla buona: consisteva in un amo fissato all’e-stremità di un filo di refe, lungo il quale era fermato un pezzetto di tappo di sughero di bottiglia, con funzione di galleggiante, a distanza variabile dall’amo, attaccato ad una canna d’India (canna indica, ordine: Scitamineae); o anche solo ad un lungo e sottile comune bastone. La tecnica di quel pescare (dall’unità d’Italia fino al ventennio fascista) era semplice: andare in luoghi umidi a cercare lombrichi da infilare nell’amo, fino a ricoprirlo completamente, lo si immergeva nell’acqua e si aspettava che il pesce abboccasse. Nonostante l’attrezzatura molto spartana, quando il pesce abboccava (come si diceva) qualche volta si riusciva a pescare più pesce di quanto si fosse potuto consumare. Alla fine della pescata i pesci si infilavano in un vimine o simile, passante fra la bocca e una branchia dei pesci stessi, facendone una specie di  ræsta (intr.); alla fine si legavano le estremità del vimine e si portava il tutto a casa, condito con un bel po’ di soddisfazione. L’eccedenza (quando c’era,  poiché per i non abbienti non esistevano possibilità di refrigerazione) veniva data a qualche altra famiglia (dono sempre gradito) la quale in qualche modo, potendo, prima o poi avrebbe resti-tuito il gesto, (ma mai secondo il concetto del fare un favore per averlo indietro: era una mentalità sconosciuta fra le categorie sociali meno abbienti) come era sempre uso fare nelle campagne, almeno fino a tutto il periodo degli anni ’50 del secolo scorso. Periodo nel quale, in campagna cominciarono a comparire i primi cestini da pescatore, anche per le categorie meno abbienti; poi, nel tempo, arrivarono anche le canne moderne.

 

 

Piccoli  proprietari

 

        Famiglie proprietarie del fondo, viventi con qualche agio: si gestivano il podere e se lo lavora-vano in proprio senza interferenze di chicchessia e ne godevano tutti i frutti. Dagli altri strati sociali erano considerati signorotti: cosa che si sentivano essi stessi e spesso come tali si comportavano.

 

 

Ranocchiai

 

        I  ranocchiai erano coloro che andavano ad acchiappare ranocchi, e con l’abbondanza di risaie esistenti in passato nei bassi territori regionali, non era certo difficile trovarne. Per acchiappare ranocchi non occorreva la licenza e i ranocchiai potevano circolare liberamente per le risaie senza chiedere permessi. In tempi più andati era verosimilmente una attività, un riempitivo per procac-ciarsi qualcosa in più per la fabbrica dell’appetito. Le tecniche erano due:  a) – quella più antica e più semplice, era individuale e si procedeva acchiappando con le mani il primo ranocchio, lo si uccideva, lo si sbranava e ne veniva preso un pezzetto per fare il boccone. Si fissava il boccone all’estremità di un filo di refe senza amo, legato alla canna (come nella pesca, ma più corta). Poiché i ranocchi si vedevano (sia in acqua, sia sulla riva), gli si mostrava il boccone, agitando un po’ la canna; questi d’un balzo gli si attaccavano (anche se non tutti abboccavano o riuscivano a rimanere attaccati). Il ranocchiaio non faceva altro che tirare a sé il filo con delicatezza, alzando l’estremità della canna, acchiappava il ranocchio e se lo metteva in un sacchetto di tela, o in seno dentro la camicia; oppure, dopo la seconda guerra, in un cestino da pesci. Poteva anche succedere che il ranocchiaio non avesse nulla da metterli dentro; in questo caso li ammazzava e ne faceva una ræsta come con i pesci.  b) – dopo l’avvento del carburo, l’acchiappare ranocchi era necessario essere almeno in due persone. Il lavoro bisognava farlo di notte, generalmente senza luna piena, in silenzio, e avere una lampada ad acetilene o a carburo, accenderla, portarsi vicino all’acqua; i ranocchi, abbagliati, venivano a galla e li si achiappava con le mani o andando loro sotto piano piano con un retino, e li si metteva in sacchetti, altri contenitori o si facevano ræste.

 

Terziari

 

        Famiglie con le quali una proprietà concordava e concedeva (dava) un pezzo di terra al têrz. Nella bassa bolognese di poderi dati al terzo si hanno notizie solo di qualcuno. La terra al terzo la davano, in genere, le aziende in economia, convenendo un pezzo di terra per le possibilità lavorative di una famiglia. Alla proprietà spettavano le decisioni e l’immissione di tutto il necessario alla produzione; sementi, macchine, ecc.;  al terziario spettavano la mano d’opera e quei pochi attrezzi manuali necessari. Il compenso gli veniva remunerato con 1/3 (appunto) di tutto il raccolto (almeno nominalmente) di un’annata. I contratti, sulla parola, (non abbiamo trovato contratti, né notizie di contratti scritti) generalmente venivano rinegoziati anno per anno con la proprietà, pure se per un pezzo di terra diverso, giustificato dall’avinzone dei prodotti, anche se non sempre. Con  questo metodo di contrattare (non che se fossero stati scritti i contratti le cose sarebbero andate diversa-mente) la proprietà poteva rompere il contratto in qualsiasi momento e, con la minaccia di cacciare il terziario, poteva ricattarlo per lasciargli solo il 1/4  o quanto decideva, per il compenso del lavoro(v. nota 14).

 

 

Trifolai

 

        I trifolai erano molto rari ma c’erano. Possedevano un cagnetto e alla stagione propizia, soprat-tutto quando il lavoro bracciantile ristagnava, questi prendevano il loro cane e come i cacciatori, i pescatori, ecc. andavano in giro per le campagne a cercare trifola e qualche volta li si vedeva vagare per i campi, lungo le piantate, con il cane che,  trotterellando, si dava da fare per cercare il prezioso tubero. In genere le attività qui esposte erano effettuate da uomini i quali più che la passione poteva la fame. Facevano questa attività per racimolare, per quanto possibile, qualcosa in più da poter mangiare o vendere e per mantenere il cane. Infatti, nessuno di questi è mai salito in una categoria sociale superiore per il guadagno ricavato da queste attività, e tanto meno è diventato persona o famiglia agiata. Nelle zone non esisteva la passione per la raccolta e la commestibilità dei funghi, anche se non è da escludere che qualcuno ci andasse, pure se il terreno ne produceva pochi.

       



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