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Parte I- Capitolo unico. 4 - Spettacoli in campagna

Di Luciano Manini (del 01/07/2012 @ 11:38:23, in Parte I - Cap.unico. 4 - Spettacoli di campagna, linkato 377 volte)

   

Spettacoli  in  campagna

 

Vincenzo  Zanotti

 

        Sicuramente uno degli spettacoli più rappresentativi e più rappresentati nelle campagne fu     La Fléppa (La Filippa): quella combattuta fra due villani, non La Fléppa lavandèra (La Filippa lavandaia, che l’autore titolò  La Filippa da Calcara) entrambe di G. C. Croce. La seconda, non ci sono notizie fosse conosciuta in campagna; la prima lo era da tutti solo come La Fléppa.

        Ad Anzola dell’Emilia (BO), negli anni ’80 del secolo passato era circolata l’idea di volerla recuperare e riproporla, a scopo documentale, in rima (o pressappoco, ma scordiamoci il metro), come fu detto a chi scrive e gliene recitarono qualche brano. Poi, date le anagrafi avanzate dei protagonisti delle ultime rappresentazioni e alcune circostanze ostative (in primis il trasferimento di uno dei protagonisti e la cagionevole salute di un altro), non fu possibile realizzare l’idea. Ma una testimonianza diretta della rappresentazione de La Fléppa, rappresentata non dal gruppo di Anzola ma da quello di Castelmaggiore (BO), si è riuscito a recuprarne una sicura testimonianza. Uno dei protagonisti di quell’avvenimento e organizzatore del gruppo che gli dava vita, anche se non diventato Massaro (probabilmente data la giovane età), fu Vincenzo Zanotti. Il quale sul filo della memoria, l’ha riscritta su un quaderno scolastico e lo ha donato allo scrivente, quale testimonianza oggettiva della rappresentazione stessa, che il proprio gruppo rappresentava da prima della prima guerra mondiale (anche se egli vi entrò solo qualche anno dopo), durante la quale venne sospesa per mancanza di interpreti e ripresa fino all’anno 1925. A proposito di questo gruppo, il Broccoli, su Il Cantastorie(34), scrive fra l’altro, introducendo La Fléppa, a proposito degli incontri

 

        [...] che si facevano nella stalla, la fonte del fertilizzante che i bovini scodellavano caldo di fattura. , si sentiva di tanto in tanto e il rumore rompeva l’atmosfera, si fa per dire, nel senso che arricchiva l’aria. C’era (del fitto), della fumana in giro e ciò animava l’ambiente. Qualcuno restava scottato da particelle vaganti  

 

        Questo poteva accadere in genere solo quando il bestiame veniva alimentato con insilati o cibi non di fienagione, oppure qualora l’animale fosse indisposto o avesse mangiato una piuma o una penna di animale pennuto; in quei casi gli schizzi erano abbondanti e l’odore pure.

 

ed era molto critico verso la socievolezza dell’arca di Noè che regnava nella stalla, e rumoreggia-va o fischiava. Ciò interrompeva il raccontatore che diceva: . Si racconta che un contadino evoluto una sera andò nel teatro di Budrio e ogni volta che gli appassionati più fanatici interrompevano gli attori applaudendo, fischiando, urlando e abbaiando, lui scuoteva la testa e diceva: . Per puro caso fu udito da uno di quei personag-gi sempre in cerca di nuove sensazioni che sposò quella parola, e di lì a poco lanciò l’idea di chiamare gli autori dei clamori teatrali, quelli della claque!

        Inconvenienti a parte gli incontri di stalla furono una fonte inesauribile di conoscenza che infuse luce e fantasia al tombale silenzio del mondo interiore dei contadini. […].

 

        Segue:

 

        [...] e dopo essersi nutriti con il frutto proibito del sapere iniziarono a baloccarsi, cambiando un re in un brigante o un nobile in un garzone. Li vestivano con i panni dei mammalucchi poi li ridicolizzavano, perché superbi e altezzosi nel comandare, sul lavoro erano degli adolescenti. E lo dimostravano con questi esempi: , facevano dire a uno di quelli. Era avena! Oppure ad un altro: , gli disse il bifolco, che dopo un po’ dovette precipitarsi nella stalla. Dove c’era il finimondo, con le bestie slegate che facevano a cornate tra loro e il garzone che gridava a squarciagola. Nel frattempo intingeva una scopa in un mastello di colla, poi la passava sul manto dei bovini che rispose sconsolato il bifolco.

 

        In questo pezzo del Broccoli, forse, la chiarezza lascia un po’ a desiderare ma l’argomento avrebbe potuto interessare il Cocchiara. Questo era il modo col quale gli abitanti delle campagne, con queste specie di rappresentazioni, prendevano in giro tutti coloro che erano estranei a quel mondo (borghesi, dottori, professori, gente di città, ricchi, padroni, chiunque colpisse la fantasia con atteggiamenti, comportamenti, attitudini, condizioni...).

        Venendo sullo specifico, poiché il fatto getta uno sprazzo di luce su una delle tante sfaccetta-ture di un mondo sconosciuto ai più, quale è stato il rurale, pare opportuno riportare in toto o quasi ciò che scrive il Broccoli sulla rivista citata, a proposito della rappresentazione de La Fléppa, consegnataci dallo Zanotti. Così il Broccoli continua:

 

        Il fatto più interessante della loro memorizzazione però fu , un testo di G. C. Croce basato sul contrasto tra due [fratelli] innamorati [della stessa donna, la Fléppa]. La trama della commediola era vivacizzata da sette protagonisti tre dei quali donne [ma, successivamente, nel tempo, in parti di contorno, come aspetto coreografico] ,

 

        Questo fu un fatto abbastanza rivoluzionario, in quanto gli intrattenimenti nei treppi e in questo tipo di spettacolo, generalmente erano rappresentati da soli uomini (come facevano il gruppo di Anzola e altri) e le parti da donna venivano interpretate da giovani. Il fatto fu confermato anche dall’autore stesso, lo Zanotti, nel primo incontro con chi scrive.

 

        ...ed inizialmente veniva rappresentata nelle sale delle ville padronali, o nel chiuso dei cortili dei palazzi. Per allietare i signori durante la loro permanenza nella noiosa campagna. Quando qualcuno riuscì a farla filtrare dal chiuso di quelle mura, i subalterni si lambiccarono il cervello per il desiderio di vederla recitare. Loro però, a differenza dei signori, non avevano i soldi da pagare gli attori. Ma erano talmente inciucchiti di quella novità che non si fermarono di fronte a quelle difficoltà, e se bisognava recitare si improvvisarono attori. Occorreva trovare dei giovani con una buona dose di faccia tosta, desiderosi di mettersi in luce e che con questa convinzione si cimentassero nell’impresa. Ma occhio alla merla! Per onorare l’impegno ci voleva forza di volontà e fare “cavallo salta” [(rinunciare)] con il riposo e la morosa, visto che le prove dovevano essere fatte di notte quando nel campo non si lavorava. Quelle portavano via un sacco di tempo, perché c’era da imparare a memoria le parti comprese quelle femminili, per le ragioni che le donne a quei tempi non uscivano di casa dopo il tramonto. Poi c’erano gli stacchi [musicali o con zirudèlle], i movimenti, le posizioni da tenere in scena, e quell’affiatamento si realizzava solo dopo molta pagnotta.

        Ci furono inoltre altre difficoltà da superare come quella della scelta dei vestiti che ciascuno doveva indossare, e quella di trovare un luogo spazioso dove recitare. Un luogo dove si potesse produrre idealmente, non di fatto, la posizione del teatro tradizionale; palcoscenico e pubblico di fronte. La stalla era inadatta non tanto per gli inquilini che la occupavano, che poveretti avevano sempre largheggiato nell'offrire agli ospiti un caldo dove c’era un condensato di tutti i profumi che esistono sulla terra, ma per le ragioni che all’inizio dello spettacolo e nell’intervallo tra la fine di questo e la farsa [era tradizione che, almeno fino alla fine degli scorsi anni ’50, dopo lo spettacolo si facesse sempre la farsa], tre suonatori con organino, chitarra e clarino, allietavano i presenti con allegri motivetti.

        Se con la costruzione delle capanne l’uomo era uscito dalle caverne, con la Fleppa i contadini uscirono dalle stalle e a divertirsi stavano nelle logge delle case. Un salto di qualità che diede una svolta ai passatempi abitudinari dei contadini, tant’ è che la novità si diffuse come per contagio epidermico. Portatori di quella ventata di novità erano gli attori che venivano invitati ad esibirsi in molti paesi dei dintorni, ed erano talmente apprezzati che le lodi si sprecavano nei loro confronti.

        L’area di diffusione de La Fleppa toccò vaste zone del modenese e del bolognese, e nella pianura di quest’ultima, si fermò alla via Ferrarese. Questa fu un confine una linea di demarca-zione, il Piave della Fleppa. Infatti nei paesi a sinistra si giù a quel biondo, in quelli di destra (Granarolo, Minerbio, Budrio, Castenaso), era in voga il rogo della vecchia. […]

 

        Dopo aver analizzato varie realtà, situazioni, possibilità, ecc. di rappresentare gli spettacoli in genere, legati alle possibilità che offrivano i cicli produttivi, a seconda delle zone ove erano collo-cati, il Broccoli continua:

 

        Queste alcune ragioni legate ai cicli produttivi, ma è giusto fare un accenno anche ad un’altra realtà. L’uomo durante i secoli aveva vissuto nel chiuso delle comunità campagnole, frantumate in una miriade di parti, dove in ciascuna era nata una cultura locale e ambientale. Una cultura dove c’era il senso delle sue origini, della sua storia, della sua identità, che esprimeva nei costumi, nelle tradizioni, nel linguaggio. E proprio il linguaggio aveva l’impronta paesana e da solo mostrava l’identità, perché tra due comuni gomito a gomito come Budrio e Castenaso si parlava con infles-sioni e cadenze dialettali diverse. Infatti nel primo dicevano [e dicono ancora] , mentre nell’altro usava dire: .

 

        Evidentemente questo fatto si spiega nell’essere, il Comune di Castenaso, più vicino alla città e ne sente di più l’influenza della parlata.

 

Il linguaggio come marchio di fabbrica, segno di distinzione, filigrana da spendere con gli altri.

        Quel esistente fra paese e paese, espressione di una saggezza antica e collettiva, c’era stato anche nei confronti della Fleppa. E si scopre guardando alla sua diffusione per salti e brusche frenate, mentre le sue tappe sono una fioritura di iniziative che arricchiscono il testo di creatività locale. C’era chi l’aveva ingioiellata di zirudelle, chi di parti inventate di sana pianta per renderla più lunga e divertente; cresceva nel bollire, insomma. Non è che quelle manomissioni (che sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono leggere i vari testi reperibili), alterassero la trama o togliessero freschezza al testo originale, ma davano ad esso un’impronta paesana che dimostra l’antica vocazione del a tutti i costi. L’esempio di Castelmaggiore è molto calzante al proposito.

        Approdata in questo comune, i sette personaggi della Fleppa diventano otto. A loro si aggiunge un . Infatti c’è la morte di Gaspàr, uno dei due contendenti, la divisa di Mingòn e le armi, pugnale e sciabola, che porta alla cintola, gli arnesi da lavoro (falci fienaie, forconi, rastrelle, rocche, e filarini), che i personaggi usavano durante la recita.

        Animatore di quello spettacolo, che racconta per filo e per segno con una lucidità di memoria sorprendente, è Vincenzo Zanotti, nato nel 1906 a Castelmaggiore. Fin da ragazzo si innamora della commedia che un fratello maggiore di dieci anni (che a suo tempo l’aveva imparata da una compagnia di Sabbiuno [verosimilmente e con ogni probabilità la frazione di Castelmaggiore così denominata], andava a recitare e mentre lavoravano nel campo, la raccontava. Era un argomento che andava al dente a Vincenzo, al quale sembrava di avere l’oro a mezzagamba, quindi ascoltava, memorizzava, e in breve fu in grado di misurarsi con il fratello nelle parti più impegnative. Quella febbre attaccaticcia lo spinge nel 1922 a scrivere le parti dei vari personaggi; parti che consegna a quegli amici che ha convinto a recitare, e che ciascuno deve ingegnarsi a imparare a patèr. Solo dopo si trovano la sera nella stalla a fare le prove che sono lunghe e impegnative. Tra le parti femminili la più importante è quella della Fleppa, che affidano a un giovanotto imberbe e slanciato; un figurino al quale insegnano i movimenti, il portamento, quel tanto di civetteria che richiede il ruolo.

        Nel 1924 quando Zanotti ha appena diciott’anni, c’è il [suo, come capo gruppo] debutto. Ora lasciamo la parola a lui: chiesi al capo famiglia. , rispose, poi appena in cucina accende un lumino ad olio, quelli con lo stoppino. Dopo ci accompagnò nella (lavanderia) dove c’erano paioli, mastelli, panche, stecchi e bruscoli [stecchi e bruscoli che accesero per scaldare un po’ l’ambiente e loro stessi], così tanto per vederci meglio, ma dovemmo darci da fare molto in fretta per venir fuori da quel locale, altrimenti il fumo ci asfissiava. Fuori il capo sala ci aspettava e dice: , e noi: , . Entra nella loggia e urla ai presenti di mettersi a posto, poi si affaccia di nuovo alla porta di casa e ci chiede: . Io rispondo: . , grida. Noi en-triamo e la sala ha già fatto circolo.

        Finita la commedia ci togliamo la maschera e siamo quasi tutti conosciuti dai presenti. Che ci attorniano, ci danno pacche sulla schiena, burlano, scherzano e ridono con noi, e tra una chiacchiera e l'altra nella loggia si balla. Abbiamo appena il tempo di andare a cambiarci che dopo un po’ entra il capo famiglia e ci invita a passare tutti in cucina dove sopra una tavola grande come una piazza d’armi, ci sono bottiglie di vino bianco e nero, terrine colme di crescentine, altre di raviole, e altre ancora di ciambella. Alé, da mangiare e da bere a volontà; questo a noi ci dava gusto, ci faceva molto piacere. E viva!

        Quand’era notte tardi, mezzanotte passata, si partiva. Prima però caricavamo i nostri arnesi e i vestiti, poi salutavamo la famiglia e tutti gli altri che conoscevamo. Loro ci ringraziavano dello spettacolo divertente che avevamo recitato molto bene, dicevano, e noi ringraziavamo loro dell’ accoglienza e della generosità. Poi via, un paio di frustate alla cavallina che partiva al galoppo per riportarci alle nostre case. Ora a settantasette anni suonati io sono qua e mi chiedo: .

Armide  Broccoli

 

            

        Questo è ciò che scrive il Broccoli sullo Zanotti e su La Fléppa, sbobinando un’audiocassetta di un’intervista effettuata dall’etnografo Dott. Giampaolo Borghi più o meno un paio d’anni prima. In quel periodo lo stesso Dott. Borghi e il Broccoli, conoscendo la passione e l’esperienza di chi scrive in questo tipo di teatro lo invitarono a conoscere lo Zanotti stesso, col quale prese subito con-tatto e in un primo incontro gli chiese di quella esperienza, del come rappresentavano La Fléppa, dove, quando, ecc. raccontò di buon grado più o meno le cose dette nell’intervista, molto contento che qualcuno si interessasse ancora di quella sua appassionata esperienza. Raccontò, fra l’altro, che non sempre facevano lo spettacolo allo stesso modo, in quanto non sempre le condizioni logistiche erano le stesse. Disse anche che il loro gruppo fece La Fléppa per l’ultima volta nel carnevale dell’anno 1925 a Castelmaggiore e non fu mai più rappresentato, perché il Partito Nazionale Fasci-sta non ne permise la rappresentazione. Quando, in quel primo incontro si giunse ai saluti, poiché era dotato di buonissima memoria, chiesi di scrivere tutto quello che si ricordava del testo: lo fece.

        Quell’ultimo spettacolo di Castelmaggiore fu fatto in piazza e, come pure negli altri luoghi dove lo spazio lo permetteva, iniziava con tre uomini (tra i quali Gaspâr, scalati, come nella falcia-tura della medica e del fieno) che entravano scalati nello spazio scenico, reali falci fienaie alla mano, falciando realmente una ideale medica, come nel loro lavoro vero. A seguire entravano tre donne con rastrello (altrettanto sfalsate come nel vero rastrellare, e anch’esse con gli stessi movimenti richiesti dall’attrezzo) che idealmente rastrellavano il falciato o il seccato. Fra le donne poteva esserci il personaggio della Fléppa o meno in quanto, non sempre quando facevano lo spettacolo, tutti avevano la possibilità di partecipare. Le persone in eccesso sul numero dei per-sonaggi facevano da coreografia, usando un attrezzo agricolo ed eseguendo il lavoro al quale il medesimo era deputato.

        Si rimase in contatto e dopo diversi mesi ci si reincontrò, si riprese il discorso, consegnò il testo scritto esprimendo il desiderio che lo si riprendesse. Poiché nel primo incontro non si seppe dell’appendice del Dottore, aggiunta dal proprio gruppo, né egli (forse pensando si sapesse) lo comunicò. Nel secondo gli fu chiesto di riscrivere anche quella. Cosa che fece ancora di buon grado, chiedendo ancora di riprendere la rappresentazione de La Fléppa, non importa se col dottore o senza: disse. Ci si reincontrò di nuovo dopo mesi, si riprese il discorso, consegnò l’appendice che il proprio gruppo aveva aggiunto al testo; scusandosi perché era scritta male. Ma parve in quell’oc-casione di vedere sul suo viso una mestizia, un sorriso spento, come di persona non in buona salute. Non si voleva interrompere il rapporto stabilito con questo Signore, ma dopo un po’ di tempo, per caso, a domanda di chi scrive, il Broccoli comunicò una notizia che fece rimanere male e dispiac-cque molto, in quanto  privava del piacere di parlare con quest’uomo e di ricercare insieme, nelle nostre memorie di vissuto comune: era in precarie condizioni di salute.

        Attualmente chi scrive conserva gelosamente il materiale avuto in consegna da quest’uomo assieme alla speranza di poter vedere rivivere  La   Fléppa.

        Si definisce uomo il Vincenzo Zanotti, in quanto in quel mondo, la coscienza di appartenere agli strati bassi della scala sociale non permetteva a un socialmente pari essere definito ‘Sgnòur...’ (Sgnèr: urbano) se non per presa in giro o anche offesa: - ...Sgnòur t sræ po’ té!, Sarebbe stata la risposta, sicuramente piccata. In questo ‘Sgnòur...’ c’era anche l’accezione ‘Sgnòuri’, nel senso di benestante, ricco, sfruttatore…

 

 

La  Fléppa  oggi

 

        Vincenzo Zanotti non poté vedere realizzato il proprio sogno, ma negli anni ’80 del secolo scorso un gruppo di persone a Castello di Sarravalle (BO) ha ridato vita a questo testo crocesco... e ancora oggi si può vedere rappresentare La Fléppa nell’ex contado.

        Un gruppo de La Fleppa a Castello di Serravalle esisteva già, sicuramente prima della prima guerra mondiale, se non nell’800; con lo scoppio della guerra prima, e con l’avvento del fascismo poi, dopo alterne vicende cessò l’attività. Oggi questo gruppo ricostituitosi in associazione con nuovi elementi, si è autonominato  La j strécca un pö’ (la j stringe un po’, come dire: il 7 nel 13 ci sta due volte ma un po’ stretto). Il giorno 23/06/2006 questo gruppo ha presentato La Fléppa al Museo della Civiltà Contadina di San Marino di Bentivoglio, con ottimo risultato. Al di là dei limiti personali degli attori sulla conoscenza della tecnica teatrale (che non sarebbero stati opportuni), a carico più o meno di tutti (e questo è il merito maggiore), il risultato è stato sicuramente eccezionale in quanto, cosa molto importante, hanno centrato la chiave di lettura del testo; e questo, oltre ad essere stato un godimento per il pubblico, ha dimostrato l’intelligenza d’aver rapportato il testo all’epoca dei treppi e dei loro contenuti, reintroducendovi le psicologie, i riferimenti, le mentalità, certe situazioni, che ricreavano un vissuto vero che, in altri casi, con molte più pretese (non solo per La Fleppa), non si è saputa la cultura di quello che si stava rappresentando. Questo gruppo ha capito in modo molto chiaro, incontestabile, che in questo spettacolo, per fortuna, man-cano gli “esperti” e gli “intellettuali” (se ci sono stati, sono stati molto bravi e intelligenti a scendere dal proprio piedistallo); mancano coloro che “portano il teatro al popolo”; che disquisiscono sui contadini, magari senza sapere cosa sono, sicuramente ignorando quello che c’era e c’è scritto sulla loro pelle; mancano coloro che vorrebbero rappresentare la cultura o la teatralità <Contadina> secondo i canoni de “il teatro si fa così!...” non tenendo conto che per tipo di teatro, quei canoni, non sono certo quelli adatti. Quello spettacolo, agli occhi di coloro che veramente conosco-no l’argomento trattato, è stato così bello e veritiero proprio perché mancavano gli intellettuali... specie quelli  di sinistra... (se ne parlerà in altra parte).

        Questo spettacolo di contadini ha la fortuna di essere fatto da persone con le radici piantate nella terra, che ne lasciano intatto lo spirito del testo: di qui il godimento. Il che vuol dire assenza di “intellettuali” o “esperti”, che calano dall’alto il loro sapere per elevare la cultura contadina alla dignità di spettacolo, secondo un loro concetto di teatro; senza rendersi conto che questo loro concetto, per quel tipo di spettacolo, è fuori luogo. Complimenti a La j strécca un pö!!! Anche se  continueranno ad essere snobbati dalla Cultura con la ‘C’ maiuscola, continueranno sempre a fare vero teatro, e saranno sempre i rappresentanti (come le maschere vere) del loro mondo, detto dalle  scarpe grosse... ma senza cervello fino!!! se fosse vero come si spiegherebbero secoli di pellagra??? Il “cervello fino” era e rimane, per dirla alla Camporesi, una macroscopica accademizzazione per metabolizzare anche falsità.

 

 

 

L’appendice  della  Fléppa

 

        Comunicata la realizzazione del sogno, sia pure alla memoria, di Vincenzo Zanotti, è giusto e opportuno riferire tutto il lavoro che lo stesso Zanotti ha lasciato(35). Di seguito l’appendice, ricopiata come scritta dall’autore.

 

Pure  Questo

        E qui incomincia un’altra sena [sic].

        Viene fuori Sandron vede Gaspar a terra colpito lo guarda, lo chiama, lo muove vede che sta male, và chiamare il tottore.  era di notte tardi. Va bussare la porta, Il Dottore sente e chiede chiè!  Ason me!  Berba Sandron!

        Ma cusa vut Da staura.

        Sandron! Aiè unoman calstà mel dimondi! Alfaga bein prest!  Dottore, arivo subito. Via che vanno e arrivano da quel Gaspar ferito. Il Dottore visto quellumo disse Questo Uuomo sta molto male; Il Dottore si abbassa per guardarlo lo gira; lo guarda, lo ascolta.  si volta verso a Berba Sandron disse Questo già morto. Il Dottor, disse, o bisogna darci da fare per Trovare il colpevole,

        Tu Sandron mi dovrai portare il colpevole,

        se non vuoi che la colpa cade su di te!

        Me Dutaur avach truvér cal brot Delinquat.

        E di fatto Sandron altruve Mingon, e alla purte Davanti al Dutaur. Come il Dottore vide questa persone, venne fuori qualche battuta seria.

        Poi il Dottore Voleva le sue Generalità. Di questa persona Lui gli rispose, se propprio le vuole, incomincia a scrivere.

        Io mi chiamo. Figlio del Fù Tasca Rotta, nato nel comune Della Fame Distretto Della Sete, Mandamento Della Povertà, cherotè socc… te e lulà.

        Poi il fatto che il Dottore Diceva gaspar era morto. Invece Mingon che stato colpevole, lui diceva che non era morto, era vivo e Gaspar Che con la sua medicina faceva vivere i morti il Dottore insisteva che era morto.

        Mingon il colpevole, io ho la medicina che fa vivere e morti, se tu Dottore vuoi la mia ricetta comincia a scrivere,

        Quasta le la ricetta

        Te da tor, Dl’ombra ad Fos,

        Dlambrola at cadnaz,

        e dal son èt campena.

        E Fer un bel masag in clà Bule che tal sè po te!(36).

 

        Qui lo Zanotti, già sofferente di quella malattia che poi l’avrebbe portato all’exitus, ripete in modo chiaro (conscio o inconscio) ciò che era tradizione mettere nei trebbi, negli spettacoli delle campagne da tempo immemorabile: i doppi sensi, i riferimenti sessuali, il mondo alla rovescia delle descrizioni anche del Cocchiara e la denuncia di una condizione di fame e di miseria. Nell’ultimo incontro fece notare che mancava qualche battuta nel finale, e disse che erano: chèro te sócc’mel te e lu là!; e/o anche:  t a j al fæ po’ fær da tö suræla (lett. caro te succhiamelo tu e quello là    glielo fai poi fare da tua sorella). Battute che aggiustavano, omettevano a seconda dei luoghi dov’erano  chiamati.

        Disse inoltre che si era dimenticato di scrivere che i tre elementi: l’ombra di fosso, il midollo di catenaccio e il suono di campana, andavano mescolati per fare un col quale ungere e/o massaggiare il malcapitato in una certa zona del corpo per farlo resuscitare. La risposta che ne segue indica chiaramente dove, visto che il dottore lo manda a farsi fare questo massaggio dalla  sorella o dalla  moglie (se era sposato).

        Tirando in ballo i simboli si può tranquillamente dire che La Fléppa, ontologicamente par-lando, è una delle tante definizioni che si davano all’organo sessuale femminile, e spesso, per fare dello spirito, si giocava sul doppio senso della parola. La lotta fra i due contendenti non era tanto per avere la Filippa in moglie col matrimonio (tollerato dai poteri), quanto per avere i suoi favori che, verosimilmente, se confessati, addio rappresentazione. L’educazione e la cultura più o meno sessuofobica coltivata fino ad alcuni lustri dopo la seconda guerra mondiale, produceva nella gioventù una certa pruderìe, vera o ipocrita che fosse e, in queste rappresentazioni (non solo de La Fléppa ma anche in altre), poco o tanto emergeva e la si prendeva in giro. Daltronde nel testo de La Fléppa sono evidenti i riferimenti sessuali, i doppi sensi e l’aggiunta che ne fece lo Zanotti, da questo punto di vista, è perfettamente coerente, lineare, logico.

        Le condizioni di fame, di miseria, i doppi sensi sono contenuti nella descrizione delle genera-lità: Tasca Rotta, Comune della Fame, Distretto della sete, mandamento della povertà... e (in spe-cifico) il chèro te sócc’mel te e lu là (dove si trova pure la rima). Ma il senso dato dalle generazioni precedenti, oltre al doppio significato intrinseco e alla lettura dei simboli, nell’ultima frase era anche uno scongiuro per esorcizzare una situazione impossibile da risolvere. Quindi la frase la si può leggere in un doppio senso: a) – mandare tutti a quel paese, come fatto ineluttabile, non possibile, contrastato... (in questo caso anche l’assoluta non disponibilità a fare certi servizi ad un uomo: quindi si può invocare l’eventuale intervento della sorella o della moglie o della figlia di colui che dà il consiglio o chiede un certo servizio);  b) – si sostituisce alla richiesta dell’intervento della sorella, moglie, figlia per determinati servizi, la ribellione alla situazione, dove in lu là (quello là) va dato il senso del potere e/o i poteri che creavano queste condizioni di indigenza.

        L’ombra di fosso, il midollo di catenaccio e il suono di campana, oltre ad avere una chiara analogia con Il mondo alla rovescia trattato dal Cocchiara; rimane impossibile, per l’arretratezza dei luoghi e di quelle menti, che il gruppo dello Zanotti conoscesse quanto studiato dal Cocchiara stesso e da altri... tantomeno lo poteva conoscere in quanto non erano ancora emersi i suoi studi). Quindi appare chiaro che tutto questo viene dalla tradizione e lo si può leggere benissimo anche come riferimento al coire; dove l’ombra di fosso non esiste fisicamente se non in minima parte alle due estremità del giorno (questo perché i campi dovevano essere sempre orientati sud-nord per far avere ai raccolti e soprattutto alle piantagioni arboree la possibilità di avere il sole da ambo i lati, sia nelle ore antimeridiane, sia in quelle pomeridiane); poi, bisogna anche considerare la profondità del fosso. Ma, essendo il fosso stesso, simbolo dell’organo sessuale femminile esterno, emerge chiara l’impossibilità assoluta di avere l’ombra di fosso. Il midollo di catenaccio non può fisicamente esistere ma esiste simbolicamente in una funzione copulatoria umana dalla verga maschile. Il suono di campana fisicamente è certo che non lo si può mescolare con i primi due elementi, ma leggerlo come campane a festa per un matrimonio (per beghine e bigotti), o come apoteosi dell’orgasmo nel coito umano per gli sprovvisti di fede, non è certo fuori luogo; in quanto presuppone l’atto tramite il quale in futuro può darci una nuova vita. Per cui l’unto per la resurrezione di Gaspâr, pur senza voler scomodare Frazer, può essere letto come una metafora dell’evolversi del ciclo della vita umana nel tempo. Anche se i protagonisti, forse, non ne erano consci.

 

 

Comparazione  Zanotti – Cocchiara

 

         Zanotti: - ombra di fosso, midollo ci catenaccio, suono di campana; è la medicina che il per-sonaggio Mingòñ suggerisce al Dottore e gliene detta la ricetta:  poi dice di mescolarli ben bene insieme per averne un  unto per fare  resuscitare Gaspâr.  Perché, nel gruppo dello Zanotti, questa ricetta di un Contadino viene consegnata a un Dottore e non viceversa, e/o non ad altro perso-naggio?... Inoltre, diceva l’autore, non deve essere un dottore vero: e faceva capire che non doveva essere né un dottore inteso nel senso di dottore del teatro naturalistico, né un Dottor Balanzone inteso nel senso classico del termine, ma  un dottore che non c’entrava per niente con la scienza. Evidentemente doveva essere un dottore che riassumeva in sé tutto il sapere e la fantasia degli analfabeti, tutti gli accorgimenti empirici delle cure tradizionali che si facevano senza ricorrere al medico vero, trasfigurati dalla fantasia, dove il Dottore probabilmente era letto come coadiutore della natura che tutto provvede, guidata dall’uomo impersonato dal contadino. Nello stesso tempo il mondo si presenta alla rovescia, essendo Mingòñ a notificare la cura (quindi la conoscenza) al medico, e non viceversa.

        Qui si fa fatica a credere sia tutta farina del sacco dello Zanotti; prima di tutto perché (a quel tempo) era persona molto giovane, anche se considerata preparata culturalmente, avendo egli rag-giunto il traguardo della terza elementare, che alla sua età scolare era la scuola dell’obbligo. Data la sua passione è sicuramente da pensare abbia visto e rubacchiato, quanto meno da altre esperienze, da altre rappresentazioni de La Fléppa. Che egli abbia costituito il gruppo è senz’altro vero ma appare chiaro anche che risente di esperienze di altri gruppi; e che il buon Vincenzo ha seguito la tradizione, facendosi le ossa cercando e appropriandosi di idee qua e là dove ha trovato, cercando di rendere lo spettacolo più consono al proprio modo di vederlo e di sentirlo, proprio come da tra-dizione. Altrimenti diventerebbe difficile costruire come finale un’appendice così carica di simboli tradizionali e così vicina ad un concetto di mondo alla rovescia... o forse ha recuperato e/o modi-ficato un’idea o un testo preesisteni.

 

        Giuseppe Cocchiara: - Alla ricerca di un somaro mai nato(37); per curare una serie di malanni, e in specifico una  medicina che guarisce. Perciò se si vogliono far crescere i capelli, ci propon

 

Togli un quaderno di cicale lesse

  e grilli bianchi e pestagli con esse,

 

e poi la palme te n’ungi con esse
   de’ piedi; statti al sol tredici notte
  senza dormire e fra le volte stesse.

 

  E se ti desser fastidio le gote,

 Toi tre once di vento e fa bolire

  Con una filza di pilastre cotte.

 

    E tre dì ne starai senza dormire
 E (poi) quella cocitura ti berai

             (e) migliorerai del gozzo a non mentire.

 
E al male dello collo si torai
         Tre rachi di ranocchi e sian ben coti

In un buciuol di carta e sì farai

 

            ched ella [sic] ne si amescoli con questi

e cuocila co’  l’alito de' granchi

    e tie ’ la al pié tanto che tu ti desti.

(vv. 20-36 [della seconda Matana])

 

 

        Nel primo verso l’autore parla di un quaderno: a quale simbologia conosciuta si riferisce?

-         a un quaderno simbolico di tipo dantesco dei quattro elementi (terra, fuoco, aria, acqua)?

-         al verbo squadernare (3° pers. sing.) sostantivato (Dante, paradiso, canto XXXIII, verso 87 [squaderna])?

-         a un quaderno del gioco dei dadi, dove e quando si verificava un doppio quattro?

-         ad un elemento geometrico con quattro lati: un canapaio, un foglio, un drappo, una tavola, altro ancora?

-         al quaderno del Cornazano (dove nel bel mezzo del coito  Lei sentì pur la borsa de’ sonagli che gli sbattea a quello modo nel quaderno)?

-         al quaderno del Poliziano dove  gli anni non si svolgono secondo le stagioni ?

-         oppure l’autore dà al vocabolo una simbologia e una funzione tutta propria?

-         o invece è solo un espediente per rovesciare il tutto con un termine solo fantastico?

 

        Lo stesso primo verso termina con le  cicale lesse: a parte che(38)

 

        Gli antichi Greci non si limitavano ad ammirare questo insetto per i suoi pregi musicali [...]; essi, infatti, erano molto ghiotti di questo insetto preferendo, somma raffinatezza!, i maschi prima dell’accop-piamento, le femmine che già lo avevano eseguito,

 

quindi cotte; sono da  pestare con i  grilli bianchi del secondo verso, ma i grilli in natura non sono bianchi, né cotti. Si intuisce che se ne ottiene un unto (come nello Zanotti) col quale si ungono la palme de’ piedi; e anche qui, se dobbiamo curare il cuoio capelluto, si rovescia tutto. Si sa che nelle campagne la cicala è un insetto scuro che frinisce di giorno, mentre il grillo è un insetto nero e frinisce anch’egli, ma di notte. Ed è chiaro che l’autore, volendolo bianco, fà pensare che voglia di nuovo ribaltare il tutto inserendo un elemento non esistente in natura.

        Sintetizzando: l’autore parla di quaderni, il cui significato e la cui simbologia va oltre la  cultura e il “comprendonio” di chi scrive. Cicale lesse pestate insieme a grilli bianchi, cosicché si ha un frinire continuo ma alternato, uno di giorno e l’altro di notte, quindi contrapposti l’uno all’altro: per avere un continuum sonoro, se non musicale?... oppure è una pania amorosa che per-siste e martella un cuore?... E per i colori?... hanno una loro simbologia oppure sono messi per non far combinare niente e avere solo una contrapposizione, un rovesciamento fine a se stesso? Vedi pure: ungere le palme dei piedi  (dove le palme sono nelle mani, nei piedi le piante) e stare al sole tredici notti senza dormire. Sappiamo che il sole di notte, alle latitudini italiane, non esiste se non idealizzato... ma in che cosa? Inoltre il non dormire si sa pure che, quanto meno, altera e scompensa il ciclo circadiano (ammesso che in condizioni fisiologiche vi si possa riuscire). Una situazione di questo genere induce a pensare ad un innamoramento. D’altronde, che cosa è un laccio amoroso se non un vivere in un mondo altro, fantastico?... tredici notti senza dormire e fra le volte stesse: e anche il tredici è un numero cabalistico. Ma potrebbero anche essere le volte dei piedi (grande e trasversa) o la quantità di volte che si ungono, e non alla volta celeste che è una sola ma... ne esiste la certezza? Il tutto per far crescere i capelli. E se fosse il sogno di un calvo di farseli crescere, pur avendo la stessa possibilità di vedere i grilli bianchi, il sole di notte, stare tredici notti senza dormire, ecc ?

        Leggere e capire tutti i significati (se ce ne sono) che si possono trovare in letteratura non è certo il forte e tanto meno il mestiere di chi scrive, ma pare di intravedere fra questi versi un qual-cosa che possa assomigliare all’appendice de La Fléppa dello Zanotti. Anziché ombra di fosso, midollo di catenaccio e suono di campana; nel Cocchiara si ha un quaderno di cicale lesse, grilli bianchi e, come sonoro, il frinire continuo (diuturno, come cottura d’amore, dove si può stare senza dormire per tredici notti e vederne il sole) dei due insetti. In entrambi i casi si ha, come fine, un bene per l’uomo. Far risuscitare i morti (intesa come erezione del pene) nello Zanotti; far crescere i capelli (come rivitalizzazione) nel Cocchiara... inteso anche come antico rito primaverile delle feste degli alberi che in autunno perdono le foglie e in primavera rispuntano. In tutti i casi come simbo-logia del ritorno alla vita. Quindi, pare di poter dire che, nonstante i secoli passati dalla scrittura dei versi recuperati dal Cocchiara, al XX secolo, sulla cultura popolare le cose non siano molto cambiate. Fatto che si evince anche ne la Fléppa, da quando la scrisse il Croce a quelle giunte bene o male fino a noi attraverso la memoria.

        Sia chiaro: tutto questo, altro non è che il sunto di qualche riflessione ad alta voce di chi scrive, non teorie formulate e tanto meno giudizi.

 

        Data la enorme differenza culturale (intesa quella ufficiale) fra i due autori non è certo da pensare che lo Zanotti, o qualcuno del proprio gruppo o del proprio mondo, possano essere andati in biblioteca a cercare documenti per imparare qualcosa a questo riguardo; nelle condizioni e nella mentalità di quel mondo, in quel tempo, l’andare in biblioteca era sicuramente inconcepibile, anche ammesso che sapessero dove fossero (concesso che sapessero dell’esistenza di biblioteche, e quale definizione avessero: nel lemmario di quel mondo “biblioteca” non era compreso). D’altronde persone cólte e/o appartenenti a categorie sociali superiori, in quei gruppi trebbaioli, non si sono trovate testimonianze. Inoltre, quando mai un contadino, nei secoli passati, recenti o più lontani, è andato in biblioteca?  Quindi, l’unico modo col quale il gruppo dello Zanotti è venuto in possesso del testo è stato quello della tradizione, più o meno la frequentazione iniziale (dei propri componen-ti) di altri gruppi, ascoltare, memorizzare, mischiarsi con coloro che già la rappresentavano, e dare vita alla comunemente definita trasmissione orale, attraverso il tempo, apprendendo spunti qua e là, diversificando la rappresentazione da gruppo a gruppo, adattandolo al luogo (inteso come spazio dal quale poter ottenere lo spazio scenico), pur rimanendo La Fléppa stessa pressoché inalterata nel tempo e nei luoghi, sia pure aggiungendovi, o togliendo zirudèlle, musiche e/o altro.

        Diverso è il discorso da fare con il Cocchiara: da studioso non può che seguire la metodologia accademica e andare a cercare e ricercare dove può o sa di poter trovare materiale sul’argomento; questo è naturale e giusto, però, forse, si accontenta di lavorare su quello che onestamente trova istituzionalmente o probabilmente ha fatto altresì ricerca sul campo. Dovunque abbia ricercato  dimostra anche che, dall’alto delle proprie responsabilità istituzionali, alla luce delle proprie elabo-razioni di risultati (nel costruire questo laboratorio d’immagini, come lo definisce il Camporesi)  (39), volendo veramente trovare la conoscenza e l’andarla a cercare là dove questa esiste... è chiaro che la si trova. Motivo per cui, assodato questo, si impone una attenta riflessione e una corretta considerazione per giungere alla conclusione che: pur partendo da due mondi tanto lontani e tanto diversi si scopre che ci sono punti in comune... che invitano a meditare e a studiare. 

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