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\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Luciano Manini: Parte I - Cap .unico : 7 - Ostilità alla cultura che viene dal basso

Parte I- Capitolo unico.: 7 - Ostilità alla cultura che viene dal basso

Di Luciano Manini (del 19/07/2012 @ 19:03:25, in Parte I - Capitolo unico, linkato 352 volte)


Un  fatto  veramente  straordinario,  eccezionale!!!

         

         Memore dei fatti appena descritti, nel maggio del 2006 è accaduto un evento tanto straordinario, da dover fare un giro (apparentemente) fuori dall’argomento... non può essere taciuto: il conferimento del Nettuno d’oro a Luciano Leonesi per la propria attività teatrale e artistica. A j vrà cascær al mond! (vorrà cascare il mondo!): è una delle innumerevoli esclamazioni della gente del contado, che si udivano quando capitava qualcosa di veramente eccezionale. Partendo da una esperienza diretta, vecchia di 7-8 lustri, e tenuto conto, come detto, che la regione Emilia-Romagna ha sempre brillato per il disinteresse della cultura che sale dal basso, c’è da rimanere meravigliati. Mettendo in funzione il cervello e prendendo atto che l’Emilia rossa si è sviluppata sulle lotte soprattutto bracciantili, dalla seconda metà dell’800 fino agli ultimi anni ’60. Prendendo atto altresì che questa cultura, figlia di quelle lotte proletarie (parole di cui ci si riempiva la bocca), avrebbe dovuto e dovrebbe ancora essere il patrimonio conoscitivo, la memoria di quei sacrifici, di quelle tribolazioni, di quei morti per il lavoro e la dignità umana, lasciati lungo il percorso; memoria che dovrebbe essere patrimonio conoscitivo, massimamente nei rappresentanti delle pubbliche istitu-zioni de i suoi (di Leonesi) di sinistra; i quali avrebbero dovuto esserne i depositari e i degni rap-presentanti. Lasciando il cervello in presa diretta con questi fatti ci s’accorge che non solo questi rappresentanti delle istituzioni pubbliche hanno fatto come gli intellettuali, sempre di sinistra... che non s’interessavano del Teatro di Massa. Anzi, dal come sono andate le cose, dai silenzi, e dalle risposte venute, emergeva l’ignoranza sull’argomento... pur non avendo avuto neppure bisogno di aspettare un carro migliore per salirvi sopra: su un buon carro ci erano già... o forse proprio per questo. E riflettendo sui contatti avuti con i rappresentanti di quelle istituzioni negli anni che vanno dai ’70 ai ’90 del secolo scorso, da buona parte di essi traspariva non solo il disinteresse (o al massimo, un interesse per dovere istituzionale), la scocciatura, il fastidio di dover ascoltare, ma l’impres-sione (o la manifestazione) che addirittura se ne vergognassero. Di qui l’ostracismo e il boicottaggio (Coco), anche se in regione, in quegli anni, sono stati costruiti i “musei” della “cultura”, “civil-à”, “lavoro”, ecc., “contadini”, ma... appunto, i musei, come contenitori di quel patrimonio; perché, il contenuto ancora manca, e si vede. E questa mancanza, questo vergognarsi, per chi scrive e per i propri maestri, il Prof. Giovanni Marzoli e il Broccoli, fu e rimane una penosa delusione.

        Poi, riflettendo: il conferimento del Nettuno d’oro da parte del Comune di Bologna viene dato ad un artista come Leonesi  a cui non è mai stata offerta una qualsiasi scala per salire ai quartieri alti della ‘C’ultura (anche se l’apprezzamento non gli è mancato: sicuramente da un Prof. Meldolesi, da un Dario Fo... che gli chiese collaborazione, dall’istituzione no). Leonesi non è laureato (anche se, è di fatto più cólto di certo dottorame istituzionale – direbbe il Tommaseo–); il comune di Bologna ha come sindaco persona nata cresciuta e vissuta fuori dal territorio regionale; questo riconoscimento viene dato solitamente solo ad alte e altissime personalità, ovviamente con prefisso davanti al cognome, che Leonesi non ha: che l’attuale sindaco voglia rompere la tradizione?... non ce ne vorrà il Dario nazionale se rubiamo le sue parole ma: ci voleva un sindaco alloctono per andare a Brema? almeno per questa volta!

        Continuando la riflessione sugli intellettuali di sinistra: da dove potevano essere usciti? Si conclude in modo logico che fosse l’Università!... ma, poi si realizza che l’Università era ed è un potere!... dove si può trovare un potere più potente, più forte e credibile (in quanto a sapere) di quello che veniva e viene esercitato dalle Universtà?... poi, pensando al passato di queste stesse, ci  s’accorge che quegli intellettuali, sempre di sinistra, erano stati preparati e addottorati proprio in quegli ambienti universitari che erano stati (se non lo erano ancora) di destra. Detto in questo modo può sembrare una battuta o una barzelletta ma... se si riesce a trovare il coraggio di fare un passo indietro nel tempo, e mettere in collegamento il cervello con la storia, ci s’accorge che la battuta ci appare meno battuta e la barzelletta non più tale ma  di una che li ha prodotti.

        Il coraggio porta a fare il passo indietro nel tempo fino agli anni ’30 del secolo scorso, il cervello comunica con la storia e si trova un autore di cognome Coen(52) che, sulle leggi razziali del 1938, citando Carlo Arturo Jemolo, scrive:

        <…Si hanno esempi di bassezza e di viltà a non finire: [...] Professori, magistrati cessano le relazioni con il collega che vedevano da trent’anni ogni giorno>. Lo sdegno di Jemolo, testimone di tanta viltà, è legittimo. Senza contare la circostanza che spesso rendeva quella ostilità spregevole.

       [...] <È un bel numero di cattedre che rimangono contemporaneamente vacanti – scrive Ernesto Rossi – una manna per tutti i candidati che si affolleranno ora ai concorsi portando come titoli i loro profondi studi sulla razza, sull’ordinamento corporativo, sull’autarchia, ecc.

 

        A pag. 126, lo stesso autore,  ancora scrive:

     Scrive Furio Colombo: <…Non ci sono stati… intellettuali, scrittori, giornalisti, leaders d’opinione, maitres-a-penser disposti a levare la loro voce contro le leggi razziali. Pochi hanno approvato apertamen-te, molti hanno solo finto di farlo. Ma non c’è stata nessuna vera opposizione neppure da parte di coloro che, in seguito, sarebbero diventati eroi e capi della resistenza>.

 

        Sempre con il coraggio ben stretto a due mani, si prosegue l’indagine per cercare di capire il comportamento degli intellettuali di sinistra e si incontra l’autore Enzo Collotti(53), il quale scrive:

 

        Ancora più significativo, il decreto-legge Bottai sulla scuola stabiliva l’esclusione con effetto immediato dall’insegnamento nelle scuole statali o parastatali, di ogni ordine e grado, di ; il divieto di iscrizione alle stesse scuole di alunni di razza ebraica.[...] Incidere sulla scuola significava incidere su un settore istituzionale di carattere e di rilevanza strategica. Una simile decisione voleva indicare il ruolo prioritario che il regime attribuiva alla scuola come istituzione portante della trasformazione politico-culturale di cui la campagna per la razza era parte integrante.

 

         A pag. 75 sulla arianizzazione degli ebrei (legge 13 luglio 1939 n. 1024), del ministro dell’interno, al quale era demandata ogni decisione, il Collotti ancora scrive:

 

        A tale decisione fu preposta una commissione presieduta da un alto magistrato (Gaetano Azzariti, che sarebbe stato in seguito presidente della Corte Costituzionale della Repubblica).

 

        E questo è uno dei tanti elementi che spiegano il perché, dal 1948 in poi, si incarceravano brac-cianti e operai. E se la memoria non inganna, era in base all’art. 113 del testo unico di una legge del 1929, del codice Rocco. O magari a braccianti e operai gli si sparava sulle piazze o dove si trovavano... e nessuno, di questo, ha mai chiesto conto al potere. O se l’ha fatto, il potere non  risulta abbia mai risposto: erano più o meno sempre gli stessi giudici che erano tali nel ventennio mussoliniano. Si lascino stare le comparazioni col medio evo ma, a parte i mezzi e i sistemi, non pare che i rapporti fra  potere e  servi, nei secoli, abbiano subìto cambiamenti significativi.

        Quindi, quando i poveri ignoranti, semianalfabeti (sicuramente di ritorno) negli anni immedia-tamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, nelle discussioni basate solo sulle osservazioni dell’andazzo delle cose; l’idea fatta, sulla quale si insisteva con convinzione, era che fosse cambiato il governo (forse) ma non i funzionari... era un fatto vero: e anche qui troviamo conferma nella logica. Basta solo andare con la memoria a quei tempi, specie i vecchi che c’erano, e spariscono i dubbi.

        Tornando al Collotti e alla penetrazione delle idee razziali nelle Università, dopo aver parlato di docenti espulsi dalle scuole, di arrivismi e della gravità dei vuoti nel tessuto scientifico, così l’autore, a pagg. 90-2 prosegue:

 

        In realtà, l’attività nel campo dell’istruzione e dell’università non può essere dissociata dal lavoro sottile di penetrazione propagandistica esercitata dal centro verso la periferia, in cui da una parte veniva incoraggiata e stimolata la produzione di una pubblicistica ispirata a dottrine e stereotipi razzisti, dall’altra veniva operata la cosiddetta dei testi di autori e di argomenti ebraici. [...] Al tempo stesso, la censura che si abbatteva sugli autori ebrei, peggio ancora poi se ebrei stranieri, portava alle estreme conseguenze la crescente intolleranza xenofoba che fu parte del cosiddetto , versione non soltanto macchiettistica e caricaturale dei richiami alla specificità della razza e dei costumi italici. [...]

        Credo sia giusto, nel considerare la perdita secca che la cultura italiana subì con questa emorragia di cervelli, tener conto anche di quanti non sarebbero più tornati, come è stato opportunamente suggerito da Roberto Finzi: e molti non tornarono non soltanto perché nel 1945 non vi fu un provvedimento generalizzato di reintegrazione nei ruoli, ma anche perché l’indifferenza che aveva accompagnato nell’ambiente accademico e scientifico la loro espulsione non incoraggiò in alcun modo il desiderio di ripristinare un legame la cui rottura aveva provocato ferite non sanabili.

 

        Avendo ancora coraggio per proseguire la riflessione sul comportamento delle istituzioni italiane, Università in testa, durante il regime fascista e dopo la liberazione, si trova ancora a pag. 156 del libro del Collotti quanto segue:

 

        [...] le cronache ci rimandano il senso della grande burocratica freddezza con la quale fu affrontato il problema della reintegrazione e delle pratiche risarcitorie. La riassunzione nei pubblici uffici di coloro che ne erano stati cacciati si realizzò con estenuante lentezza, con incomprensioni, incompetenza e spesso malcelata compartecipazione da parte di funzionari che spesso erano gli stessi che avevano eseguito le pratiche di allontanamento di colleghi o avevano sovrainteso ai provvedimenti cautelativi in materia patrimoniale e che ora, nel passaggio dal regime dittatoriale a quello democratico, si trovavano a gestire pratiche reintegratrici o restitutorie con la stessa indifferenza burocratica con la quale avevano obbedito a regimi e logiche non solo diverse ma esattamente opposte.

 

        In un altro libro, l’autrice Simili(54), partendo dalla prolusione del Prof. Castelnuovo in occa-sione dell’apertura dell’adunanza generale del 1946 che segnava larinascita” dell’Accademia dei Lincei”,  ricorda che in data 1 luglio dello stesso anno:

 

        [...] partiva una letterina scritta dal celebre fisico italiano, Enrico Persico, e inviata al suo amico e collega Franco Rasetti, definitivamente trasferito all'estero.

        “Qui come sai abbiamo fatto la repubblica, alla quale io ho dato il mio voto, ma senza farmi troppe illusioni. Il suo primo atto è stata una pazzesca amnistia che rimette in circolazione ladri, spie fasciste, rastrellatori e torturatori, eccetto quelli le cui torture erano . [...] L’epurazione, come forse saprai, si è risolta in una burletta, e fascistoni e firmatari del manifesto della razza rientrano trionfalmente nelle Università.

 

        Quindi, le convinzioni delle genti che non avevano voce in capitolo trovano ancora conferma. E non avendo ancora esaurito tutto il coraggio, sul citato libro(55), andando alla  presentazione si trova il Prof. Pier Ugo Calzolari, in veste di Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, il quale, sul giuramento della fedeltà al fascismo, inizia scrivendo:

 

        Dodici furono i Professori Universitari che non giurarono fedeltà al fascismo [...]. Fu probabilmente il primo tradimento di massa dei chierici, per usare l’espressione di Julian Bandan. Degli intellettuali, cioè, che abbandonata l’ispirazione etica del loro lavoro, si fanno strumento dell’asservimento della cultura alla politica: solo 12 su 1225 saranno in grado di recare rigorosa testimonianza alla superiorità dell’intelletto, di denunciare il peccato della contaminazione tra scienza e politica, e di ricordare al mondo che è  Socrate che beve la cicuta.

        Il senso di vergogna e di rimorso fu così grande che si tentò di rimuovere un ricordo così ingombrante con un silenzio che si protrasse per decenni. Un’amnesia che rivela un imbarazzo acuto. Nemmeno in epoche di facili dossologie antifasciste potè essere rimosso, in sporadiche occasioni.

        Il fatto è che a quella macchia si sommova il sapore amaro di una precedente, implicita ritrattazione, poiché con il giuramento degli universitari sparirono di colpo gli oltre 400 firmatari del Manifesto Croce.

        [...] Ma la strada della vergogna è in discesa; il giuramento degli universitari fu il banco di prova di una lunga serie di discriminazioni di provvedimenti liberticidi, di violazione delle coscienze che prepara-rono il terreno all’abisso delle leggi razziali del ’38.

 

        Certo, 1225 meno 12  professori che piegarono la schiena sono un numero alto! Non si inda-gheranno le ragioni per le quali questi non si ribellarono (a parte quei pochi che furono convinti dell’ideologia fascista), avranno avuto certamente una giustificazione, almeno con se stessi; ma in quanto a rispetto e comportamento secondo diritti umanistici non sono stati un esempio edificante. Si può capire che per i non convinti sia potuto essere stato un bel dilemma: la carriera; tengo famiglia; il quieto vivere; il non volersi compromettere con nessuno, specie con quelli del potere... (che poi essere portatori di un simile concetto si finisce per perdere la stima di tutti); altre ragioni!?... A questo punto, pur con tutto il dovuto rispetto per le Università italiane e per coloro che vi operano, pare che l’insegnamento universitario di quel periodo avesse preso un brutto colpo alla prorpia credibilità. Credibilità svilita ancora di più in quanto, nel riflettere, compare che 7 anni dopo aver firmato il giuramento assieme a Benedetto Croce, nel 1938, la moltitudine dei Professori accetta le leggi razziali e permette la cacciata dalle Università italiane fior di colleghi, solo per il  torto di essere ebrei.

        Così ridotte le Università italiane, in quei sei-sette anni che occorsero per arrivare alla libera-zione dell’Italia dal nazi-fascismo, quale fu il loro livello di insegnamento? In quella  strada della vergogna che è in discesa, dell’ex Rettore Magnifico, che cosa possono aver insegnato le Università italiane?... e a chi?... per raggiungere quali obbiettivi?... e dopo la liberazione, quanti  capi, capetti, capini, funzionari ai vari livelli furono rimossi dai loro precedenti incarichi di regime nelle istitu-zioni, Università in testa?... (la risposta nelle citazioni sopra).

        Si chiede venia per la malignità ma... con questo tipo di Università e con le istituzioni pub-bliche ancora (quanto meno) fortemente inquinate dalle leggi fasciste, dai loro poteri, dai loro funzionari, dai loro capi, vice, sottocapi, sottovice... quale genere di intellettuali si potevano avere nei lustri post-liberazione?... cosicché viene lecito e attendibile pensare che anche le alte, medie e basse sfere del PCI e suoi satelliti (avendo frequentato più o meno quelle Università e quelle scuole) possano essere rimaste contaminate, se non proprio dalle leggi e dai comportamenti che il ventennio mussoliniano aveva imposto, sicuramente erano stati sviati dallo scopo umano del vivere e del lavoro; nonché dallo svuotamento dei contenuti e dei valori delle materie umanistiche, sociali, insieme a quello spirito di solidarietà umana, che era patrimonio culturale e civile dei ceti meno abbienti. E si sono venuti a creare situazioni senza contenuti e senza valori umani... complici Università e istituzioni, per lo scarso o non interesse per le culture altre (dove quei valori erano rimasti), come le definisce l’antropologa Prof.ssa Simonetta Grilli.

        Sempre riflettendo su una serie di avvenimenti, e sentendo ancora più coraggio, si fa un altro passo indietro nel tempo di poco meno di un secolo dalle leggi razziali, per riflettere sull’Università (solo di Bologna); sempre col cervello collegato agli avvenimenti storici e con il popolo bolognese di quel tempo: il popolo autentico, non quello da biblioteca o degli storici. E a questo punto il pensiero si ferma su quella che è passata alla storia come la battaglia della montagnola, raccontata dal popolo (quello vero), quando l’8 agosto 1848 cacciò gli austriaci fuori dalle mura di Bologna. E anche qui l’Università non brillò per la propria presenza.

        A quella battaglia parteciparono: 120 carabinieri dei 200 del presidio di Bologna, i quali disob-bedirono all’ordine del loro comandante Col. Guardassoni di non partecipare alla battaglia, dove uno di loro morì; si attestarono con il capopopolo Vicinelli e la sua numerosa squadra nella zona dell’attuale sferisterio e combatterono gli austriaci. Altrettanto fecero i finanzieri, comandati dal loro ufficiale, i quali si attestarono, e anch’essi combatterono, con l’altro capopopolo Luigi Paioli, detto il matto dei bastoni, e la propria squadra, in via Galliera. Tre finanzieri morirono in seguito alle ferite riportate in quella battaglia. Era presente qualche nobile, il nipote di Gioacchino Murat, il ventiduenne marchese Gioacchino Napoleone Pepoli (che nella seconda metà del secolo fu uomo politico e diplomaticio a San Pietroburgo) a capo del battaglione della speranza, composto da minori di anni 18, il cui compito era di rifornire munizioni ai combattenti. Era presente uno studente romagnolo di cognome Loreta, non ancora universitario, il quale nella seconda metà del secolo sarebbe stato un ortopedico insigne. Erano presenti le donne con compiti vari, come andare sui tetti e tirare coppi e tegole in testa agli austriaci che venivano a tiro o che si riparavano vicino ai muri delle case, portare generi di conforto ai combattenti, verosimilmente infermiere improvvisate... infi-ne il popolazzo, quello appartenente agli strati sociali più umili... che nelle battaglie e nelle guerre (da lui stesso mai volute ma sempre costretto a farle e/o a subirle) deve, sempre, fornire i morti.

        È pur vero (è sicuro che qualcuno l’ha scritto) che in quella battaglia, se anche non c’erano rappresentanti dell’Università, questi avevano, prima, diffuso le idee risorgimentali. Questo sarà stato anche vero ma... in opposizione agli austriaci non c’erano. Poi, pensando ancora, a chi, i pro-fessori, avrebbero dovuto dispensare le loro idee risorgimentali? Coloro che avrebbero potuto incamerarle, i borghesi, che avevano le possibilità di andare a scuola, si sono ben guardati dal partecipare a quella battaglia. Anzi. Una parte la mattina dell’8 agosto, fiutata l’aria pesante che regnava in città(56)

 

 ...avevano tanta Albasia di Essere Coraggiosi, si portarono fuori di Porta S. Mamolo, ora Chiamata Porta D’asseglio [sic], e presero con loro Zuconi di Vino, sporte di Pane, Salume e formaggio e si portarono su le Nostre Coline e la in una spianata si Possero a sedere a Mangiare e a bere, stando a quardare il fumo del Canone e a sentire l’esplosione dicendo: “Lascia pur che si amassino, adesso quando è finito andiamo Poi Giu noi”. E in fatti cosi fecero, quando sentirono la vitoria e divenero tutti ufficiali e Primi Combattenti.

 

        Alla  pagina  seguente  prosegue:

 

        Una altra Parte Poi erano andati fuori di S. Felice nei Prati di Caprara [zona dell’attuale Ospedale Maggiore] con Banche, ed avevano Pane, Vino, Salume e Formaggio Per Vendere agli Austriaci e Per Buscare Soldi.

 

Salvo poi, nella seconda metà del secolo, vantarsi d’aver combattuto, magari eroicamente, per cac-ciare gli austriaci, come continua il Paioli. Ma coloro che veramente avevano combattuto sapevano chi c’era stato e chi non; tanto che non furono rare le discussioni fra chi era stato presente e chi assente, e, non di rado, nelle osterie, in queste discussioni, comparivano anche coltelli.

        D’accordo il distacco accademico dai comuni mortali dell’800; d’accordo sul divieto per imposizione governativa o per etica accademica di non partecipare ad assembramenti di popolo; d’accordo che i Professori universitari si erano già da tempo liberati da quella

 

tracotanza degli uomini verso i loro simili e verso il mondo della natura, una tracotanza che allora [nel XIII secolo], nonostante gli indiscussi pregi del sapere, caratterizzava fortemente la scienza, la dottrina dei grandi maestri, degli stessi dottori bolognesi.

 

scrive il Prof. Fumagalli(57); d’accordo sulla raggiunta umanità dei Professori delle Università italiane. Ma, senza una grande forza nella schiena per reggere il peso degli avvenimenti, le condi-zioni nelle quali questi Professori lavoravano, il tipo di insegnamento che dispensavano; c’è da dubitare molto (se uno studente universitario non avesse potuto farsi le ossa di tipo umanistico da altra parte) fossero potuti uscire dottori, per poter essere intellettuali migliori di quelli descritti dal Leonesi.

        Tenuto conto di quanto appena detto, si nota un certo parallelismo fra la scarsa forza nella schiena della docenza universitaria a reggere certi urti e certi scossoni, e il disinteresse istituzionale per le culture che non fanno storia. Poiché le istituzioni erano e sono dirette da persone addottorate in Università con questi trascorsi, c’è da pensare che, forse, questo disinteresse per queste culture altre, possa essere figlio di questo passato delle Università stesse?!... visti i risultati diventa difficile affermare che non ne abbiano avuta almeno un’influenza.

        Dopo questa (solo apparente) passeggiata in libertà fuori dall’argomento principale ma pertinente (se le Università avessero tenuto la schiena un po’ più dritta sarebbe potuto ugualmente uscire questo tipo di intellettuale di sinistra?), rientrando e continuando, si testimonia che il 18 maggio 2006, alla cerimonia del conferimento del Nettuno d’oro al Luciano Leonesi, la sala rossa del Comune di Bologna era strapiena di persone che gli hanno attribuito, oltre alla propria simpatia, il ringraziamento per quello che ha dato e ancora dà alla città. Ricevuto il premio dalla mani del Sindaco Sergio Cofferati, ha preso la parola e ha voluto, da persona generosa quale è sempre stata, condividerlo con coloro che insieme si visse l’esperienza del G.T.V.(58).

 

  



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