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\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Manini Luciano: Parte I- Cap. unico: 9 -: Ostilità alla cultura che viene dal basso

Parte I- Capitolo unico : 9 - Ostilità alla cultura che viene dal basso

Di Luciano Manini (del 06/09/2012 @ 18:15:05, in Parte I - Capitolo unico, linkato 371 volte)

Scherzi e altri tipi di intrattenimento che si facevano nei treppi e simili


Poiché nel periodo di tempo qui trattato, nelle dette campagne non cerano soldi da spendere, soprattutto nei divertimenti, la gioventù maschile a volte si trovava da sola nelle stalle, non tanto per fare treppo (dove cerano anche le donne), quanto per stare un po in compagnia, nelle serate inver-nali, per carnevale. Queste serate si passavano chiacchierando, giocando a carte, facendo scherzi, raccontarsi storie, <casi> (anche nei treppi, dei quali dà notizia pure la Casali parlando del periodo della controriforma, definendoli straordinari), barzellette, partite, esperienze e altro con linguaggio in libertà... se non cera qualcuno poco conosciuto; limportante era passare una serata in compa-gnia, magari fuori casa.

Uno di questi scherzi era il far parlare uno che non doveva; si faceva a turno: quello che non doveva parlare, generalmente si offriva in quanto voleva dimostrare la propria determinazione nel non reagire alle provocazioni; gli altri, a turno, uno alla volta, senza toccarlo, dovevano trovare il modo per farlo parlare provocandolo (con atteggiamenti, anche andandogli vicinissimo), dicendo, insinuando cose sconce sulle donne della propria famiglia, offendendo anche. Se non riusciva a non reagire doveva pagare pegno, che poteva anche essere basr la buze (baciare sterco bovino), che era solo un modo di dire ma... o altra sgradevole penitenza, che veniva stabilita dal gruppo, prima di iniziare il gioco. Questo gioco o scherzo è raccontato molto bene da Armide Broccoli nella propria opera A cavallo del bue rosso.

Un altro scherzo era lareoplà (laeroplano). Era un gioco che si faceva in genere quando entrava uno nuovo nella balla, bisognava essere in non meno di cinque e il nuovo arrivato non doveva conoscere il gioco, il quale consisteva in: un pilota, che doveva condurre il gioco; due motori dellaereo, che stavano in piedi uno a fianco dellaltro per reggere la carlinga; che vi si appoggiava orrizzontalmente con le braccia sulla spalla esterna dei due motori e la testa fra le loro, i piedi appoggiati sulle spalle del nuovo venuto; il neofita, con le proprie mani legate dietro la schiena e i piedi della carlinga legati dietro la nuca, era la coda dellaereo. A quel punto partiva il gioco e il pilota: partiamo?! torceva il naso ai due motori che si avviavano con rumore onoma-topeico della voce, camminando lentamente; adesso piloto!!!, slacciava i calzoni alla carlinga e glieli tirava sotto le ginocchia scoprendo il bacino; poi, volare!!!... a quel punto la carlinga incominciava a flettere e ad estendere gli arti inferiori, in maniera che il malcapitato coda dellaeroplano, ad ogni flessione piantava il naso fra i glutei della carlinga. Era una specie di battesimo per il nuovo entrato nella balla.

Altro gioco ancora, che si faceva in questi ritrovi di uomini, in genere giovani, era la sciafàtte (lo schiaffetto, al femminile in dialetto). Comunissimo gioco conosciuto da tutti, probabilmente anche in città. Come si sa, questo gioco consisteva nel mettersi uno nel mezzo, coprirsi la vista da una parte con una mano; laltra, passando sotto la spalla, la esponeva ad essere toccata da qualcuno del gruppo degli astanti. Toccato, questi si mettevano con lindice puntato verso lalto, ed egli doveva indovinare chi di loro era stato. In campagna, però, quàll chal sta sòtte (quello che sta sotto), come si diceva, non veniva solo toccato, ma subiva veri e propri colpi tanto da essere, a volte, anche spostato nel proprio equilibrio; e lindovinare chi era stato a dare il colpo veniva valutato anche dalla forza con la quale laveva ricevuto.

Unaltra delle tantissime storielle che si raccontavano nelle stalle fra uomini più che nei treppi (piuttosto misogena) era la tecnica che usava il Padreterno per selezionare il genere della bestia uomo: maschile o femminile. Prima di spedirne sulla terra i figli per proseguire la specie, il Padre-terno procedeva alla selezione di chi doveva essere maschio e chi femmina, e agiva in questo modo: prendeva un ceppo, di quelli usati in antico dai mecellai per tagliare la carne, con una mannaia o altro strumento equipollente, conficcata/o e fissa/o sopra, con il taglio rivolto verso lalto, poi, mettendo in fila tutti i bambini pronti da mandare sulla terra, li faceva correre saltando a gambe aperte sulla mannaia finendo dallaltra parte del ceppo. Coloro che riuscivano a passare indenni erano gli uomini; le donne, invece rimanevano tagliate, facevano sangue e la ferita si rinnovava e faceva sangue periodicamente, una volta al mese o giù di lì. Dato il luogo comune parecchio sviluppato nei secoli passati, che la donna fosse inferiore alluomo, se ne adduceva simbolicamente e in modo scherzoso, ma anche ironico, il motivo a questo fatto.

- La donna è inferiore alluomo?

- Per forza, non è neppure stata capace di passare indenne sulla mannaia! quindi non capisce niente, deve solo servire, stare sottomessa, ecc.

Uno spettacolo conosciuto e abbastanza comune a tutti, che si faceva nei treppi nelle stalle e poteva essere visto da tutti, ragazzi compresi, era lamal (lammalato) detto anche al dutòur (il dottore)(69). Questo e altri erano spettacoli che, a volte, non sempre venivano eseguiti secondo i canoni di un Teatro allitaliana, anche se privi di un palco (salvo sulle piazze), come quelli dello Zanotti o del Brighetti. Erano presi più alla leggera, eseguiti più alla buona da un gruppetto imprecisato di più o meno giovani (anche, a volte, con coinvolgimento degli astanti) non privi, qualche volta, di un certo interesse per scroccare una bevuta. Veniva fatto con poco: bastava una panca (di solito quella del bucato) o un panchetto per lavare la canapa (di quelli a quattro piedi: ne esistevano anche con soli due piedi, si usavano nei maceri a bore), o il panchetto del calzolaio o altro che potesse, decontestualizzandolo, e con limmaginazione, fungere da tavolo operatorio; oppure, dopo lavvento delle macchine trebbiatrici, una balla di paglia, che a quei tempi erano di parecchio più grandi di quelle odierne formate parallelepipedo. Come càmici per il dottore si usavano i sac da pudr (itz. sacconi da potare, dei potatori; fatti di tela di canapa ed tz, terza-quarta scelta, che forniva un filato molto grosso, che si dava alle giovanissime ragazze al fine di farle imparare a filare color bianco sporco). Come ferri chirurgici si usavano strumenti vari fra cui una lesina e spago per la sutura, un piccolo imbuto (non quelli da cantina, che erano grandi) come stetoscopio, un altro imbuto con tubo di gomma infilato per fare il cristri (clistere)(70). Per lanestesia lo strumento deputato poteva essere un martello di qualche specie o un mazzuolo, spesso quello di cantina, col quale si mimava un colpo in testa detto drmie egizine (anestesia egiziana, ma laggettivo variava a seconda della fantasia dei protagonisti). Oppure poteva essere uno scolapasta o un colino col quale si copriva la faccia del paziente e gli si spremeva sopra uno straccio bagnato, risvegliando le proteste del malcapitato che si bagnava. Il paziente aveva un addome molto pronunciato, sempre, in quanto si metteva una lunga corda (in genere quella del bucato) sotto la camicia: erano le budelle, che, ad addome aperto, il chirurgo prendeva da un capo e, mungendo, le estraeva.

Questo tipo di spettacolo lo si trova già in antico e ci saccorge, anche in questo caso, che dal medioevo fino alla fine del nostro mondo contadino non è cambiato molto; ne dà notizia la Casali(71), parlando delle società senza scrittura, con riferimento al teatro medievale:

Il teatro medievale ed il teatro popolare (analizzati sotto il profilo semiologico rispettivamente da Paul Zumthor e Ptr Bogatyrv) presentano numerose forme ed aspetti simili e costituiscono un sistema segnico particolare, in cui il rapporto emittente-messaggio-destinatario si stabilisce secondo termini completamente diversi dal teatro colto. Il confine tra attori e pubblico è labile, poiché i soggetti delle recite, lapparato extralinguistico (strumenti teatrali, scenario, gestualità,...) rientrano nella loro comune tradizione culturale. Le rappresentazioni popolari non necessitano degli artifici scenici e degli strattagem-mi meccanici del teatro colto (illuminazione, sipario, fondali, arredamento, ecc.), poiché attori e spettatori sanno vedere con gli occhi magici della fantasia. Lo spazio scenico, ampio e senza delimitazioni ben precise, ha il potere di trasformare uomini e cose: contadini ed artigiani abbandonano la funzione quoti-dianamente svolta e simprovvisano attori; gli oggetti duso corrente vengono adattati di volta in volta alle diverse esigenze della vicenda drammatizzata. Il coinvolgimento del pubblico varia a seconda della natura e della funzione dello spettacolo.

Con queste parole lautrice fa una fotografia pressoché esatta di certi treppi che avevano luogo nelle stalle e nelle logge delle case dei poderi grandi. Lunica cosa che forse è un po tirata è la frase riferita (ovviamente) al medioevo contadini e artigiani... nei treppi nostrani, se si intendono gli artigiani che andavano ad esercitare il proprio mestiere alle case fra i contadini si possono trovare, ma se si intendono coloro che esercitavano in bottega propria era già più difficile, sicuramente non impossibile ma abbastanza improbabile: per la mentalità esistente di non mischiarsi con categorie sociali inferiori. Poi continua:

Tutta la cultura folclorica in quanto orale è cultura teatrale, dove le diverse forme drammatiche svolgono particolari funzioni, sia che si tratti delle recite dei poeti di piazza, dei ciarlatani o dei predica-tori o che si tratti di feste collettive o dei momenti culturali che trovano vita nella coralità della veglia, dove ogni partecipante esibisce la propria capacità creativa nellideare giochi, reinventare racconti me-ravigliosi, orrendi e macabri, proporre indovinelli.

Pure questa citazione dellautrice rientra nel discorso e nel gioco dei treppi, anche se ogni partecipante esibisce la propria capacità creativa non sempre era vero. Nelle dirette esperienze, chi non era addetto al gioco dello spettacolo, molto difficilmente ci teneva ad entrarvi. Erano più fre-quenti i desideri dei giovani (per i contadini, padrone permettendo) che provavano ad entrare nei gruppi dei Massari. A conferma di quanto detto si proprone una scenetta la cui fonte fu testimoniata a chi scrive nelle sue ricerche, confermata e ripetuta parecchie volte anche da Duélli (Duilio, suo padre) che laveva vista fare alcune volte.

Sulla base delle testimonianze raccolte se ne ricostruisce la verosimilianza rispettandone i contenuti, lo spirito, le possibilità, le tecniche, il materiale possibile da mettere in uso, il contesto, la psicologia e quantaltro; e serve non tanto quale fatto in sé, ma come esempio e paradigma per le tantissime altre rappresentazioni che avevano luogo, sui più svariati argomenti conosciuti nei territori, dove erano protagoniste sempre le loro misere condizioni umane e sociali. Si veda come, generalmente, questo tipo di intrattenimento si materializzava.

* * *

Si incomincia dalla preparazione, con oggetti vari dei lavori della terra, per un uso alquanto improprio rispetto alle specifiche canoniche funzioni, decontestualizzandoli, in una immaginaria sala operatoria. Lazione è ambientata in una stalla.

B - Fàggne lamal? (assensi) alòure, prepar mo! (si esegue). Mé a so al dùtour.

C - Cussa j vl?

B - La bàche da la bugh.

D - (donna) No! A sa dr a fr bugh, s la sisprche e dopp a sisprche ach la bugh

(questo personaggio, idealmente, non fa parte dello spettacolo che si va a presentare).

B - Alòure al bacàtt la lavr la cànve.

E - Lòur qué j à al maadr a bre, i bachétt j à i p sòul da u c!

D - (la donna, tipo scorbutico, dovrebbe filare) A j é al bacàtt dal calzulr!

B - No, lè trp ce! t mo i zà u balé ed pàje! (si esegue) chi l lamal?

A - (solitamente è un tipo magro ed è già preparato con la corda dentro la camicia) A so mé!

B - Indvv sv amal?

A - Mh!

B - Cussavv?

A - A j ò ml a la pàze.

B - Cussavv ft?

A - Gnite!

B - Cussa v sintv?

A - U ruiamàt in t la pàze e al gamb chal fa Jcum Jcum.

B - Ads a v fgh la viite (prende un imbuto e lo usa come stetoscopio). G mò trantatr!

A - Trantatr!

B - Untre vlte!

A - Ssantas!

B - No, trantatr untre vlte.

A - Trantatr.

B - (sempre ascoltando) G pr trantatr!

A - ch? A um vn la pugle in t la làngue, vèh!

B - Dài, cha so mé al dutòur!

A - trantaaaa....

B - (gli dà un pugno in testa) D trantatr!!!

A - Aouh, dai ba pià! Trantatr!

B - Ne fai dei veti?

A - Ah?

B - Ne fai dei veti?

A - Cmm?

B - Ne fai dellaria?

A - (non capisce) Aria?!?!

B - Scuràe-t sé o nò?

A - Ah, sé!

B - (riprendendo il tono solenne) Eeeh! mo v a s gravéssum!!!

A - A um tòcche-l ed murr?

B - Socamé, d zà o d là da dmàndghe!

A - An s prévv bre fr d là da dmàndghe? magara u bèl pch?

B - Quàst al dipànd da v. A magnr cum andàggne? magn-v?

A - Quand a j né!

B - E bòvvar?

A - Quàd a i trv!

B - Pusr, pus-v?

A - Quand a ps! (gioco sul doppio senso della frase).

B - Parché, n durm-v bre sàmpar?

A - No, sòul quand la pàze l um al parmàtt.

B - Parché?

A - Parché a frze ed znr con di ruri e dal cant, la pàze la n s ite pi; la vl qul

par rimpras.

B - Eeeh! mo quàste lé una malat gravéssime!!! An s guaréss gnach se al j j tn la s sata

ma Sant Antni, protetòur dal bsti!!!

A - Che malat -le?

B - Lé una malat chla s cime < fm>.

A - An j -l prpi gnite da fr?

B - No! co larie ch a j tre a j ò prpi pre ch a v tòcche ed murr!

A - Eeeh, puvràtt mé!

B - A meno che!

A - A meno che?

B - A meno che v an pssdi procurruv la midgne ch a j vl. Mo a j vl sòul quòlle e trle

almàch trai vlt al dé.

A - Che midgne -le?

B - Prilv mò, ch a v scrv la rizte! (lo gira, appoggiato sulla schiena, gli scrive su un pezzo di

carta, con un mozzicone di matita, che ogni tanto bagna sulla lingua) che! a la matne

una sppe con u ltar ed caffà e lt, da fri str drett cucir, se no suquati fatt ed

panzàtte frette, magari con ach do v, pa e ve a volont. A mdé dòu v ed tajadl o

m chìllo d macar, cuz sàze mirie d sufrétt e fòurme; dopp dòu braadln o tar

co pa e verdre a volont; e po furmj, frte .

A - (inghiottendo) Uhmmm!

B - Il tutto santificato con una bne butégglie ed ve.

A - Se la butègglie lé tréste la va ba listàss, bste chal séppe bo al ve!

B - Benéssum! A la sre, par str alr, suquàti v dri, o fatt ed bal o panzàtte frétti; o u

cuné o un pulstar arst, co patt frétti o verdure cte o crde a volont. Opr, ach una

tarne ed pulpàtt in med, al va ba listàss; e po furmj, eccetera e cundé co

pa e ve a volont

A - Uhmm! oho! (cade svenuto).

B - (solenne) A questo punto bisogna fare loperazione! Mettetelo invétta! (intanto che il dottore

parla, E e C cercano di mettere lo svenuto sulla balla di paglia che poi ci rinunciano)

Purt ttt quòll ch a j vl e dm al sacò (si esegue)

E - Srble, s l é pài!!! Và mò s da par té, vh!

A - (si alza, si sdraia supino sulla balla di paglia e rifà lo svenuto).

C - (con in mano altro imbuto da bottiglia a cui è infilato un tubo di gomma lungo un po meno

di un metro) Pronto al bigt pr al cristri!!!

A - (alzandosi subito) Quàll lé t a t al f po té!!!

C - Dai dai pchi stri. ò l brgh!

A - Tìrat ba ò l tòu, se t a j tn tat!

C - Biògne fr al cs cum và!

A - Al va bèlle ba acsé!

B - Mo cussa vt cristerr! T an vadd ch là una fm chal sta i p par dscumésse?

C - (mostrando il tubo) Mé ch avve bèlle prepar icse!

A - T a t al mett po té!

D - (a C) Mèttal v, ch lé quòll da fr la lavade al bsti!

(Si prepara per fare un intervento chirurgico addominale)

B - Alòure, j -l icse? la rucàtte, la làine, al spgh

E - Qui.

B - Cuss a j amàche?

E - La robe da indurmintr lamal.

C - A druvà al martl dal piò!

A - hi! -t mt?

C - No, no, a fa sòul d véste.

A - (a B) No, no lu lé lé bo ed drum una smartl da bo, vèh!

B - Dai, dai, bre fr di cnmm, fa lamal e sta zett!

A - (provandoci) An srevv mò méj indurmitrum cum j fvan i d i suld, quand j avvan

dandr a lassèlt ?

C - Sé, al cgnach lé lé chal d tm s!

D - Nò, dal cgnach an j navà bre!

A - Lé listàss ach la grpe.

D - An j navà bre gnach ed quòlle.

A - Al n à Bull!

C - Bla frze, là al st ed s! Al n à mèa la nostre mirie, vèh!!!

A - (provandoci ancora) An avv gnach la zcche dal ve?(silenzio) a s prpi di mierbil!

B - Vt méttra-t ò, fr lamal, e str zett???

A - Alòure an s tl prpi s gnìte!?

C - Nò!!!

A - A s prpi u brach ed mierbil!

D - La bvde a la fa po quand av finé!

C - (riferito a D) Aho, là dscòurs la Fràze! (a A) Dai, pchi tni e ò l brgh! (cala le

brache e si vedono le mutande fatte con vecchia e sbiadita tela da materasso).

D - Diss, Spié, -t dsft al pajz par fra-t i mudàt?

A - Da sti dé andr sàze mudàt l é fradd, vèh!

E - (arrivando con uno scolapasta) T raò, destt almàch, a s va sàze! pronto la

drmie!

A - A mé a mandrévv ba ach u bichr d ve.

E - (un po spazientito) Vt str zett e fr lamal!?!?! (fa lanestesista: copre la faccia con lo

scolapasta e gli spreme sopra uno straccetto, che gocciola)

A - (saltando su) Pfrfrfrfr! t a um lv ttta la fze!

E - Sta bo e drum!

A - (si rimette sdraiato).

B - Ads che lamal al drm a j avrà la pàze (allungando la mano come un chirurgo).

Rucàtte! (con lattrezzo finge di incidere laddome).

A - (alzandosi di scatto) Pià co qla rucàtte!

B - (spazientito) Andà piàtla! (tornando in parte) Eheee! che strz du lavurr!!!

R - (ragazzo - curioso, avvicinandosi) Cussa j -l?

B - Vn mo a vàder! (gli fà uno schizzetto dacqua in faccia).

R - Ahaaacc! (si allontana).

B - (dalla pancia comincia a tirare una lunghissima corda, aiutato da C) Tre, Tre pr!

E - Srble, quant ed qi macar!!!

D - (sarcastica) Sé! J s e isfilz d c d ql tar!!!

B - Mocché macar! T an vadd chlé ttte budle vde!? S la fss pne la srevv grse cmme

la sussézze! op-làaa, la sé ròtte (si riprende a tirare, commenti a soggetto).

C - Gurde mò s a j i vl dal magnr par rimpr ttti qal budl lé!!!

B - Ecco, a sa ariv a la fe! Stupi(gli viene dato e tappa il dietro ad A).

A - (improvvisamente allatto) Aho, pià!!!

D - Ehee! Quant ed qi simit!!!

B - Sta mo bo e lstal méttar!

A - (con doppio senso) Méttal ba a la Clutélde, ch lé qué!

D - (tagliando corto) Me a j ò chi um al mett, an avàir pre, te!

A - Se, adio che Baravle al tn ccc!!!

D - Mi maré al tn ccc ass, an méttrett di pensr, te!

R - Cuss l ft?

B - (intervenendo) Lavve al ml dla fm, da magnr an navve bre; a j avà cav al budl,

a j avà stup al b dal gnécch, acsé l é bèlle a pst. Làine e spgh!

D - Gista! Acsé al càmpe sàze magnr!

A - (sul chi vive) Occio a la làine!

B - Stra sar sàze budl e avàiri e an magnr bre che diffaràze j -l ? (nel tirare lo spago dà

un pugno nella pancia a C, che gli è vicino).

C - Aho, sta ba atéti!

B - Che che, me a j ò bisòggn ed lavurr (pianta la lesina).

A - Ahio, t a um fòur la pàze, vèh!

E - (sbattendogli lo scolapasta in testa) Sta mò zett e lsal finr! ( a B) j n-t ach dimndi ?

B - No, a j ò bèlle finé. Operazione riusitissima!!! (si sveste). Ecco il nostro malato! Lè turn

sa cmme un curj.

A - (si alza in piedi e) Ahaa (cade morto).

D - e po l é casc???!!!

C - (prendendogli il polso) L é mrt!

E - (sentenziando) Loperazione è riusita, il malato è morto!

D - Vt mò dr che ze budl al psa campr ?

B - se mò, se i padr e quj ch cmàdan j s pséssan fr u lavursé acsé!!!(72).

vero, in queglincontri la fame, la pellagra, la tisi, la malaria, la miseria, la facevano da padroni. Daltronde, con la vita che facevano i vecchi e con i secoli di ignoranza coltivata loro addosso, potevano parlare daltro?... e con un linguaggio diverso da quello conosciuto?... eppure, anche quellUniversità di dimenticati, quel Teatro dalle forme sconosciute, quel poco di attività ludica, dava fastidio. Lo si legge nelle attenzioni che necessitava avere negli incontri dovunque avessero luogo: stalle, logge, cortili, cucine grandi delle famiglie appoderate, piazze, ecc.; nel contegno da tenere a seconda dei luoghi ospitanti e del tipo di presenze; nelle censure e nelle auto-censure di quello che veniva detto; nel boicottaggio sistematico dellattività del Massaro Brighetti (quello delle baggianate da quattro soldi, ma non il solo); nella sorveglianza e nelle proibizioni del ventennio fascista (es. la Fléppa dello Zanotti); nellazione degli intellettuali di sinistra; nellaver cassato il Teatro di Massa e, in generale, escludendo iniziative che venissero da coloro che non avevano e (ancora oggi) non hanno voce in capitolo; nel disinteresse istituzionale per la fine del G.T.V.; nella sfilza di chiacchiere pontificate da una cattedra dal Poni e relativo rifiuto del Teater Campagnl dallattività e dalla funzione del Museo da lui presieduto... e per finire, limpressione di che si percepiva sul viso di certi rappresentanti istituzionali nellultimo terzo del secolo scorso, riguardo ai fatti culturali qui descritti e iniziative similari. E pensare che di quei valori, essendone i rappresentanti istituzionali, avrebbero dovuto esserne i custodi! Valori che erano e sono un patrimonio di conoscenza storica, non recuperabili in altro modo, se non andarli a cercare là dove sono: o meglio, doverano. Si è continuato sulla falsariga del quello che non è scritto non esiste... e quello che esisteva non si scriveva, non si documentava! Morale: non dovevano e non devono esistere... almeno questa era limpressione. Avevano ed hanno la disgrazia di non apparte-nere alla Cultura con la C maiuscola. E oggi, si ha una ulteriore conferma che la Cultura è solo appannaggio di chi ha studiato allUniversità e/o a correnti di pensiero (non sempre di valori eccelsi o validi) codificate istituzionalmente, facenti capo solo a determinati rappresentanti, per illustrare daterminati aspetti della conoscenza e non di altri.

E ancora ai giorni nostri le cose non sono cambiate. Basta fare un giro (ancora una volta) per i Musei della Cultura Materiale, intesa come Cultura Contadina, e si trova scritto tutto. Basta saperlo leggere. Si trova sì la Cultura, la Civiltà e quantaltro di contadino: ma sono teorie, espo-sizioni contadine di intellettuali (di sinistra?), di accademici delle istituzioni, e/o da questi dirette; stereotipi costruiti da Professori di questa o quella facoltà; esperti... che, ascoltandoli, fra quello che dicono e quello che dicono, non sempre si riesce a capire di quali conoscenze; i limiti di certe pubblicazioni... Che questi rappresentanti istituzionali e persone qui citate sappiano di conta-dini, nessun dubbio! si tratta però di distinguere di contadini. Hanno più o meno tutti linconfondibile afrore della biblioteca, delliconografia, dellarchivio... e non quello dellurea bovi-na. Verosimilmente contadini intesi fra eruditi. Ma comparando i contadini del contado e il loro mondo, nonché il loro sapere, con i contadini da biblioteca; secondo i canoni accademici (con le dovute eccezioni), pur con tutto il dovuto rispetto, non sempre sono la stessa cosa, anzi... Non si parli poi dellesposizione, nei detti Musei, dei di quel sapere contadino; né degli attrezzi-documento che, a tuttoggi, pur ivi raccolti, non è ancora stato dato vedere letti in modo corretto nonostante le schede ARS. Né si tiene conto della stratificazione sociale. Qualche volta, ascoltando certe pontificazioni, si ha quasi limpressione come se, trasposto il principio in campo musicale, si volesse insegnare la musica al M.ro Riccardo Muti. Ma... la musica contadina, la si conosce?... Da quello che si vede rimane tutto da dimostrare. Forse forse che abbia ancora ragione Gerardo Guerrieri, oltre mezzo secolo dopo le sue affermazioni?... si direbbe di sì! le premesse ci sono tutte: E la del potere pubblico, privato, economico, ecclesiastico e qualsiasi altro nei confronti dei subalterni, dal medio evo ad oggi, di certo non fa difetto.

Se questo è il quadro, è necessario concludere il discorso con unaltra testimonianza, che, nel piccolo, pur non facendo le cose che facevano i vecchi, tengono vive le situazioni per fare battute. Tornando alle situazioni dei treppi, si veda quello che facevano quelle masse di reietti che studia-vano e strologavano come uscire da determinate situazioni, per poter esprimere almeno un poco di quello che intendevano comunicare. E ci riuscivano! Approfittando della scarsa o nulla considera-zione nella quale erano tenuti loro e queste loro attività; della trascuratezza e del disinteresse, oltre ad una scarsa conoscenza nello specifico del loro linguaggio, da parte delle autorità; studiando e cambiando le parole (es. come andare a zappare con laratro, o vangare con la falce), scegliendo quelle più opportune, facevano filtrare messaggi che chi voleva capire capiva. Parla di queste cose anche il Broccoli nelle proprie opere.

Unaltra tecnica era il prendere e studiare cose molto note, come preghiere, motivetti musicali conosciuti, componimenti non appartenenti al loro mondo, altri composti da essi stessi, zirudèlle, filastrocche, storielle, raccontini, casi (volutamente con la piega a seconda da dove tirava il vento ideologico del potere in quel momento) di persone, anche immaginarie, e vi creavano sopra una storiella ben accetta a coloro che esercitavano il potere, e la interpretavano a modo loro. Il burat-tinaio Pompeo Gandolfi, durante il periodo fascista ne era maestro, pur nei limiti di due pezzi di legno infilati nelle dita.

La tecnica era semplice: fermo restando lo scrivere il meno possibile per le ragioni dette, singolarmente o in gruppi i protagonisti facevano qualche prova allinterno del proprio entourage provando gesti, mimiche, movimenti per vederne laffetto, da recitare poi in piazza. Recitavano o cantavano le loro opere più o meno in linea con coloro che erano al comando istituzionale, anche cambiando, modificando, manipolando parole e concetti per indirzzarne il significato nel verso che fosse capito bene da coloro ai quali si rivolgevano, ma sempre mettendo il tutto in linea con il cliché accettato. Poi, al momento della rappresentazione, esprimevano gesti, mimiche, movimenti, com-portamenti, con significati contrari a quello che veniva detto o cantato; in modo che il risultato, cioè il messaggio vero, era il contrario di quello espresso. Es. prendendo un passo dellomelia di un prete, ripeterla così comera o parodiandola con molto rispetto e facendo appena percettibili gesti o movimenti conosciuti solo dal basso popolo, o fare piccoli no con la testa o con la mano; prendere un cosa comica e recitarla con la faccia più scura e tragica possibile, o viceversa; prendere un discorso o affermazioni di oratori, ripetendole camminando in tondo per dire che era una presa in giro; nel ventennio fascista, cantare vincere camminando allindietro; la solennità e la sicumera di un oratore, qualcun altro ne dimostrava, con la mimica o altro, la falsità. Le tecniche per dimostrare il significato contrario a quello che veniva rappresentato erano parecchie: mettendo in funzione la fantasia; sfruttando quanto appreso neglincontri con appartenenti ad altri gruppi; nei rapporti conversari con il loro pubblico, dove nascevano (anche involontariamente) atteggiamenti, posture, gesti, parole di riferimento, comportamenti... che poi, alloccorrenza, potevano essere ripresi e sfrut-tati. Ma erano, appunto, un linguaggio solo loro, che sfruttavano quando se ne presentava locca-sione e/o la necessità... e il potere era servito! anche se qualche volta qualcuno poteva venire richia-mato per una ramanzina da qualche suo rappresentante dotato di zelo o per una spiata. Ma erano solo parole, non cera niente di scritto... ed era anche interesse (un po di tutti) che la cosa non si sapesse in giro: al potere per essere stato preso in giro; ai suoi rappresentanti per non averlo capito; ai protagonisti per (eventualmente) evitare guai e/o rogne.



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