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\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Luciano Manini-Parte I - Capitolo unico: 3-Tipi di intrattenitorI

Parte I- Capitolo unico. 3 - Tipi di intrattenitori

Di Luciano Manini (del 13/06/2012 @ 12:06:01, in Parte I - Cap.unico. 3 - Tipi di intrattenitori , linkato 362 volte)

 
Narciso  a  Bologna 

         Come il “canoro Narciso” (Trebbi) fosse giunto a Bologna non si sa; glielo si trova solo nel ’700 e non si sa come, quando, perché... Come nelle campagne, anche in città propone le proprie storielle e canta le proprie narcisate (così definite da proprio nome) ma non si trova nel proprio ambiente. Non avendo la maschera, è interpretato da qualche autore come voluto dalla controri-forma: non si voleva gente mascherata in giro per evitare incontri sgraditi o tragici (cosa non richiesta al Dott. Balanzone in quanto innocuo o, meglio, agente con funzioni di distrazione di massa); forse per sapere chi faceva cosa. Pure se i nobili potevano mascherarsi per poter compiere anche atti non del tutto compatibili con il vivere civile e andare impuniti (es. ammazzare qualcuno). Ma più attendibile è l’interpretazione secondo la quale era ed è il simbolo della propria candidezza d’eloquio, della propria ingenuità data dalla estraneità al vivere urbano, rispetto agli abitatori; dall’assenza di ipocrisia; dell’onestà del proprio rapportarsi con le persone e con i fatti e, proprio per questo stigmatizzarli, metterli in burla, crocifiggerli anche... e creare paradossi per ridere, criticare, prendere e prendersi in giro. Della propria trasferta a Bologna è leggibile un’altra analogia con l’Arlecchino. Erano e sono entrambi di fuori città, il loro eloquio sembra, all’intendere comune urbano, strampalato; ma è solo perché entrambi appartengono ad una cultura altra, extracittadina, i cui riferimenti (anche linguistici) sono altri, come è altra la loro cultura. Arlecchino si trasferisce da Bergamo a Venezia; Narciso, più modestamente fa altrettanto da Mal Albergo a Bologna.

         Se in campagna il suo spirito è sovrano, trionfatore assoluto, profondo conoscitore dell’am-biente che lo circonda, dello stato delle cose e di tutto il proprio mondo; in città è tutt’altro carattere. Lo si trova come lo descrive il Trebbi e come lo disegna il caricaturista Nasìca. Nell’ottocento è presente in alcuni Cašût di buratéñ (lett. casotti dei burattini, così definiti dagli addetti ai lavori e dagl’intenditori della materia: baracca è vocabolo letterario) di Bologna, di Modena e del mode-nese; intermezzista nei teatri, specie al teatro Nosadella di Bologna, interpretato in persona anche da Carlo Musi, primo cantautore assoluto in Italia, dove non parlava di cose di campagna. I propri riferimenti in città erano certamente urbani e, verosimilmente, che non infastidissero il singolo, l’istituzione, pubblica o privata che fosse. Insomma, non doveva rompere...

        È vero anche che i cantanti napoletani cantavano le loro canzoni qualche decennio prima del Musi, ma cantavano canzoni scritte da altri. Carlo Musi già se le scriveva, se le musicava e se le cantava... narcišate comprese.

        Fuori dai teatri, in città, troviamo Narciso imborghesito, preso in giro (coerentemente col concetto che i “contadini” erano esseri inferiori; e di fatto, dato l’isolamento, la fame e la polenta per cibarsi, avevano la mente meno sviluppata: sempre parlando di categorie sociali subalterne) con un linguaggio modesto e poco incisivo, misurato nelle espressioni... ma se è vero che “scagliava strali”, che era “sferzante, caustico, tagliente”, che sparava invettive, metteva in piazza i fatti, improvvisando... oltre a dire che non scriveva perché analfabeta, e per non incorrere nei rigori delle leggi del potere della chiesa, del mondo borghese, dei benpensanti, dei codini, ecc. dice pure che andava un po' secondo la direzione del vento... sia pure per sopravvivere; ma, la funzione?... certo veniva a mancare! Troviamo qualche sussulto di questa maschera a metà ’800, riferita alla cacciata degli austriaci da Bologna l’8 agosto 1848, perché la parte della popolazione bolognese animata da spirito di libertà partecipò a quell’evento; ma, per il resto, viveva una vita che si può definire quiescente. Questa realtà fa venire in mente una frase di Giovenale: “che ci vado a fare a Roma se non so mentire?” Quindi, alla luce delle due realtà, rimane da stabilire: esistono due Narcisi o un Narciso in double face?... O più semplicemente Narciso-Giovenale era andato a Bologna-Roma e, sia pure per vivere e/o sopravvivere, aveva imparato a mentire, anche a se stesso?... tradendo il proprio spirito e la propria funzione?...

        O vogliamo idealmente accettarlo quale novello Giano bifronte in quanto Dio del passaggio che, passando da un luogo all’altro attraverso la janua (porta della città) cambia faccia?... Tanto più che Narciso attraversando le janue cambia non solo luogo fisico ma anche la propria funzione, la propria mentalità, i contenuti del proprio dire, è edotto di conoscenze altre, di altri saperi, che con la propria origine non hanno nulla in comune se non l’indigenza... ma questa deve essere accade-mizzata: non si può lasciare in giro uno straccione che ciancia di cose “sconce”. Non è decoroso!... specie se dice cose strampalate. Quindi conserva la ghironda: simbolo degli indigenti, ma viene vestito in modo vistoso, sgargiante, che è l’opposto della propria condizione, e a Bologna diventa il re dei carnevali... li apre tutti. Come il Dio Giano, che attraversando la janua comincia un nuovo percorso in coerenza con la propria funzione, così Narciso, varcando la porta della città, dà inizio ai festeggiamenti del mondo alla riversa e, paradossalmente, varca il proprio strato sociale, la propria indigenza per entrare in un altro e mettervisi al servizio come servo, eseguendo altra funzione, che non gli è quanto meno propria, e non gli appartiene! ...a dimostrazione del come il potere vuole che sia chi può recare disturbo, dando una parvenza, una scusa di voce a coloro che non l’hanno, purché non disturbi, come il Croce qualche secolo prima. Deve diventare un accademizzatore, neutraliz-zando questa sua voce... e perfino se stesso, la propria condizione, la propria funzione...

        Narciso in città era considerato rozzo (come avrebbe potuto essere altrimenti?), immorale, triviale... trivialissimo” lo definisce il Sarti nell’o. c. Vero o falso che fosse questo concetto, era la scusa e l’arma con la quale veniva arginato chiunque andasse sopra le righe; per salvare la pubblica decenza, la morale, ecc. Non si concorda con questi autori, tantomeno col Sarti(27) quando lo definisce trivialissimo: è detto da persona erudita, di città, e bisogna tenere conto: a) – della mediazione del proprio sapere come intellettuale; b) – data l’eterna rivalità tra città e contado, come urbano come la pensava?;  c) – se, e fino a che punto aveva attecchito in lui l’astio verso gli abitatori del contado?; d) – quale influenza aveva la distanza fra il sapere erudito e quello analfabeta?... e, soprattutto, come intellettuale, ne teneva conto?... teneva conto pure che il mondo dal quale veniva Narciso, erano diversi i valori, i riferimenti, i sensi, i significati che avevano a quei tempi il lessico della lingua italiana, il lessico vernacolare urbano, rispetto all’idioma campagnolo? Il quale nei vocabolari di madre lingua e di dialetto bolognese, era ed è codificato solo in parte, e nel codificato sono tutti da verificare la semantica, il senso... non sempre lo stesso lemma, pur conosciuto, dice la stessa cosa, ha lo stesso senso e... in quale contesto?; inoltre, è da tenere presente la struttura del codice linguistico più arcaica rispetto alla lingua urbana. Qui sarebbe quanto meno utile un’analisi comparativa delle tre lingue: italiana, di città e del contado.

        È un fatto che nelle campagne la trivialità di Narciso era ed è completamente sconosciuta; motivo per cui bisogna dire che questa trivialità della maschera era e rimane a totale appannaggio della città, e questo porta a due considerazioni: a) – che la pubblica decenza era solo un pretesto, una scusa per toglierlo di mezzo; b) – volendo ammettere che lo fosse bisogna proprio dire che i significati e i sensi, almeno di certe parole, erano (e rimangono) diversi; c) – una terza, molto atten-dibile ipotesi è che a Bologna, considerando i contadini sempre a contatto con gli animali erano quella <zente bestiale> di cui ai camporesiani studi; e su questo non manca letteratura. Nella loro rozzezza, triviali nel parlare, gli interpreti dei Narcisi di città, sproloquiavano in turpiloqui, giustificandosi che Narciso era un contadino e per questo parlava in quel modo. Ma si può anche attendibilmente ipotizzare che in città lo facessero parlare in quel modo (tenuto conto delle funzioni della maschera) per fargli perdere la credibilità, metabolizzarlo, in quanto certe verità hanno sempre disturbato il quieto vivere di qualcuno. Quindi nessuna meraviglia se il nostro, a Bologna, lo si trova come descritto dagli autori urbani.

         Su un Narciso, forse un po’ incisivo, esiste un classico con l’interprete Pietro Bernardi, per il carnevale del 1868. Nell’anno successivo non fu più scritturato per aprire il carnevale di Bologna,  perché  triviale”. Tenuto conto di ciò che egli scrisse a tale proposito si è indotti a pensare fosse un pretesto per non fargli dire cose non gradite a tutti, o per far posto a qualcun’altro da sistemare, si potrebbe dire oggi. È da tener presente ancora che questo Pietro Bernardi non era nativo di Città, ma di Zola Predosa.

        Dopo questa emarginazione il Bernardi scrisse una lunga zirudèlla con narcisata finale (oggi presso la biblioteca Archiginnasio di Bologna), definendo il proprio successore (evidentemente meno incisivo e più su misura a coloro dalle leve dei poteri, al borghese e accademizzato sentire urbano) uñ Narzîš bastærd (un Narciso bastardo).

        Questa differenza fra città e campagna era ed è facilmente spiegabile: in città dominava una mentalità ipocrita, beghina, bottegaia, campanilista, borghese, codina... che dettava le regole non scritte del vivere comune, secondo i propri canoni, anche pregiudiziali; in campagna, le poche ore di divertimento pubblico in un anno, erano gestite dai rappresentanti (in genere i Massær) di una moltitudine di gente analfabeta e i divertimenti erano rapportati, oltre al loro vissuto, al loro mondo e alla conoscenza che questo poteva procurare loro, nonché al loro concetto solidaristico del vivere quotidiano, che era la base del loro sopravvivere. Non che in città non esistesse un sottopro-letariato: semplicemente, in città come in campagna, non contava; non doveva contare, e molto probabilmente, tacendolo, se ne occultava la presenza.

        Per contro, in provincia mancava una classe borghese che gestisse in toto una mentalità collettiva; se non un poco, in qualche grosso paese, dove poteva attecchire, in una circoscritta parte della popolazione, un certo concetto individualistico del vivere civile... ma doveva sempre fare i conti con quella moltitudine di analfabeti, di paese e di campagna, che popolavano la zona. Dovevano convivervi, quindi bisognava tenerne conto. Inoltre, anche gli individualisti e i borghesi di campagna, si rendevano conto della situazione e non vedevano i “contadini” come dei “nemici”, come in città, ma gente condannata a quella vita, della quale non si poteva fare a meno, e la si la-sciava al loro destino, tenendola socialmente e psicologicamente a distanza, per non mischiarcisi. È da considerare però che durante i lunghi inverni, nei limiti del loro possibile, i bottegai di generi alimentari di campagna, fino agli anni cinquanta del secolo passato, facevano credito (pur se non a tutti) a quei poveri disperati che lavoravano la terra a giornata; i quali, appena riscossa quella poca paga delle prime giornate di lavoro in primavera, correvano a portare quei pochi soldi ai creditori per decurtare il debito, nel timore che questi smettessero di far loro credito in avvenire. O come informa la Signora Z. N. di S. Martino in Argine la quale, insieme al marito, per tutti i detti anni ’50, lavoravano tutta l’estate per pagare il debito contratto l’inverno prima, per mentenere la propria numerosa famiglia.

       

        A questo punto del viaggio può essere opportuno un cenno di confronto fra il Narciso e il Dott. Balanzone: le due maschere bolognesi della Commedia dell’Arte, e alla loro simbologia; nonché uno sguardo, una considerazione che pare mai sia stata fatta da alcuno. Almeno a conoscenza di chi scrive.

        Partendo dai loro due diversi mondi di appartenenza, si possono leggere come contrapposti, anche se in modo marcatamente differente fra città e campagna:

 

 

                                                                                                                   

 

        Qualche notizia sulla maschera del Narciso e suo contesto la troviamo nel citato saggio del Trebbi:

 

        In origine egli vestiva i ruvidi panni del rozzo villano, ma i contatti cittadini e la frequentazione della scena, via via lo ingentilirono, cosicché, sempre al dire della tradizione, portava, in progresso di tempo, un grande cappello di paglia ornato da fettucce multicolori, con una larghissima tesa per metà rialzata, e sotto al quale scendevano i lunghi e biondi capelli che gli incorniciavano il viso. Aveva inoltre la camicia bianca con solino a largo risvolto e, sopra il giubbetto di stoffa a losanghe verticali di due tinte vivaci.

 

        Qui l’autore, con ogni probabilità è incorso in un lapsus: ha scambiato l’abbigliamento del Narciso con quello del Desévedo, coeva maschera della città di Parma; la quale porta, oltre al gran-de cappello di paglia, un vestito a losanghe di più colori, tipo quello dei primi Arlecchini. Non è il solo a incorrere in questo errore. Nel caso, invece (pur se poco probabile), l’autore si riferisse alle pezze che gli uomini di campagna di bassa estrazione sociale portavano ai vestiti, non erano a losanga ma rettangolari, quadrate, rotonde, informi, più o meno grandi, prese da vestiti ormai smessi e ridotti a veri stracci, completamente sbiadite, ed erano posizionate prevalentemente nei punti di maggior usura, oltre che negli strappi rattoppati .    

        Su questo argomento esiste un libro che mostra uno spaccato della vita (in generale) delle classi sociali più povere, della prima metà del ’600, in una località distante solo pochi chilometri dai luoghi dove Narciso viene dato per nato. Il libro, rigoroso nelle descrizioni e fornito di amplissima bibliografia, dà pure una descrizione della zona e del modo di vivere delle popolazioni di quelle parti, compresi gli intrighi di palazzo delle caste dominanti, con riferimenti a personaggi e a religiosi. E si prende atto che, oltre a leggere la testimonianza, in quei luoghi, a quei tempi, gli uomini portavano “brache a righe”(28), e si apprendono pure informazioni sulle condizioni sociali e umane delle popolazioni stesse. Infatti l’autore, nella presentazione, attenendosi a “fonti in gran parte ottocentesche ma per lo più ignorate”, inizia la propria opera nella pagina seguente con la secentesca

 

Protestatio

 

        Protesta l’autore la sua appartenenza alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana poiché da questa ricevette il battesimo. Poscia fu oggetto della sua dottrina, tanto da aver avuto in odio l’eresia, così come a ciò edotto. Se tuttavia in questa sua opera verrà trovato alcunché di errato, aut quovis modo suspectum, tutto ciò sarà da imputare alla sua stessa ignoranza ovvero imbecil-litas e pertanto dovrà essere considerato come non scritto e ora per allora lo rinunzia, lo detesta, lo abiura.

        Dichiara nullameno di essere disposto a sottostare a tutte  le ammonizioni e alle altre pene.

 

      E continua con la descrizione dei luoghi, delle condizioni delle genti e quant’altro per raccon-tare la storia dell’abate Nullius (un Don Lorenzo Milani ante litteram), dove a pagg. 206-7 scrive:

 

        Il nominato Squisitezza [soprannome] era stato assente dalla castella [del Signore del luogo, la cui azione descritta dal libro si svolge nei luoghi sud-sud-est della provincia di Ferrara, sovente nelle zone dell’attuale S. Bartolomeo e di Argenta] per molti anni; vi era poi tornato in veste di cerusico. Più modestamente era cavadenti e barbiere.

        Aveva girovagato qua e là trovando tregua a Ravenna, dove ci aveva imparato i mestieri, prendendoci anche il tratto e le movenze cittadine, il fare gentile da uomo dabbene che agli occhi degli altri nella castella dissonava con la sua presenza modesta. Per questa ragione alla castella gli si era trovato subito il nomignolo adatto e questi, un poco per cattivarsi la gente e sbarcare il lunario, un poco per distaccarsi da questa e conservare la dignità delle sue arti, appariva di at-teggiamenti ruffiani e ambigui.

        Viceversa, come tanti altri era alla fame, con la moglie che veniva dalle montagne di Imola, sempre muta, dura legnosa e con quattro figli scampati alla morte per pestilenza.

        Lui [l’abate Nullius] a volte lo osservava questo modesto cerusico quando costui stava seduto sull’uscio della bottega. Dall’uscio Squisitezza era stato costretto a fare sparire l’insegna recante la scritta: “Qui si castrano i giovani”. L’arciprete non ne voleva sapere di tale vergogna, che il coro all’arcipretale non c’era e i castrati non occorrevano, e non gli importava un bel niente se, a detta del cerusico, in Roma, nonostante il divieto, queste insegne apparivano ovunque, sovra tutto da quando Sisto V aveva interdetto alle donne di esibirsi sulle scene.

        Si capiva benissimo che quell’uomo era pieno di affanni e forse guardava con invidia i lavoranti poveri che andavano e tornavano dai campi, perché essi almeno con la miseria erano di casa e si risparmiavano di dovere apparire ciò che non erano. I lavoranti indossavano sempre le brache a righe e i camicioni grigi; in inverno il mantello e ai piedi i cosp [sic] di legno e pelle d’agnello. Le poche lire marchesane che guadagnavano standosene chinati sulla terra dall’alba al tramonto per mesi, non dovevano spenderle nelle essenze o nell’arrotatura dei ferri.

 

        L’abate Nullius alla fine venne ucciso da un’archibugiata, sparata “non si sa da chi”, durante una sollevazione popolare in sua difesa, contrastata dai gendarmi. Fu prelevato da due gendarmi e un barcaiolo col suo barchino da valle dal suo vecchio e malandato capanno (non molto più grande di un mucchio di fieno) in mezzo alla palude, costruito con qualche palo e erbe palustri del luogo, nei pressi di Argenta (FE), dove i superiori lo avevano confinato in isolamento; dopo averlo ripetu-tamente richiamato, sospeso a divinis, scomunicato, inquisito per eresia e condannato ad essere giudicato dal Tribunale della Santa Inquisizione a Roma. A Comacchio successe il fattaccio. E avendo già subìto in loco lo stesso trattamento di Giordano Bruno a Venezia, l’archibugiata poté, forse, essere per lui la salvezza dal rogo. Il suo reato fu di essersi interessato ed aver operato, per istituire una scuola (da lui definita scoletta) per alfabetizzare i non abbienti, sulla falsariga delle scuole scolopiane, ideate e istituite a Roma dal Calasanzio.

        Nato Narciso in quei luoghi e in quelle atmosfere, è più che verosimile, almeno sulle prime,  indossasse il costume dei contadini di quelle zone dell’abate Nullius, data la poca distanza fisica che le separava; anche se di due provenienze diverse in quanto a stato, separate solo dal fiume Reno, ma entrambe, da fine ’500, sotto governo pontificio.

        Poiché Narciso fu presente anche in Francia, in quell’ambiente lo si trova con le righe del costume di colore rosso e verde anziché rosso e giallo come a Bologna città. Degli indumenti di campagna di Narciso non si sono trovate altre notizie né descrizioni iconografiche all’infuori di quelle immaginate dagli autori che ne hanno dato notizia. Il cambiamento dei colori del costume, forse, perché in Francia cambia la simbologia e la funzione del proprio carattere; diventa generico, piccolo acrobata, uomo attempato... e rimane maschera di secondo piano ma, pure a Parigi, inter-mezzista, come a Bologna. La stessa cosa in Francia avviene, non nel vestito ma nella funzione e nel carattere, anche col Dottor Balanzone.

        A cavaliere dei due secoli (XIX – XX) Narciso lo si trova anche a Modena e nel modenese, nel casotto dei burattini di Carlòñ Preti (Carlo Preti) a cantare, fra le altre, la Narzisæda dla môda ’d Parigi (la Narcisata della moda di Parigi), insieme a Sandrone e alla moglie Pulònia (Prof. Remo Melloni). La moda parigina era, in quel periodo, un’acconciatura sulla parte bassa della schiena sugli abiti delle signore; portato, specie durante le ore di passeggio. Nell’Urbe era detto:  al culasó (? – intr.).

 

 

Lo strumento musicale di Narciso

 

       Se Arlecchino, come segno della propria condizione, ha il batòcio; Narciso ha la ghironada: confermata da presoché tutti gli autori che ne danno notizia, compresa l’autorevolezza di un Trebbi, ma anche per una analisi effettuata insieme agli autori Prof. Giulio Reggiani e Sig. Dino Chiarini sulla storia dello strumento stesso, tenuto conto dei propri circa mille anni di esistenza e di storia. La ghironda nacque (stando alle notizie degli studiosi di musica e dello strumento stesso, nonché dalla Enciclopedia della Musica)(29), nella prima metà del sec. XI come organistrum, ed era stru-mento per musica sacra. Era (ed è tutt’ora) un cordofono semimeccanico che si aziona ruotando una manovella in presa diretta con una ruota, la quale, girando la stessa manovella, gira a sua volta sfregando le corde, che emetteno il suono; il quale viene modulato con la “tastatura”. La ghironda (conosciuta in passato anche come viella) si trasforma (nei secoli) nella morfologia, nelle dimen-sioni, nella definizione (a seconda dei tempi e dei luoghi) e nel numero dei suoatori (due, religiosi, alla nascita: dove uno girava la manovella e l’altro azionava i pochi pomelli; poi, nel tempo, rimpicciolito lo strumento, è sempre stato suonato da un solo musico fino ai suonatori attuali), più o meno fino al XVIII secolo. Da quel periodo fino a noi non ha più subito cambiamenti significativi nella forma, né risulta abbia cambiato definizione all’infuori di ghironda (appunto) o gironda.     

        Dal ’700 in poi, da un suonatore di ghironda di strada, di nazionalità rumena, si è saputo che si sono formate due scuole nella costruzione di questo strumento: una europea con epicentro a Parigi, dove veniva costruito con n° 6 corde (2 cantini, una trompètte, 3 bordoni – grande, piccolo e mosca – con o senza corde di simpatia, in numero di 5); l’altra, rumena, che costruisce uno strumento più tozzo, con sole 4 corde (due cantini, trompette e bordone). Nell’800 i migliori costruttori di ghi-ronde in Europa erano nella città di Parma, informa il liutaio, costruttore di ghironde, Paolo Coriani di Modena.

        Nel sec. XVI, con l’avvento dell’organo a canne nelle chiese, la ghironda fu sfrattata e conti-nuò ad essere solo (tranne la parentesi di mezzo secolo nel ‘700, alla corte di Francia) “lo stru-mento dei contadini e delle donnette”, scrive un fiammingo nel ’600. Fin dal XIV secolo questo strumento lo si trovava anche come Viola da orbo, se non nella definizione, certo, di fatto. André Pirro(30), riferendosi a quel periodo musicale, scrive:

 

        I menestrelli erano di umile estrazione; molti di loro, e soprattutto i suonatori di strumenti a fiato, avevano probabilmente appreso i primi rudimenti della loro arte dai pecorai e dai contadini. [...]

        Ancora al di sotto di questi umili musicisti c’erano i mendicanti. I ciechi vagavano con una ghironda al collo, e ne giravano la ruota mentre cantavano le loro chensons de geste.

 

        La ghironda con tracolla supplementare la si suona, oggi, quando necessita camminare. Per suonarla meglio la si tiene ferma con una corda o stringa o correggia, legata in cintura; da seduti, o in piedi con l’arto destro appoggiato su qualcosa di rialzato (sedia, panchetto, gradino...) come fa anche chi scrive. Indi con la mano destra si aziona ritmicamente (per scandire i tempi musicali) la manovella e con la sinistra si esegue la tastatura, su  tasti il cui ritorno è dato solo dalla gravità.

        Altri documenti più avanti nel tempo riferiscono che questo strumento lo suonavano i ciechi, specie sui sagrati delle chiese, per chiedere l’elemosina: sicuramente a Bologna. Fu detto anche  Stampella, per l’uso che ne facevano gli zoppi, gli storpi, gli sciancati... i quali, la afferravano per la manovella e, appoggiandovisi, serviva loro come ausilio per la deambulazione. In poche parole, era strumento per mendicanti e categorie simili. Reinhard Strohm la documenta classificata fra i bas intruments(31) e a pag. 198, citando una classifica di strumenti musicali redatta nel 1370, informa: “La <chiphonie> (altro nome della ghironda) sembra un po’ fuori posto insieme agli strumenti da <haute musique>”. Narciso, da contadino analfabeta, nato fra le classi più umili, nelle paludi delle valli fra Bologna e Ferrara, molto difficilmente poteva suonare uno strumento di haute musique: doveva accontentarsi di uno strumento musicale compatibile con la propria condizione sociale e culturale, nonché con il proprio tipo di educazione.

 

 

Riflessione  sulla  maschera

 

        Meravigliosa e mi-ci-dia-le! scandiva il regista Giorgio Strehler in una delle sue ultime interviste televisive prima della sua dipartita. È vero, analizzare una maschera nelle proprie tante sfaccettature e nelle proprie simbologie, ci rivela mondi sconosciuti ma… schizza via quando ten-tiamo di acchiapparla per farne oggetto della nostra comprensione, di penetrarne l’intima essenza del proprio essere maschera. Questo il concetto di base del grande regista scomparso. Studiando la maschera ci s’accorge che è sempre sincera, in quanto dichiarandosi e presentandosi come tale, dimostra la propria sincerità. E tutto quello che può dire, comprese molte verità, essendo dette da  maschera, non sono più accuse o denunce ma verità di maschera, che proprio perché tali, per il comune intendere non sono verità ma facezie, scherzi, metafore, traslati o verità di un mondo alla riversa o roversa. Ma... se le dice la maschera, che è del mondo alla rovescia, non sono verità proprio per questo? Quindi satira?! Tecnica per parlare in modo più o meno mascherato di verità delle quali non si tiene (o meglio) non si vuole, e/o non si deve, tener conto: disturbano! Ma se non disturbano non è più satira ma tecnica metabolizzatrice per neutralizzare le verità (secondo il concetto camporesiano) per servire i poteri. Non è più tecnica per dire verità vere, testimoniare fatti altrimenti non esprimibili... è anche politica; ed è sicuramente verosimile (se non vero) che sia per questo che la “politica”, ancora oggi, in generale, arriccia il naso di fronte alla satira... la quale, “se è vera satira ti arriva come un pugno nello stomaco”, insegna il Dario nazio-nale Fo. Anche se la satira oggi è fatta da personaggi e non da maschere conclamate dalla storia: la funzione però è quella, o meglio, essere quella... come quella del teatro. È, e  rimane, o dovrebbe rimanere, quella di mettere in funzione i cervelli... ma si metterebbero a pensare!!!... ecco spiegato, se ancora ve ne fosse necessità, la millenaria ostilità dei poteri per teatro e satira.

        Come visto, una delle funzioni della maschera è quella di mettere in movimento le menti e indurle a fare uso della propria ragione d’essere: il pensare. Mentre, al contrario, certi altri perso-naggi (apparenze televisive, politiche, imbonitrici, pubblicitarie, ecc.) possono presentarsi come depositari di verità, vendendo chiacchiere come oro colato, omettendo di dire che sono maschere, pur essendole... ed è questo il tranello, l’ipocrisia, l’imboscata dialettica nella quale cade il comune ascoltatore, ed è proprio su questo che è necessario riflettere. Come sarebbero da cassare trasmissioni producenti imbecillità, presentate in TV, da persone mascherate dal trucco senza essere maschere. Si chiede venia per l’immodestia ma: come si fa a credere a chi si presenta con la faccia mascherata per apparire ciò che non è?... come poter credere a ciò che dice, se mente perfino a se stesso?... Giovenale aveva ragione?... alla luce di queste constatazioni…

        La sincerità della maschera si palesa dal proprio presentarsi per quello che è, dal porgere il proprio onesto eloquio, qualunque esso sia; se questo non fosse il suo comportamento non sarebbe più maschera. La non sincerità nelle performances di certi personaggi la si evince dal presentarsi per ciò che vorrebbero far credere di essere, ma da qui ad esserlo... ne passa! E a quanto pare su questa lunghezza d’onda ci sono anche grandi nomi della cultura mondiale se un Premio Nobel qual’è Dario Fo, nelle proprie lezioni di teatro informa della frase di Oscar Wilde quando protesta: “odio mettere la maschera, mi impedisce di mentire!”; e afferma di suo che “un popolo che non sa ridere di se stesso (avendo uno specchio anche nelle maschere) è un popolo in estinzione, che finisce”. E porta l’esempio della Germania dove la satira, il pensiero e i pensatori tedeschi finirono per primi inceneriti nei forni crematori di Dachau. L’esempio è estremo ma il principio rimane.

        Tornando al grande Strehler e al suo discorso sulla maschera: quando questa esercita la propria funzione di rappresentante del proprio mondo alla rovescia (e non) e noi si crede di averla ingabbiata (ci s’accorge che) ci è sfuggita per altra via con un guizzo, una nuova realtà, una nuova condizione, una nuova prospettiva, un nuova sfaccettatura, una nuova ve-ri-tà...” anche di tempo e di spazio. Questo discorso vale soprattutto per il Narciso, essendo egli maschera della quale una delle proprie caratteristiche più evidenti (data la propria condizione sociale) è il paradosso; a cominciare da: a) – il proprio cappello di paglia, che si portava d’estate... egli lo portava e lo porta per carnevale; b) – dal proprio nome, con carattere opposto al Narciso classico;  c) – dal suonare la ghironda, simbolo di indigenza, e vestito in modo sgargiante, con lunghi, fluenti, biondi capelli; d) – dal dire dell’eterno bisticcio fra povertà e ricchezza; e) – dal prendere in giro la prosopopea dottorale ma anche l’insipienza analfabeta;  f) – dall’evidenziare la distanza fra conoscenza teorica e conoscenza essenziale del fare e del saper fare; g) – dell’abisso fra sapere accademico e sapere pragmatico dove (nel proprio mondo), esalta l’inutilità del primo e l’indispensabilità del secondo. Inoltre, dati i due anatemi ecclesiastici sul groppone (“Contadino” e “Maschera della Commedia dell’Arte”), essendo di fatto Maschera Contro, in pubblico, è da supporre sia svelto di lingua a cambiar discorso, e di gambe per eclissarsi. Tutto ciò detto, lo sragionare deliberatamente, può essere un modo per poter dire le sue verità, immaginarie o reali. Il Cocchiara(32), citando Giovanni Giannini appare anch’egli su questa linea:

 

        Sottrarsi qualche volta alle leggi della ragione e sbizzarrirsi nei campi dell’inverosimile e del grotte-sco, accozzando insieme idee magari ripugnanti, attribuendo a un essere ciò che è proprio di un altro, confondendo e inventando l’ordine naturale delle cose per divertire se stesso e i propri simili, è uno di quei piaceri che corrispondono agli istinti dello spirito umano, come quello di far le maschere, di raccon-tare frottole, di canzonare il prossimo e che si riscontran più o meno in tutti i popoli e in tutti i tempi.

 

        ...e qui l’autore, forse senza saperlo, descrive uno degli aspetti dei treppi. Pur essendo i tarbarû inconsapevoli di essere i protagonisti di tutto questo.

        La maschera, quella vera (non quella dei carri di carnevale di ieri e di oggi, non quella delle  televisioni, né la sicumera dei politici), quando si esprime ed esercita la propria vera funzione, non lo fa tanto per fare; lo fa con un fine ben preciso, e non può uscire dal campo dove la storia (non degli storici: la vissuta) l’ha collocata: quindi prende in giro, fa sberleffi, descrive e mette in piazza proprie verità, immaginarie o reali che siano, ma sempre mirate. Fa satira... quella vera, fatta con intelligenza... e non sproloquiando su qualcosa o qualcuno. La satira fa male e fa  anche ridere, sia pure a denti stretti, ma è satira, e per questo è delegata a dire le sue verità. Il massaro Brighetti, il gruppo dello Zanotti, il burattinaio Gandolfi; gli stessi Fo, Benigni, Grillo, i Guzzanti ed altri inse-gnano... anche se non maschere conclamate dalla storia, la funzione è quella. Questi nomi citati poi, hanno alla spalle un tale bagaglio culturale proprio, che possono parodiare chiunque e qualunque cosa, senza scendere dal livello di quello stesso bagaglio, senza trascendere mai e senza offendere le situazioni o coloro che prendono di mira; siano essi fatti, accademici, istituzioni, persone, politici, accadimenti... forse sono pericolosi proprio per questo. Le levate di scudi degli odierni potenti, se ce ne fosse bisogno, lo confermano; e con queste loro reazioni dimostrano la loro piccolezza... e ci indicano la strada per ritornare a un passato con le sue secolari autocensure per gli autori; censure o tentativi di censura da parte di qualsiasi potere, a qualsiasi livello, in qualsiasi luogo, in qualsiasi tempo (nostri compresi). D’altra parte, se la maschera non ha questa funzione, se non è investita a rappresentare l’intimo sentire del proprio mondo, che maschera è?... Non è, né può essere, quel corposo evento culturale al quale è deputata. Rimane un elemento da “grande fratello” o “isola dei famosi” qualsiasi, per produrre quella fascistica G.I.L. (Gioventù Incretinita Lentamente: nell’inter-pretazione popolare): livello intellettivo del proprio pubblico, televeditore e non; o peggio, uno strumento per la coltivazione dell’ignoranza, nonché per l’obnubilamento dei cervelli nei confronti delle oggettività .

        Sulla maschera, prima di passare oltre, è opportuno fermare qui un pensiero maturato dalle parole della detta intervista a G. Strehler (nonché da suoi scritti) e da un ragionamento fatto anni fa dalla Prof.ssa Servetti Donati sulle maschere(33), che sono la “rappresentazione del mondo dal quale provengono”, affermò più o meno in una propria conferenza. Riflettendo... hanno ragione! Non perché persone titolate e di vasta cultura, ma in quanto lettori capaci di individuare l’oggetti-vità della maschera nella sua funzione. Lasciamo stare le tre unità aristoteliche, ma se è vero che quella  maschera nasce in quel tempo, in quel  luogo e agisce secondo la funzione di rappresentare quel mondo, è perché in quel mondo stesso esistono determinate condizioni che sono i presupposti e le ragioni d’essere (culturali, sociali, economiche, politiche, d’ambiente, d’atmosfera, di rapporti fra ceti diversi, fra categorie, ecc.) per farla vivere. Se poi questa maschera rimane nel tempo, si guada-gna (appunto) il titolo, l’appellativo di maschera per questo. Motivo per il quale si può, studiando la maschera medesima e il proprio apporto culturale, risalire alla cultura dell’ambiente e delle genti fra le quali ha preso vita. E nel parlare di apporto culturale si intende anche il sapere degli analfabeti; in quanto, analfabeta, non è sinonimo di ignorante (non perché lo dice Benedetto Croce) ma por-tatore di una cultura altra... che esula dalla egemonia di quella ufficiale e istituzionalizzata. Cultura altra i cui docenti (pure analfabeti) ne sono gli stessi protagonisti, e a tutti gli effetti. Queste genti analfabete, nel caso di Narciso e di Arlecchino, ne sono i loro figli e nello stesso tempo i loro padri;  sono i portatori della loro cultura non ufficializzata, tanto meno codificata e, per quanto qui riguarda (con la mentalità istituzionale tutt’ora esistente in Emilia-Romagna), condannata a rimanere tale. Fatto che si può leggere, in regione, in più di un’istituzione riguardante la cultura materiale.

        In altre parole: studiando i caratteri che la maschera ha mantenuto attraverso i secoli (qui rife-rita alla maschera della Commedia dell’Arte e a certi caratteri peculiari, che maschere non sono riusciti a diventare), si può risalire al mondo, alla cultura, all’ambiente, alla popolazione e alla psicologia che gli hanno dato vita, e alla storia di questi. E se una persona della statura intellettuale di uno Strehler dice che la maschera è mi-ci-dia-le, oltre che meravigliosa; è da pensare sia per il fatto che come maschera rappresenta una sintesi di quel mondo dal quale proviene... e sfuggirgli di mano quando crede di averla ben studiata, ingabbiata e collocata, sono l’aspetto delle tante sfac-cettaure che una maschera autentica possiede. Quindi tanti aspetti del proprio essere maschera, ergo portatrice di altrettante verità nascoste. Sintetizzando al massimo e concludendo, non ci sono dubbi si possa dire che studiando e conoscendo bene la maschera è possibile risalire alla conoscenza della storia, della vita, dell’ambiente, delle genti fra cui la maschera stessa ha preso vita. Senza dimen-ticare che esiste pure la soggettività del chi guarda e legge la maschera, e del proprio bagaglio di conoscenza posseduto in merito ad essa e alla propria funzione. Comunque sia, se una maschera fa il proprio dovere e adempie alle proprie funzioni, molto difficilmente potrà essere gradita a chi detiene anche solo un minimo di potere di qualsiasi genere. Se così non fosse sarebbe “quella orribile cosa che si chiama uccidere il tempo”, ci ha lasciato scritto Garcia Lorca... o una macchina per la coltivazione dell’ ignoranza.

 



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