TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net
Cerca nel sito  

Titolo
-Copertina-1
-Indici-1
Parte I - Cap.unico. 1 - Tipi di intrattenitori1
Parte I - Cap.unico. 3 - Tipi di intrattenitori 1
Parte I - Cap.unico. 4 - Spettacoli di campagna1
Parte I - Cap.unico. 5 - Spettacoli in campagna1
Parte I - Capitolo unico7
Parte I - Cap.unico. 2 - Tipi di intrattenitori 1
Parte II - Capitolo I 3
Parte II - Capitolo I 1
Parte II - Capitolo II1
Parte II - Capitolo II- 4 Qualche studio1
Parte II - Capitolo II:2
-Premessa-1

Titolo



Stemma del Comune 

 

 

Titolo
Autori
Copyright


\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Luciano Manini - ParteI- Cap. Unico: 6 -: Ostilità alla cultura che viene dal basso

Parte I- Capitolo unico : 6 -Ostilità alla cultura che viene dal basso

Di Luciano Manini (del 10/07/2012 @ 10:18:38, in Parte I - Capitolo unico, linkato 340 volte)

Ostilità  alla  cultura  che viene  dal  basso 
 Visto il disinteresse, si  veda  l’ostilità    

       
Lasciamo il lavoro del Broccoli e le baggianate da quattro soldi del Brighetti che erano, né più né meno, solo uno degli esempi con i quali l’istituzione e certa ignoranza, socialmente un po’ “evo-luta” (in Emilia-Romagna) osteggiavano ed emarginavano la conoscenza che veniva dal basso della scala sociale, nei suoi svariati aspetti, dall’unità d’Italia ai giorni nostri. E continua tutt’ora, in ossequio al concetto accademico che ciò che non è scritto non esiste. E qui siamo all’ossimoro!... come fa ad esistere uno scritto se non lo si scrive?... e se lo si scrive e lo si cancella con l’oblìo?... Analizzando il concetto alla lettera, porta a pensare che: forse, al di fuori dello scritto non esiste sapere, non esiste informazione, non esiste cultura???... Se si accetta il principio che la “’C’ultura” che esiste è solo quella che esce dall’istituzione universitaria o universitarizzata, certamente si! Quindi, all’infuori della codificazione istituzionalizzata ed egemone del sapere, esiste solo il nulla, pur esistendo culture altre. Il sapere dei contadini d.o.c., non essendo scritta, è tagliata fuori da tutto il monòlito del “Sapere” codificato, accademizzato, ufficializzato, egemone che, si perdoni la face-zia, a ben guardare, ha motivato la nascita del Dottor Balanzone in Bologna città. Per leggere l’og-gettività e la conferma di quanto si sta dicendo, e che induce a pensare sul cosa è la cultura>, non è necessario sforzo alcuno: basta conoscere l’argomento, fare un giro per i musei della cultura, lavoro, vita, civiltà, ecc. contadina e lì è scritto tutto, chiaramente... ma in senso inverso! Senza scomodare né il Cocchiara né lo Zanotti, quel che si è tentato di scrivere (dove è stato fatto) dice quel che manca... appunto perché non c’è; checché ne dicano le istituzioni, gli “esperti”, gli specialisti... e quant’altri.

        Riflettendo sulla lettera del concetto accademico qui esposto, si perdoni qualche domanda, ma serve per cercare di capire: come può esistere una cultura, uno scritto, una lingua o un linguaggio se nessuno li scrive? come avrebbero potuto scrivere, i contadini, il loro vissuto se erano analfabeti? ...va bene, ci sono stati, e purtroppo ci sono ancora, “esperti” che scrivono dei e sui “contadini” e la loro cultura; ma non sono i “contadini” che portano la loro storia scritta sulla propria pelle! in quei “contadini”, i contadini, veri, non ci si riconoscono... sono contadini da biblioteca, accademizzati, metabolizzati e istituzionalizzati. Come questi “scritti” potevano e/o possono esistere se coloro che avrebbero dovuto farlo se ne sono disinteressati? ...o peggio, se quando emergevano le conoscenze, la cultura, il sapere, ; questi, anziché scriverli e documentarli, addirittura li osteggiavano, li occultavano?... e poi c’è chi s’è offeso nel sentir dire che “chi ha fatto l’università non capisce niente!”. Sia chiaro: non perché ignorante; erudito certo sì, ma... “esperti” con limitate o assenti conoscenze sulle culture materiali, sull’idioma e su quel mondo certamente sì! I vecchi di quel mondo, pur analfabeti, nella psicologia del loro abito mentale, lo avevano capito da secoli e da elementi molto semplici: udivano i dotti parlare, verosimilmente, una lingua straniera, di cose e in termini che erano a loro estranei, se non sconosciuti. Come avrebbe fatto l’istituzione a conoscere con obiettività un mondo di cui non si era mai interessata?... o forse l’essere offeso (questo qualcuno) è stata solo una reazione per aver messo il dito nella piaga?... È fuor di dubbio che oggi questo tipo di conoscenza manca: basta fare un giro (come detto) per i musei della cultura materiale della regione ed è un fatto che balza subito all’occhio... almeno per coloro che ne furono i protago-nisti di quella cultura.

        Ammesso per assurdo che, secondo i significati del mondo alla rovescia del Cocchiara, queste categorie analfabete, come per incanto, avessero potuto scrivere la loro cultura, come avrebbero fatto a farla conoscere se la si boicottava, come affermava il Prof. Coco nelle proprie conferenze?... come i dialetti, per esempio?... senza dimenticare che queste culture altre erano, e sono tott’ora, generalmente più o meno tutte orali e dialettofone.

        Non a caso esisteva nelle campagne, nei secoli scorsi, una paremiologia, un’aneddotica an-tiborghese, antiscolastica (questa coltivata anche dalle curie e dalla chiesa in toto), anticlericale, antiurbana, antiuniversitaria... Dopo la seconda guerra mondiale non più contro l’Università come istituzione, ma per il dimostrato disinteresse per un mondo che non doveva interessare e, all’oc-correnza, magari fornire sentenze sulla base solo di notizie sui <contadini da biblioteca>; ed era (per certi versi lo è ancora) per questo che l’aneddotica e la paremiologia si alimentavano e si alimentano ancora, satirizzando il Sapere con la ‘S’ maiuscola dell’intellighenzia che stabiliva e stabilisce, secondo i propri crismi, chi è  cólto e chi non; cosa è ‘C’ultura e cosa non è; chi sa e chi non sa, e via stabilendo. Pur tenendo presente che dopo l’unità d’Italia, con le lotte delle classi sociali meno abbienti, si cominciò a capire che la scuola e lo studio erano indispensabili per l’affrancamento e l’emancipazione di queste classi stesse. Inoltre, l’Università, dopo la seconda guerra mondiale, era diventata il sogno proibito di gran parte degli abitatori del contado. Anche se non bisogna trascurare il fatto che quando una cosa non la si poteva avere, era, ed è facile denigrarla, satirizzarla, metterla in ridicolo. Delegittimarla, da parte degli “ignoranti”, come momento catar-tico... restituendo la secolare delegittimazione subita per secoli nel passato; come, a suo tempo, le maschere scomode della commedia dell’Arte. Pure se, visto il discutibile interesse istituzionale per il pianeta “contadino”, nel perdere di attualità e scolarizzandosi sempre più, forse si è potuta delegittimare da sola... verosimilmente e probabilmente con il contributo della camporesiana accademizzazione, al fine di metabolizzarla, come da secolare metodologia... almeno viste le cose con gli occhi di vecchi, veri, contadini.

        Si ricorda chiaramente, nei primi anni ’50 del secolo scorso, azienda Grandi, fraz. Saletto di Bentivoglio, un compagno di lavoro di chi scrive di nome Matteuzzi, un po’ avanti negli anni, che conversava con un altro più giovane, il quale aveva un figlio frequentante le scuole elementari e manifestava il proprio desiderio di farlo studiare. Dalla conversazione nacque un concetto dei nullatenenti (diffuso, specie tra le persone anziane) molto eloquente sul loro pensiero nei confronti dell’Università. Il dialogo fu pressapoco questo:

Matteuzzi - …cum væl tö fiöl a scöle?

Genitore  - Al và, al prévv andær méj mo al và!

Matteuzzi - L’ha po’ sòul dîš ân!

Genitore  - Va ban, mo a um piašrévv ch’al studiéss, che al fess al mêdi, magâra l’universitæ…   

        par möd ch’al capéss de pió!

Matteuzzi - (sorpreso) E par möd ch’al capésse de pió t al madaréss po’ a l’universitæ!?(47).

        Era la manifestazione del luogo comune, per dire che l’Università era il luogo dove, certo, non avrebbe imparato qualcosa. Di sicuro: cosa fosse stata la s’ciafadûre (scahiaffatura), come si sarebbe fatta una sgambinatura o una sbovrinatura o un inviamento... e a che cosa sarebbero servite; o quali picchetti e di quali lunghezze nella messa fuori dei piani in risaia... se non, forse, avesse studiato agraria. Il padre del ragazzo, invece, cominciava a capire che nello studio era un avvenire migliore del bracciante.

 

 

Il  Teatro  di  Massa

 

        Continuando il viaggio esulando un po’ dai treppi, e rimanendo nello spettacolo del mondo dei diseredati.  Entrando in un discorso più vasto, sulla spettacolarizzazione di quel popolo degli esclusi dagli spettacoli di élite, si veda il Teatro di Massa(48). Il quale (rimanendo sempre al secondo dopoguerra) anche se forse può avere la colpa (o il merito) di essere stato scopiazzato dall’allora Unione Sovietica, rimane sempre un altro sintomo-esempio-paradigma istituzionale di soppressione di un fatto culturale interpretato dal popolazzo, ma con già una guida. Un tipo di spettacolo vera-mente di massa anche per le centinaia di persone che vi presero parte come attrici e attori; il che, antropologicamente parlando, si avvicina a forme tearali primitive, quali i misteri eleusini, i fescennini, gli stessi treppi, dove le masse celebravano se stesse. Quelle attrici e quegli attori improvvisati erano il popolo (anche questo non da bibloteca) che rappresentava se stesso, il proprio vivere, le proprie lotte anche cruente, come la resistenza al fascismo e al nazismo, e la loro storia vissuta e scritta sulla propria pelle. L’ignoranza di chi scrive non ha mai permesso di sapere e di capire veramente perché dopo un anno o due il PCI e i suoi satelliti di allora, avesse cassato uno spettacolo tanto partecipato e tanto sentito dal pubblico, composto da quelle masse che in quello spettacolo vi si riconoscevano perché era il loro (e più teatro di questo non avrebbe potuto esssere), e parte di esse le avevano veramente vissute in prima persona. E, cosa ancora più strana, un ossimoro più che un paradosso, che il PCI stesso e i suoi addentellati, nella propria politica, almeno a parole, inten-deva esserne l’interprete di quelle masse. Si chiede venia per la malignità ma si azzarda un pensiero del tutto ipotetico e in completa libertà: non è che il PCI di allora avesse il timore di non riuscire a convogliare quelle masse secondo il fine e l’idealità della propria nomenklatura?... aveva forse il timore di non riuscire a controllare quella cultura non codificata, non studiata, vissuta fuori dai canoni convenzionali dell’ufficialità, pur criticando (lo stesso PCI) nell’Università un’istituzione conservatrice o pressapoco?... se questo fosse stato vero, perché non fare un passo avanti?... il Teatro di Massa sarebbe stata un’ottima proprosta di rinnovo culturale, almeno nella propria ideolo-gia... se non nella forza per far avanzare una nuova proposta politica sulla cultura.

        Andare incontro al proletariato, era la traccia delle teste pensanti del PCI di allora... ma, evidentemente, quelle masse costituivano un ostacolo, dovuto ai loro saperi altri, alle loro psicolo-gie... elementi che non facevano parte del patrimonio culturale istituzionalizzato. Ideologia marxi-sta a parte (se c’era), sarebbe stato opportuno cercare di capire e salvare questo patrimonio. Ma, evidentemente, fu uno sforzo che non fece: “questo è stato poco ma sicuro”, diceva, da comunista, il Broccoli. L’evidenza dei fatti, oggi, dice chiaramente che non capì... o peggio, non volle capire; si lascino stare le ragioni. Dove sarebbe esistito un teatro più teatro di quello? che rappresentava il popolo “col riso e col pianto” come scriveva Lorca nella sua Lettera agli amici, e continuava definendo il teatro quella orribile cosa che si chiama uccidere il tempo”. Perché non si è continuato con questo che era una delle manifestazioni più valide per la creazione di una cultura rinnovata (nonostante le censure governative e locali sarebbe stata, quanto meno, una indicazione di lotta per ottenerla), se non altenativa? (come pare propagandasse il PCI del periodo); pur con tutte le riserve del caso sulla definizione di cultura popolare.

        Anche se l’iniziativa del Teatro di Massa partì dall’area del PCI, in un secondo tempo forse lo stesso PCI si prese paura; non tanto per il grandissimo numero di persone come interpreti (che lo facevano gratis) e vastissime partecipazioni di pubblico, ma proprio per questa grandissima, sentita, partecipazione, la nomenklatura intellettuale dell’allora PCI forse vedeva sfuggirsi di mano una cultura vissuta, da loro idealizzata diversamente. Parlavano di culturapopolare”... ma il loro “po-polare” era un popolare che non era il di quelle masse. Battuta a parte, probabilmente il loro concetto di teatro popolare, formalizzato da dirigenti formati nelle Università italiane, era cosa diversa dal di quel teatro di vita vera, vissuta; da qui (i risultati lo lasciano chiaramente intendere) la decisione: non è come l’abbiamo pensato noi, quindi cassiamolo!... e fu cassato. Sia pure (risulta) dopo discussioni e dibattiti.

        Visto l’avvenimento a posteriori, come poteva non essere così?... Il PCI e satelliti di allora cominciavano ad avere una buona quantità di dirigenti che avevano studiato all’Università, e quel  proletariato che ivi avevano studiato non era quello vissuto giorno per giorno dai proletari veri (che erano anche le attrici e gli attori di quello spettacolo), i quali ancora vivevano nei campi, nelle risaie e nelle fabbriche. Quei proletari dei quali questi intellettuali (più tardi etichettati di sinistra) intendevano essere interpreti del loro pensiero e della loro condizione, l’Università, nella propria secolare esistenza, non risulta (almeno a chi scrive) li abbia mai avuti fra i propri studenti; almeno fino alla seconda guerra mondiale. Né risulta l’Università abbia mai insegnato teorie per emanci-parli, tanto meno teorizzato il loro vero pensiero, svolto funzioni maieutiche per un loro affran-camento. Se non, forse, per qualcuno, in un quadro visto dal potere (qualunque esso fosse), e con prospettive non certo mirate alla emancipazione proletaria. Visti i risultati tutto lascia pensare di aver trovato i proletari nei libri, e dei quali proletari se ne erano costruito un concetto tutto proprio, anche se avevano letto Marx. Erano proletari da biblioteca (come i contadini; anzi, erano anche gli stessi), non vissuti come quelli degli spettacoli del Teatro di Massa e dei passati treppi. E ammesso pure che veramente volessero andare incontro al proletariato, (qui il dubbio sfiora l’incredulità), secondo Dario Fo e l’oggettività dei fatti, non potevano farlo perché non lo conoscevano, sicura-mente non lo conoscevano a sufficienza, o peggio ancora, non lo volevano conoscere. Era fuori dalle loro teorie. Il teatro che loro conoscevano o pretendevano di conoscere era quello studiato all’Università, era il teatro dove le signore andavano a mostrare la pelliccia, per uccidere il tempo (Lorca)... e quando vedevano non solo il Teatro di massa ma anche tutto quello delle classi non abbienti (analfabeti compresi) dall’unità d’Italia fino a loro, da chi all’Università non c’era stato, era cosa diversa da quello che conoscevano e avevano idealizzato; quindi non lo consideravano teatro e lo liquidavano paternalisticamente come (nel migliore dei casi) cosa superata, o talmente modesta da non meritare considerazione, o baggianate da quattro soldi, di Brighetti... non interessava… non interessare!... cosa ci mettiamo, a far vedere le miserie e le vergogne del nostro pas-sato?... a sovvertire le istituzioni?... Domanda: - allora, la cultura alternativa?... O, probabilmente, verosimilmente, non lo volevano considerare e/o tanto meno capire perché, appunto, il teatro (quello con la ‘T’ maiuscola) era cosa da intellettuali, non da proletari... i quali, da esclusi, si erano creati e si facevano un teatro tutto per loro... appunto, . Ecco, probabilmente, un’altra ragione per cassarlo.

        Sia detto in modo chiaro: dopo la seconda guerra mondiale, quegli intellettuali di sinistra, che volevano andare incontro al proletariato, quel non sapevano cosa fosse. Né il proletariato né, di conseguenza, il suo teatro... che diventava quanto meno difficile da capire, se non incomprensibile. Punto e basta. Questo perché, sostanzialmente, non ne conoscevano le origini, le ragioni del suo esistere, la sua funzione; né lo spirito, né le psicologie, né i contenuti e tanto meno i riferimenti: in poche parole, non conoscevano (allora come oggi) la cultura che lo produceva: lo misuravano con il loro (non adatto) metro. Questo, con ogni probabilità, era ed è ancora, il noicciolo del busillis; se non lo fosse sarebbe un gioco al massacro delle culture altre. Delle quali, fra l’altro, basta guardare le istituzioni regionali di cultura materiale e ci s’accorge subito dei boicottaggi che hanno subito. Comunque non era il teatro loro e non poteva esserlo; in quanto, di quella cultura che esso esprimeva non solo non ne erano edotti ma stavano già lavorando per distruggere anche la strada per poter arrivare a capirlo: il linguaggio (i tanto vituperati dialetti), anche se il Teatro di Massa era parlato in lingua, seppure non in dizione. Quindi, questi “intellettuali”, a che cosa avreb-bero dovuto andare incontro?... anzi, erano il proletariato con il suo teatro degli esclusi che andava incontro a loro, e non l’hanno accettato. Quindi per ignoranza, per ostilità o per presunzione (erano loro gli eruditi) o per tutte e tre le ragioni insieme, non ne hanno voluto sapere. Indicando e perpetuando dall’eredità accademica del passato, in ambito istituzionale, la strada da seguire della trascuratezza e del disinteresse per le culture che salgono dal basso, nell’ambito delle istituzioni regionali più o meno a tutti i livelli, fino ai giorni nostri.

        Negli anni ’50 e ’60 andava di moda il termine teatro popolare. E con questo era certamente inteso che vi fossero compresi anche il Teatro di massa e il G .T. V. (Gruppo Teatrale Viaggiante); più tardi sarebbe venuto anche il Teâter Campagnöl. Poteva esservi teatro popolare più  di questi? Ma forse proprio per questo non hanno avuto grandi aiuti, se non nulli. A proposito di teatro popolare, circa a metà degli anni ’50 del secolo oggi alle spalle, il critico teatrale Gerardo Guerrieri su Teatro d’oggi (Rivista del Centro del Teatro e dello Spettacolo Popolare), in un articolo sull’argomento dal titolo “Che vuol dire Teatro Popolare?), dopo aver analizzato i vari significati della definizione sui quali si equivocava, così si esprimeva:

 

        [...] teatro popolare vuol dire ancora teatro d’invenzione e fantasia popolare, cioè anonimo e qualche volta fatto da analfabeti, in contrapposizione al teatro letterario, fatto dagli scrittori. Questa distinzione si appoggia sui metodi e vale specialmente per la letteratura drammatica. [...] popolare per noi il teatro è quando è chiaro, vigoroso, basato su tesi oggettive, anziché su problemi soggettivi, sugli scontri violenti delle passioni anziché su una psicologia minuta e raffinata.

        Alcuni di coloro che oggi vogliono o dicono di voler fare un teatro popolare lo pongono come un problema di cultura. Essi, e per essi il teatro, si considerano dei portatori di cultura, e come tali vorrebbero presentarsi al popolo: eccomi qua, dicono: mi vedi? Io ti porto Shakespeare, Molière, la Commedia dell’Arte, la Parola dei Poeti che io conosco e tu no. Ringraziami e adorami perché io ti porto la Cultura.

        Io (e voi) conosco parecchi di questi costruttori del teatro popolare, portatori della civiltà ai selvaggi: sono persone di una incompetenza culturale di prim’ordine ma perseguitati da questa missione culturale cui dicono di voler tutto sacrificare. Ma si sgomenterebbero decisamente se si vedessero di fronte un vero pubblico popolare di braccianti calabresi, di metallurgici o di mondine della montagna(sic) bolognese(49). Questi costruttori [...] in realtà portano la cultura in provincia e credono di portarla al popolo: perché essi confondono il concetto di popolare con quello di provinciale che è completamente diverso. [...]

        Un lato aristocratico del provincialismo dei nostri costruttori di è dato dalle loro interpretazioni del testo. Essi interpretano il testo non perché i loro malcapitati spettatori lo capiscano, ma perché anche il popolo possa avere un’idea della loro abilità nel modernizzare e nell’interpretare opere che rappresentano sì la cultura, ma che vanno rivedute e corrette, riviste con occhio e gusto d’oggi. Il gusto teatrale di oggi è quello del balletto, del bizzarro, del leggiadro, del movimento e del teatro-azione. È il tipico gusto del teatro quando ha perduto il piacere di dire qualche cosa di concreto, o che non sa più che cosa dire, o che teme per questioni di censura di parlare di qualsiasi cosa. I portatori di cultura portano questo teatro in campagna e credono di aver civilizzato i contadini [...]. Essi [i portatori di cultura] attribuiscono al cattivo genio nazionale, (e al popolo considerato come razza) la confusione mentale che hanno imposto come legge a se stessi e agli altri.

 

      Oggi, vedendo certi spettacoli, non pare sia cambiato qualcosa. Si continuano a vedere compa-gnie di attori che interpretano il testo non perché i loro malcapitati spettatori lo capiscano, ma perché anche il popolo possa avere un’idea della loro abilità... ecc. come allora; e, nonostante le esigue presenze, hanno finanziamenti pubblici. Malignando e mettendola in ridere, si potrebbe pensare che certe istituzioni abbiano un budget da spendere in questa direzione, finanzia questo tipo di spettacolo perché “intellettuale”, e giustifica la spesa ma... visti i risultati, i di spesa (appunto) quali sono?

        Tornando al Guerrieri: sono parecchie le accezioni che egli dà alla parola popolare, e ognuna con un significato diverso e preciso. Quindi, tenendo presente il giudizio di un autore di tale statu-ra, sui costruttori del teatro popolare (che assomigliano molto a quegli intellettuali di sinistra – se non sono gli stessi – che facevano la ruota attorno al PCI e suoi satelliti), si riesce a intuire il perché il Teatro di Massa dovette (gli fecero) chiudere i battenti. Che, vista oggi la situazione istituzionale della cultura materiale, logica vuole si dimostri figlia dei suddetti padri. Poi, c’è da tenere presente che (poiché gl’intellettuali di sinistra erano ascoltati all’interno dello stesso PCI e dintorni) per que-sti incompetenti culturali, definiti dal Guerrieri, dissacrare una cosa che verosimilmente e con ogni probabilità, non capivano nell’oggettività storica di quella cultura, diciamo popolare (anche se resta da scegliere l’accezione da dare a questo aggettivo, a cominciare dai treppi), o peggio, non la vole-vano capire in quanto non faceva loro comodo, quindi la eliminavano a priori. Stroncando queste rappresentazioni si poteva apparire un intellettuale di profonda conoscenza teatrale... della quale non avevano capito niente! ma era un buon trampolino di lancio, dal quale partire con una mossa successiva, per cercare di garantirsi una comoda poltrona per l’avvenire.

        E...  i  proletari?…

        Già... i  proletari!… che cosa erano?...

 

        Nel 1957 si riformò la coppia Sartarelli - Leonesi, regista e aiuto, come nell’esperienza del Teatro di Massa; fu l’Estate bolognese d’arte, nello spiazzo davanti alla palazzina dei giardini Margherita. Fu uno spettacolo popolare (si disse), con nomi di grido: Roldano Lupi, Elsa Vazzoler, Marisa Mantovani, Domenico Modugno, Franco Migliacci, Valerio degli Abbati, due giovanissimi: Virna Lisi e Raoul Grassilli quali attori giovani, ed altri... ma il popolo non c’era. D’altra parte con un cast di attrici e attori di quel calibro si poteva pretendere la rappresentazione di e per una cultura altra, per di più che venisse dal basso?... non poteva essere altro che il popolare visto dall’altra parte; dalla parte, cioè, che nel popolare non ci si riconosceva e lo vedeva dall’esterno (anzi, non lo vedeva affatto), quello accademizzato, metabolizzato. Nonostante tutto fu una magnifica esperienza e furono belle lezioni di teatro per chi scrive, sia durante le prove sia durante gli spettacoli. Non si equivochi: per lo scrivente erano solo comparsate. Lo spettacolo venne fatto nella seconda metà del mese di luglio e la popolazione bolognese, anche per l’ambiente un po’ fresco, partecipò molto numerosa, fu generosa di applausi per tutti i quadri che componevano lo spettacolo: La baronessa di Carini, La Donna Lombarda... Fu uno spettacolo ricco di effetti e molto bello in sé, dove un pim-pante Domenico Modugno, nelle vesti di un allegro cantastorie ludificatore e conoscitore di fatti, faceva da filo conduttore tra i sei quadri che componevano lo spettacolo... che si potrebbe definire , anche se fu uno spettacolo che si fece dare del Voi (come si diceva). Ma il vissuto delle classi sociali, che sempre nei secoli mantennero tutti, certamente non ci furono, se non intellettualizzati.

 

        Sulla falsariga della cultura popolare portata al popolo dagli intellettuali, di sinistra o meno, successivamente sono stati realizzati alcuni film sui “contadini”, pur belli, ma... fermo restando il diritto di ognuno (intellettuali e non) di scrivere romanzi, girare film, creare sculture, dipingere quadri, ecc. sui “contadini”, non sempre in quelle opere i contadini ci si riconoscono, anzi. Es. il film Riso amaro: è difficile per chi abbia vissuto la risaia, poter accettare quel film come proprio patrimonio culturale. È solo uno sfondo, e anche ambientalmente discutibile, per una storia che non gli appartiene; mancano, come in Novecento o La neve nel bicchiere, lo spirito, le atmosfere, i ritmi, la credibilità degli interpreti... indiscutibilmente bravi come attori e come attrici, ma da qui a essere contadini, braccianti, risaiole, ecc. ne passa... È una incontestabile dimostrazione della ragione di Jean-Marie Pesez(50) quando scrive: “abbiamo la sensazione che non basti qualche velo in più per fare di una stella [...] una contemporanea di Cesare”. Visti i risultati non ci sono dubbi: ha ragione.

        A parte che al film Riso amaro e alla sua protagonista la risposta l’hanno data, molto abiettiva, alcuni anni fa le risaiole di Nonantola. La Mangano è stata senz’altro all’altezza della situazione, come attrice, per gli intellettuali e i non adetti alle risaie, ma per le/i risaiole/i (anche se ex, ma proprio per questo le risaie del passato le hanno conosciute e vissute) non è credibile. Si vede alla prima occhiata che la Mangano non è una risaiola, oltre all’atteggiamento appariscente (che l’am-biente le avrebbe subito tolto) ha un viso troppo bello e liscio e un atteggiamento che, come risaiola, subito la tradisce. Sui visi e nell’attegiamento delle ragazze di risaia più o meno ventenni si leggeva la risaia sul loro viso, sulle loro spalle; durante e soprattutto alla fine della campagna della sarchia-tura del riso, quei visi erano segnati da rughe e vistose zampe di gallina agli occhi...

 

        In  Novecento: i fatti storici possono essere anche veri ma non del tutto. Aveva ragione l’On. Paietta quando diceva: “mai è stato fatto un processo a un padrone il 25 aprile, né nessun contadi-no si è mai rivoltato contro di esso”. Dall’unità d’Italia agli anni ’60 del secolo scorso si sono fatte lotte sindacali, anche cruente, ma essun contadino (sempre inteso come mezzadro), a quella data, si è mai rivoltato al padrone, né singolarmente, né associato, né sindacalizzato: sarebbe stato escomia-to prima. La vita di campagna rimane molto sullo sfondo e in primo piano sono gli attori e le attrici. Le atmosfere sono diverse da quelle vissute; i lavori con tempi e ritmi discutibili rispetto alle realtà. Depardieu non credibile nei lavori e rispettive tecniche, delle quali si era padroni e si vede subito che non le conosce ed è fuori posto per il ruolo assegnatogli... anche se può esserlo per l’intellet-tualismo. Pure gli attori presi dal mondo che vorrebbero rappresentare, non sembrano attendibili nell’uso che ne è stato fatto: saranno stati sicuramente consoni alle esigenze del film, ma i tempi e i ritmi quotidiani rimangono da decifrare. Con attori addirittua stranieri poi dove sono le psicologie di quel mondo a parte? I riferimanti? almeno quelle/i di classe, se non di categoria sociale. In uno spettacolo, non è bastevole dire che qualcuno è un bracciante o un contadino perché lo sia vera-mente. Anche qui ha ragione il Pesez. Pure se, e proprio per questo, sono da tenere presenti i meccanismi artistici dei tempi, dei ritmi spettacolari e la diversa percezione e reattività alla cultura altra, secondo la cultura di appartenenza: intellettuale a quella acculturata diversamente, e quest’ul-tima costruita su un “popolare” delle classi basse della scala sociale, tutto intelletuale.

 

        Il film La neve nel bicchiere risente pure di quanto sopra. I lavori che si vedono appaiono imparaticci, che lo fanno perché devono, e ritmicamente non credibili. Nelle scene dell’aratura i vecchi contadini avrebbero trattato coloro che  j parêvan só (stimolavano? le bestie) nel modo come questi trattano le bestie stesse, anche se si vede benissimo che sono animali non abituati al lavoro o quanto meno all’aratura. Nelle scene della lavatura della canapa non se ne riconoscono i ritmi e la pratica, pur volendo attenersi alle classiche tre frullate e tre sbattute; nelle campagne si diceva: - “sarà un corridore ma la faccia non ce l’ha”. Inoltre, cosa che nel film indiscutibilmente emerge, e nel romanzo ancora più evidente, è la mentalità crumira che emerge nel susseguirsi delle letture, sia del film, sia del romanzo. Certo l’autore nel romanzo non lo scrive, né viene detto nel film, ma che la mentalità sia quella, secondo i vecchi braccianti sindacalizzati CGIL, non ci sono dubbi. Ne sono una testimonianza appariscente il prete (datore di lavoro del protagonista) che dice al proprio conta-dino, nella partitura, che gli spetta di più; nonché le facce feroci degli scioperanti nel film, ne sono una chiara incontestabile confessione. Infatti sono in linea con quella che sarebbe stata la storiella dei comunisti che mangiavano i bambini e la mentalità sindacale degli accordi separati, in linea con quella democrazia… cristiana però!, di cinquanta e passa anni fà. Fermo restando, per quei lavoratori che non si riconoscevano nella CGIL, il diritto di costituirsi in un sindacato diverso o di non sindacalizzarsi affatto. Un’altra cosa non credibile nel romanzo è il rapporto sessuale del nonno dell’autore con la padrona. Che il rapporto sia avvenuto o meno non ha importanza: è ridicolo il fatto di prendersi il sesso della padrona come rivalsa di esserle subalterno; forse confessa solo il concetto maschilista dell’autore. È certo che non era possibile trovare questo atteggiamento nella psicologia delle classi meno abbienti (e qui si potrebbe innestare una seria riflessione sulle condi-zioni psicologiche delle categorie sociali più deboli), senza contare poi delle possibilità e prerogati-ve della proprietà per fargliela pagare... che erano infinite. Di fatto, a quei tempi, il contadino era proprietà padronale; per cui le opere di questo autore confessano chiaramente la propria appartenen-za, e quali riferimenti hanno i fini della propria accademizzazione dei fatti. È chiara la manipola-zione in senso ideologico degli avvenimenti, indipendentemente dal fatto che li conosca o meno. 

        Concludendo: che si facciano film e si scrivano romanzi sulla storia “contadina”, ben vengano! ma che vengano calati dall’alto film e romanzi di questo tipo e venga detto ai protagonisti di quel mondo: voi eravate questi; ebbene, in questi, i protagonisti non ci si riconoscono, e non ci stanno. Saranno contadini “cinematografici” anziché da “biblioteca” o da “intellettuali di sinistra” se si vuole, ma... certamente non sono contadini veri.

 

        Un discorso diverso merita L’albero degli zoccoli, non perché nella scena del bambino con quegli zoccoli ci si possano vedere i nostri padri; la generazione di chi scrive fu più fortunata, le suole di legno in famiglia si compravano già fatte e le si portavano dal calzolaio. Il quale con l’inse-rimento di due cinture che abbracciassero l’avampiede e un cinturino orrizzontale che abbracciasse il calcagno forniva zoccoli nuovi per andare a scuola (disperazione delle maestre in quanto, per piano che si cercasse di camminare per non far rumore, questi s’ciabattavano sempre). Fuori dalla scuola, dalla fine di marzo ai Santi, non servivano, si andava sempre scalzi, salvo che in chiesa e a scuola, appunto.

        In questo film si leggono le atmosfere, più o meno lo spirito, i ritmi, gli stenti... nei quali, chi ha vissuto quel mondo ci si riconosce, ma... ci si fermi qui. Per fare un’analisi, anche sommaria, occorrerebbe conoscere la stratificazione sociale del luogo, i rapporti fra i vari strati e quelli inter-correnti all’interno di ognunao di essi. Bisognerebbe conoscere i rapporti nel luogo, i vari tipi di contratti di lavoro; se, in quale misura e in che modo questi venivano stipulati, applicati... anche se non rispettati più o meno dappertutto come di norma. Perché, non si dimentichi: indipendentemente dalle regole scritte sui contratti di lavoro e le leggi vigenti, ciò che veniva applicato era sempre e solo il volere di chi comandava. Risulta fossero rarissimi i contratti rispettati: insieme al Broccoli se ne è conosciuto uno solo. Le aziende applicavano il contratto quando ne avevano la convenienza e non lo applicavano quando ne avevano il tornaconto. Le pretese dell’azienda M..., negli anni ’60 del secolo scorso, che si presentò dal proprio mezzadro Aldrovandi Adolfo, per ritirare il maiale già grasso come atto dovuto... è un bell’esempio di quelle che furono le applicazioni dei contratti di mezzadria stessi e agrari in genere; in linea con le affermazioni dell’Avv. Francesco Berti Arnoaldi Veli nelle proprie conferenze sul Diritto a Bologna, così riassunto: “...le leggi che si applicavano non erano quelle scritte ma il volere di chi comandava”.

        Inoltre, le condizioni climatiche delle campagne e risaie emiliane erano diverse da quelle piemontesi e fors’anche le tecniche di certi lavori comuni, oltre a lavori diversi, dovuti al diverso clima. In questo film, nel racconto delle tribolazioni di quelle genti, si riconosce che erano comuni. 

        Nei film qui citati, indipendentemente dalle critiche e/o da ciò che si può dire a favore o in senso critico di questi, si deve prendere atto che sono opere di interesse, di persone intellettualmente preparate e che sono valide come opere in sé, sulle quali, come tali, meritano rispetto.

 

        Ritornando al teatro fatto dai diseredati certo era più sentito, più sanguigno ma non conforme al pensare di quello “intelletualedi sinistra (agli altri, semplicemente, non poteva interessare). Che sarà stato pensiero intellettuale di sinistra fin che si vuole, ma sempre lontano da quel sentire proletario vero, al quale voleva andare incontro e che avrebbero inteso interpretare, compresa la base del PCI stesso. E questo, falsa o vera che fosse la propria ideologia di sinistra, se l’erano costruita, condita e coltivata in una Università di tipo borghese, dalla quale pochissimi nella sua storia erano usciti per abbracciare veramente le classi sociali più umili. Il teatro dei poveri era fatto di incontri, di treppi di subordinati che si trovavano insieme per maledire, per sperare insieme in un mondo migliore. Mettersi al livello di un bracciante o di un muratore era gradino sociale troppo basso per gli intelletuali, di sinistra, di destra o di dove si vuole; così fu persa un’ottima occasione per coltivare un teatro vero, espresso da una cultura popolare autentica ma che, ancora una volta, evidentemente, non doveva contare. Quella cultura non albergava nelle teste e nei cervelli giusti: quelli che avevano in mano le sorti delle comunità e delle istituzioni. Si ha voglia dopo fare autocri-tica! (o fu ipocrisia?). Poteva e può ancora essere letta benissimo come una presa in giro!

        Dopo la debacle dell’ultimo spettacolo del Teatro di Massa, Luciano Leonesi, aiuto regista di quell’esperienza di spettacolo, così si esprime nel suo Il Romanzo del Teatro di Massa, con prefa-zione del Prof. Claudio Meldolesi(51):

 

        Steso il velo pietoso a livellare gli scarica barile giustificativi, arrivò il Revisore; un investito di poteri speciali: verificare lo stato di salute del Centro e decretarne la fine ingloriosa oppure dare adito ad un rilancio luminoso.

A differenza di Negretti  il dottore venne subito messo in busta paga e da si seppe che l’esimio rientrava da una e questa era una chance per rifarsi una credibilità. Il vestito che indossava aveva visto diverse stagioni, lo dimostravano i gomiti della giacca e la bombatura dei calzoni sulle ginocchia che non tenevano più la piega ormai scoloriti e lisi, ma a noi portatori d’acqua tenne a dimostrare che aveva le palle quadrate.

– Datemi il tempo di capire l’andazzo e appena avrò in mano la situazione, sarà mio compito comunicare a chi di dovere come stanno le cose, e, state tranquilli, che lo dirò fuori dai denti. – Proprio così disse: fuori dai denti.

La schance offertagli non andò persa; il dottore trovò una scrivania di prestigio in Comune e come promesso, fuori dai denti, il Centro del Teatro e dello Spettacolo Popolare fu dichiarato inutile e indeterminante e pertanto sciolto, ma lui aveva fatto sessantuno e ora quelli che avevano fatto filtrare attraverso le riviste specializzate, anche loro, fuori dai denti potevano dire: .

Sembra che ce l’abbia con gli intellettuali. No! Io ce l’ho con quelli, che capìta la nostra , hanno messo a frutto il e sono sempre stati con una gamba fuori dallo sportello pronti a saltare giù se fosse passato un altro tram.

Ce l’ho con i che pur di esibirli come un , sono stati accondiscendenti oltre il giusto per poi rifugiarsi nel deprimente rito dell’autocritica quando i suddetti saltarono sul tram che veniva in senso contrario.

 

 È vero, anche in quell’occasione si ripeté quello che era sempre successo: non esistono culture di serie A e culture di serie B; esiste solo cultura, che si ha o non si ha. Alla quale appartiene il sapere erudito e il sapere analfabeta... e non c’è dubbio che sia tutto sapere! È un fatto però che il sapere istituzionale, erudito, ha voce in capitolo; i saperi altri questa voce non l’hanno! al pari dei contratti di lavoro della terra da tantissimi secoli, compreso tutto il medio evo, la legge che conta è il volere di chi ha il potere il quale, potendo, comanda. Nel medio evo, la chiesa con la forza dell’e-conomia e di un diritto a senso unico... oggi quello “culturale” del istituzionaliz-zato. I musei contadini, materiali… sono sempre lì a dimostrarlo. Certo, è un concetto draconiano: esistono anche pensieri liberi che guardano i problemi da altri punti di vista, e le cose che si vedono possono essere diverse. O lo sono veramente ma... la considerazione nella quale queste dovrebbero essere tenute pare non esista. Se esiste necessita metterla a fuoco: così com’è, non si vede



Articolo Scritto  Storico Indice Stampa Stampa
© Copyright 2006-2014 DEPOSITATO SIAE - Tutti i diritti riservati - Io uso dBlog 1.4® Open Source