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\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Luciano Manini: Parte I - Capitolo unico-Tipi di intrattenitori 2

Parte I- Capitolo unico. 2 - Tipi di intrattenitori

Di Luciano Manini (del 13/06/2012 @ 10:56:23, in Parte I - Cap.unico. 2 - Tipi di intrattenitori , linkato 345 volte)

 

Mascaræ  (mascherata)

 

…c’era baldoria. E per i giovani di quelle località fuori dalla mano pensa di tirare fuori dalle case una “mascherata” e di farne uno spettacolo in piazza. Per tutti insomma. La “mascherata” era l’usanza antichissima dei giullari di andare nei castelli a divertire i signori [intesi come >] , che in versione moderna  consisteva nel fare entrare in case private dove si balla e il Massèr e quattro-cinque giovani a recitare zirudelle burlesche e gioviali per allietare i presenti.

         Quell’arrivo è caldeggiato dal padrone di casa il quale a notte fonda quando sente battere con forza  contro la porta, si precipita ad aprire.

        Dalle tenebre spunta il Massèr che si presenta con “garbo e buone maniere”, poi con una storiella in rima chiede il permesso di entrare per lui e per la mascherata, che è fuori a distribuire allegria e buonumore.

        Ottenuta via libera in sala appare il gruppo dei giovani vestiti da Arlecchino, con pantaloni e giacca attillatissimi e fatti con tante losanghe di stoffa di vari colori cucite assieme; il berretto a cono con la tesa rigida larga due dita e in cima alcuni nastri variopinti e la maschera nera. Nella sala cala il silenzio perché nessuno vuol perdere il gioco astuto dei doppi sensi, le battute maliziose delle storielline che gli ospiti raccontano alternandosi uno all’altro.

        È un’intervallo di un’ora piacevole, divertente, durante il quale riposano anche i suonatori, poi i giovani si tolgono la maschera, si mischiano ai presenti festanti, mangiano e bevono ciò che la festa offre, fanno alcuni balli, poi ad un tratto tolgono il disturbo.

        Se ne vanno e all’uscita come già all’entrata il Massèr ringrazia la compagnia con una storiellina. Per la mascherata quello è il tempo di mietere, perciò appena lasciata una casa punta decisamente verso un’altra dove è aspettata.

        Così quando c’erano delle feste che duravano fino a “dé grand” -giorno grande-, facevano in tempo a compierne quattro-cinque di visite in quella notte. La mascherata aveva una tradizione talmente radicata nel tessuto comunitario, che la sua presenza veniva sollecitata persino in ville signorili, e nelle canoniche parrocchiali.

 

 

La  mascaræ  in  piâze  (la mascherata in piazza)

 

        Di mascherate il Massèr ne aveva fatte chissà quante. Una volta impersonando se stesso-quando “giocava” in casa per avere più facile accesso alle feste-, tante volte invece aveva interpretato la parte dell’arlecchino. Ora con l’idea di trasferire quello spettacolo in piazza, cambiava tutto. Cambiava il rapporto narratore-ascoltatore non più limitato a quaranta - cinquanta persone come nelle stalle o nelle case, dove si era esibito, ma avrebbe dovuto affrontare una marea di gente.

        E nonostante la pagnotta che aveva alle spalle era una cosa nuova, un salto nel buio. Perchè, ad esempio, in un carnevale -dove il Massèr andava a fare i suoi numeri-, se con una storiella faceva la figura del “solfanaio” lo spettacolo non ne risentiva.

        Infatti il castrone finiva sepolto dalla vivacità dei carri, dalle maschere, da tutte quelle attrazioni che allietavano la festa.

        Nella mascherata invece perno centrale e unica attrazione dello spettacolo sarebbero state le storielle, e se valevano un fico secco si rischiava di essere sommersi dai fischi. Così l’orizzonte si tinge di quel pessimismo che nasce dal desiderio di fare qualcosa di nuovo e di diverso, e dal timore di fare padella [fiasco] .

        Ciò aveva spinto i Massèr ad incontrarsi tra  di loro e con i  loro collaboratori. Per trovare un’ intesa, una via d’uscita, convinti come erano che a questo mondo solo alla morte non c’è rimedio.

        Unire le forze e le esperienze, fare un lavoro di gruppo dove ciascuno deve concorrere sia per elaborare un progetto per affrontare la nuova realtà, sia portando una storiella propria, inedita e originale.

        Ecco il segreto; se ciuscuno si impegna per la sua parte, lo spettacolo si farà. “Avanti ragazzi, bisogna sgaggiarsi [darsi da fare] in quelle gambe di dietro!” dice il Massèr ai suoi collaboratori che hanno tempo un anno per preparare con puntiglio una zirudèlla da portare alla mascherata pubblica.

        Che si farà solo una volta all’anno.

        Il Massèr diventa un caposcuola che dà consigli utili ai collaboratori, tutti promossi sul campo “rimatori”, mentre in realtà c’ è chi non ha mai scritto una storiella. Non ne è capace oppure è analfabeta.  

        Le storielle che va a recitare le ha imparate a pappagallo ascoltando ora l’uno ora l’altro rimatore.

        Bene, il Massèr non si perde d’animo e spiega a chi lo sa fare che d’ora in poi le storielle bisogna scriverle esplorando con occhi attentissimi brandelli di vita d’ogni giorno. Bisogna raccontare un fatto in buona fede, armati di una conoscenza approfondita dell’accaduto e della situazione in cui è maturato. Sono la trasposizione fedele di quel fatto, arricchito da colpi geniali e da intuizioni felici -che sono la stoffa dei contastorie di razza-, sarà apprezzata ed accolta benevolmente dal pubblico che è esigente. Che intende divertirsi ma non desidera essere trattato da adolescente. Serietà dunque, spirito d’inventiva, e rispetto delle leggi e della morale del potere.

        Per il quale [il pubblico] le storielle debbono parlare bene del mondo contadino che trova il cemento della sua esistenza nella famiglia e nella religione, che lavora con grande impegno e non rompe le scatole, in alto.

        Le storielle, inoltre, devono essere ricche di buoni sentimenti, di accattivanti “vogliamoci bene”, e se ci sono ammiccamenti o strizzatine d’occhio deve risultare chiaro che sono fatte a fin di bene.

        Ad ogni buon conto le autorità vogliono sincerarsi coi loro occhi che le composizioni siano conformi alle regole, perciò coloro che le scrivono sono pregati di portarle a visionare prima di andarle a recitare.

 

“… a capirî

 che tgnad dipàndar dagli autoritè

                                                   bisgnarà stèr subordinè ...”:

(“... capirete / che dovendo dipendere dalle autorità / bisognerà stare subordinati / ...”)

 

dice il Massèr per indorare la pillola ai rimatori, che ignoravano quella difficoltà perché le loro “baggianate” le evevano sempre raccontate tra quattro mura. Ora invece con il salto di qualità…

        Alt, ferma la mula!!!

        Noi siamo già arrivati!

        La sgradita sorpresa li riempì di rabbia e di stupore, e frenò i loro entusiasmi. L’obbligo di mettere nero su bianco li trovò decisi più che mai a ritirarsi dallo spettacolo. Erano andati così bene fino ad allora; perché dover complicare le cose? Dove stava scritto che bisognava cambiare? Dove?

        I contadini alla metà dell’ottocento, il periodo in cui si articola questa ricerca, evitavano a ragion veduta di mettersi in cattiva luce con i padroni, perché ciò significava escomio, disoccupazione, fame.

        Dovevano nascondere perfino i figli quando nel cortile arrivava il signore della terra che desiderava vederne pochi in giro e, ironia, la chiesa condannava i lavoratori alle pene dell’inferno se nei contatti con le loro donne disperdevano il seme umano.

       

Cum  a  s’ fa  andèr  a  màsse  e  stèr  a  ca’ ?

(come si fa ad andare a messa e stare a casa ?)

 

        A questa che era ed è ancora una domanda, ma altresì uno dei luoghi più comuni, esiste anche una risposta, che è:

 

l’ óniche  l’ é  tör  al  prît  in  ca’ !

(l’unica è prendere il prete in casa !)

 

si chiedevano angosciati i subalterni, perché quella era solo una delle mille contraddizioni del mondo in cui vivevano. Infatti anche le ragioni della reazione violenta e decisa dei “collaboratori” alla proposta del Massèr, affondavano le radici nella realtà dei padroni che non volevano tra i piedi gente che sapesse di “léttra e far di conto”. Se scoprivano che uno dei loro dipendenti lo sapeva fare e l’aveva tenuto nascosto, stava fresco.

        Si faceva una posizione lui e la sua famiglia.

        “È questo ciò che volete? Così dopo mangiamo il fumo della minestra!”, dicevano al Massèr, con il muso lungo e un gran magone che avevano dentro.

        In quel momento non si rivolgevano al maestro, quindi lo circondavano e gli dicevano in tutta libertà ciò che pensavano di lui e di quelli di casa sua, e dato che c’erano tiravano in ballo anche quelli del suo paese se era forestiero [per essere forestiero bastava essere di una frazione dello stasso comune o anche solo  di un gruppetto di case un po’ lontano dal centro]. Sembrava lo volessere mangiare di traverso [mangiare vivo].

        È difficile imbavagliare la creatività popolare quando questa, come in quel caso, è alimentata da ettolitri di succhi biliari repressi per secoli. Il vespaio non accennava a placarsi perché non sapevano cosa pensare di uno di loro che conosceva bene la situazione e si faceva promotore di una iniziativa, che era come darsi la zappa sui piedi.

        Gli era andato giù di vallo [itz. vaglio, giù di stima],  perciò non gli risparmiavano niente: “Andate bene a fare quelle [pratiche onanistiche] che vi siete dimenticate da piccolo. Sembrate uno che vive sulla luna! voglio vedere io chi è quello buono a farmi scrivere! Io per vostra norma e regola non scrivo neanche se me lo ordina il dottore. Se volete scrivere fatelo voi, tanto non è che il mondo sia migliorato perché ci sono i Massèr!”.

        Anche lui è un uomo in carne e ossa, anche lui teme i padroni e il potere ma è pur ancora lì, diavolo d’un diavolo, dice l’esperto paciere campagnolo con venti-trent’anni di attività alle spalle. Certo hanno ragioni da vendere quelli che sono andati in bestia e declinano l’incarico. I pochi che il vecchio saggio riesce a convincere, ci riesce aggirando l’ostacolo in questo modo; acquista un quaderno da scuola e sulla copertina scrive: “Libro da Massèr di…” e giù nome e cognome. Poi le prime pagine del quaderno sono piene zeppe di una composizione firmata. Dopo porta il “suo” libro ad un arlecchino e lo invita a scrivere nelle pagine di seguito -senza firmare ne’ prima ne’ dopo ovviamente-, la storiella che ha pensato di recitare alla mascherata. Appena questo ha terminato, il quaderno viene portato ad un altro, e così via fino all’ultimo.

        In questo modo il quaderno è una raccolta di zirudèlle e storielline scritte da tante calligrafie una diversa dall’altra, fogli aggiunti e cuciti all’originale con del refe o dello spago, perché lo spazio era insufficiente a contenere tutto ciò che dovevano contenere.

        È un diario di vita vissuta d’inestimabile valore perché scritto di getto con le parole semplici e toccanti dei diseredati.

        I loro sogni; la vita dura al limite della sopportazione umana; la disoccupazione; l’inettitudine delle classi dirigenti; la guerra.

        Tante testimonianze di quel tempo, tante autobiografie allargate, oltre che nel tempo, ai fatti, al paesaggio, alle figure dei personaggi più importanti, ai bisogni più immediati dei lavoratori.

        Oltre a queste cose tanto importanti, colpisce il fatto che nei quaderni non ci sono firme. Appaiono quelle di alcuni Massèr; Cesare Veronesi, Francesco Maccagnani, detto Paialónga, Carlo Brighetti. Basta.

        Appare solo di sfuggita il nome di un arlecchino, Luigi Vignoli del Lavino, poi cala il silenzio. Tutti gli altri restano anonimi. Le storielle scritte di pugno o scopiazzate che siano state degli arlecchini non le hanno firmate. Ad ogni buon conto.

        Conoscono poco la grammatica e molto le cose del mondo, perciò non si fidano.

        In questo modo il colpevole di fronte alle autorità del contenuto di questo quaderno è il Massèr, che ne è proprietario legittimo.

        Lui è colpevole di ciò che sta alle regole del potere. Le accetta perché sa che da cosa nasce cosa.

        Importante per lui è stare in mezzo alla gente perché:

 

                                                             “a savì che al Massèr

al völ sampar ciacarèr

quant l’ariva da sti dé

                                    mo mai ch’al dégga piò ed quàll ch’ é”(15),

 

dice alle autorità, che lo rispettano per la serietà e la popolarità. Alle quali porta il quaderno giurando che quello che c’è scritto è tutta farina del suo sacco.

        Le calligrafie diverse? Si è fatto aiutare dal figlio; tutto lì.

        Quel buontempone godeva della loro stima, ma gli facevano ugualmente un sermone, per le ragioni che quasi sempre i tutori dell’ordine non erano presenti a quelle manifestazioni minori. Non per trascuratezza, ma per la concomitanza della mascherata con il carnevale nel paese capoluogo o nella città. Non potevano badare a tutti i buchi, così quelli delle piccole località fuori mano dove organizzavano delle cose alla buona e fatte in casa come al Lavino, Longara eccetera le trascuravano.

        Lo spettacolo del quale c’ è una testimonianza scritta è di quello fatto a Lavino di Mezzo nel 1885, è veramente un momento di grande aggregazione popolare. Gli arlecchini in gruppo fanno il loro ingresso nella piazza della località preceduti dal Massèr che cammina con passettini brevi e dondolando da una parte e dall’altra, agita il bastone e intanto dice:

 

“gnand avanti pian pian

con al mi bastòn in man

                                                             acsé cum s’usa fèr

                da sti dé dal brèv Massèr…”(16).

 

        La folla festante si stringe da presso, lancia dei coriandoli, li chiama ad alta voce, li scorta fino al palco a ridosso d’una casa dove salgono, e prende posto anche la banda, che suona allegri motivetti.

        Che cessano assieme alle ovazioni e ai colpi di mortaretto quando il Massèr, con i suoi movimenti e i suoi interventi introduce un pizzico di professionalità nel gioco, alza il bastone e chiede silenzio.

 

        I massari si presentavano sempre, almeno quelli più accreditati, con un sottile bastone da  passeggio in mano, procurato o costruito da soli da un piccolo ramo di albero, e un non più nuovo cilindro in testa (vero o fatto di cartone e dipinto di nero) detto anche scherzosamente quartiröl (quartirolo: misura, recipiente di ca. kg. 4,5 di contenuto), date le dimensioni e la morfologia. Questo lo si è visto in quel minimo di iconografia pervenutaci ma soprattutto dalle testimonianze raccolte sul campo. Il pubblico si ammassava sempre a ridosso del palco, in quanto non vi erano microfoni e la gente voleva sentire quello che veniva detto; quindi, chi parlava, doveva spingere con i polmoni. In genere (in queste occasioni) quei pochi palchi che venivano montati per recitare, lo erano contro un muro; allo scopo di una minore dispersione delle voci e per un eventuale minimo di riparo dall’aria fredda.

 

        Vuole [il massaro] annunciare il programma che si articolerà in questo modo: il via sarà dato da una zirudèlla, poi ci saranno sei ballabili e un intervallo. Durante il quale mentre i suonatori riprendono fiato, verranno recitate due storielline brevi, molto divertenti. Poi altri sei ballabili, altra pausa, quindi altra zirudèlla. Le recite così alternate saranno otto in tutto.

        L’arlecchino ha imparato così bene la lezione che quando inizia la storiella cita l’ora, il giorno, il mese, l’anno e il luogo dov’è avvenuto il fatto. Si limita a narrare  l’episodio e la sua dinamica, perciò il testo scritto con linguaggio scarno e sicuro è stimolante e convincente.

        I fatti che via via vengono raccontati ripercorrono delle situazioni e una serie di personaggi che sono sempre, in qualche modo, legati alla storia dei rapporti tra ricchi e poveri.

        Così lo spettacolo, nel suo insieme, è un “collage” di interventi singoli di “numeri” proposti uno ad uno dagli arlecchini che davano segni di intelligenze vive e nuove, mentre si esibivano a declamare le loro composizioni.

        Un esempio del rigore narrativo di quei semianalfabeti è dato dalla zirudèlla del sanguinoso episodio della tassa sul macinato a San Giovanni in Persiceto.

        È una pagina nera della vita italiana della quale ne parlano a “livadént” -malvolentieri-, sia per la storia ufficiale, sia la storia del movimento operaio. Questo forse per non rintuzzare una polemica che dura da più di un secolo tra le due parti in causa.

        Bene, nel libro del Massaro c’è una zirudèlla di quel giorno maledetto, scritto da un anonimo  rimatore, che con le sue parole semplici descrive la brutta realtà. Perché nascondere o alterare la verità? A chi giova? Sembra chiedersi l’ignoto autore, che se non ha vissuto direttamente quell’episodio tragico è in possesso di elementi molto validi per parlarne.

        E lo fa non per stabilire una “Verità”, ma per ripudiare la violenza.

        La violenza come tale, da qualsiasi parte essa venga!

        I diseredati sono vittime ultrasecolari della violenza e dell’oltraggio, e proprio per questo li debbono respingere per principio, se intendono riscattarsi dalle loro condizioni.

        Questa è la morale della storiella, che invita la gente a ragionare, a non lasciarsi mai trascinare dall’ira che è cattiva consigliera, perché se quelli là “…i fóssen andè a fèr valàir al sòu rasòn…” (…fossero andati a far valere le loro ragioni…), tutto sarebbe filato via liscio.

        Invece tra la folla di oltre tremila persone c’è sempre qualche testa calda, che chissà per quali ragioni istrioniche riesce ad emergere e a trascinare la massa. Ecco allora l’ invasione del municipio; le urla, le minacce agli impiegati. Sono momenti drammatici, di una tensione indescrivibile. Tensione che è disegnata sul volto dei manifestanti, e che il rimatore riesce a cogliere quando dice:

“…chissà cuss j dess al so criteri

foss mo l’avàir cla sofferanza…”

(chissà cosa gli suggerì il loro criterio / fosse l’avere quella sofferenza…).

 

        La sofferenza che avevano dentro agli animi profondamente turbati dalle ingiustizie e dall’esasperazione. Quel fiume in piena sta lì lì per straripare. Una situazione difficilissima che coloro che fronteggiano quella folla tumultuante fanno precipitare quando, con una scusa banale, se la battono.

        Vanno a chiedere aiuto alla forza armata di Bologna. In quel momento i manifestanti capiscono di essere stati abbandonati e traditi, e reagiscono con dei vandalismi contro il municipio, e scorribande in altre case del paese.

 

“…in st mòd j ’n psevan brisa fèras una rasòn

par utgnir po’  l’esenziòn…”

([agendo] in questo modo non potevano farsi delle ragioni / per ottenere poi l’esenzione…”:)

 

è un grido di rabbia del rimatore che condanna apertamente gli autori di quelle azioni sconsi-derate. Ma poi verso le cinque del pomeriggio arrivano i bersaglieri che “cm è usì da vâl” (come uccelli di valle):                                        

 

“…andànd avanti a pió non pôs

j t mi fenn una dscârga adôs

cum custómma fèr in guèra.”

(andando avanti a più non posso / mi ti fecero una scarica addosso / com’è costuma fare in guerra)

 

        Le rime sono scritte così. Tutte d’un fiato. Senza una virgola; senza una pausa. Danno il senso di un assalto fulmineo, portato avanti con cinica freddezza.

        È una pennellata che dà un quadro di una crudezza agghiacciante.

        In quel silenzio che l’autore non ruba di proposito, ciascuno deve ragionare per essere in grado di farsi un’idea e di tirare delle conclusioni.

        La cruda realtà non turbava la serenità della festa e del pubblico.

       Il Massèr continuava a condurre il gioco con gran maestria. Metteva nei suoi interventi, buttati  lì quasi con noncuranza, un’acutezza ironica, pungente da “gran divertimento”, che animava il pubblico e rivelava il suo ineguagliabile dono verbale. Quando l’anziano declamatore nominava i padroni, lo faceva gesticolando, alzava il bastone e: “Alt processión che qui c’è una questión” diceva e, guardando torno torno proseguiva:

 

“Tûr divers carabinîr

e po’ fèri fèr un gîr

a cavâl ‘d un sumarén”.

(prendere diversi carabinieri / e poi fargli fare un giro / a cavallo d’un somarino).

 

        Probabilmente questo riferimento al somarino, nell’immaginario folclorico, era dovuto ad un secolare rito, comandato da qualche potere, quale oggetto di derisione del pubblico, di umiliazione e penitenza da far fare a qualche poveraccio (facendogli cavalcare un asino) che si era macchiato di qualche peccato contro qualcuno, qualcosa, e/o soprattutto contro la morale (stando all’A. Claudio Rendina – I Papi, 1983 – questo rito lo troviamo già nell’ultimo terzo del X secolo, in ambito pa-pale). Il fatto dell’esplosione del pubblico in acclamazioni nel menzionare i carabinieri a cavallo di un somarino, verosimilmente era dovuto al compito che avevano avuto nel passato i gendarmi del potere nel dover scortare quei disgraziati. Il pubblico riconosceva nei carabinieri quei tipi di guardie che nei secoli precedenti avevano avuto queste mansioni, quindi, ecco l’effetto catartico. Immagina-vano cioè i carabinieri da esecutori della punizione di un disgraziato, facendogli cavalcare un asino, a protagonisti succubi di quella umiliazione. In quelle campagne, dove l’analfabetismo era presso-ché totale e la storia delle genti era solo quella della propria memoria, per di più tramandata di generazione in generazione, questo risultato era più che logico, scontato. Quindi, col carnevale che era un mondo alla rovescia, per quella massa di diseredati, invertire i ruoli era un grande giubilo, una liberazione... anche se solo momentanea, in quanto la mattina dopo quel giubilo sarebbe sparito, perché il mondo si sarebbe di nuovo ribaltato e i subalterni di nuovo sotto i poteri pressoché illimi-tati dei potenti, sia individuali, sia istituzionali.

        Stessa reazione alle scene dove venivano menzionati i preti: ...e qui si spiegano tre secoli e mezzo di governo papalino e amministrazioni legatizie; e i poteri che questi avevano esercitato sulle popolazioni povere, in questo caso, delle campagne. Dei preti diceva

 

“che j eñ tótt sañ cum é i curâi,

bòvni dl âqua? I sunâj! ”

(che sono tutti sani come i coralli, / bevono acqua? I sonagli!)(17).

 

        Ecco, continuava, io non sono capace di tenere tutto dentro. Sapete che uno per tenere una scorreggia è diventato orbo?

        Oh, questa pizzica come il pepe. Quest’altra invece è tanto grossa che non passa nemmeno dall’uscio di casa! (18).

       Diceva un cumulo di cose non scritte, cose molto pepate che davano la sensazione che non sarebbero passate lisce, e lasciavano il pubblico a bocca aperta per alcuni attimi. Poi gli applausi  arrivavano fin troppo scroscianti e in quel calore c’era adesione, “tifo”, o più semplicemente la gente dimostrava di gradire lo spettacolo, di accettarlo così com’era, condito di quelle battute extra che facevano pensare.

        “Che pensino ciò che vogliono. Importante è che li faccia pensare!”, diceva tra sé e sé il Massèr, che con polso fermo e sicuro guidava quella danza per tre ore. Tanto durava lo spettacolo allietato da frittelle, da sfrappole e da abbondanti fiaschi di vino.

        Il tutto offerto abbondantemente e gratuitamente dai padroni di casa, che si facevano “lusar” (lett. lucere, luccicare) il pelo.

        Quello era il carnevale più povero che si conosca, che si trascinava tra balli, canti, scherzi, commenti arguti e taglienti, e che nel suo insieme riusciva ad esprimere quanto di eccezional-mente sorprendente è contenuto in una recita spontanea costruita sull’improvvisazione e sull’invenzione. Era uno spettacolo diverso dal carnevale, perché venendo dal basso aveva in sé una carica emotiva ineguagliabile.

 

Bologna  10  gennaio  1984

Armide  Broccoli

 

 

Qualche esempio di come il Massaro e i suoi collaboratori si presentavano ad una festa

 

(Un  Massær)

                                                 A son qué bèla udiànza

                                                 an j é rimêdi mgnà ch’a cmànza,

                                                 a salutêr tótt in t ‘na völta,

                                                 fen ch’a son qué da la pörta.

                                                 E vgnand inànz piàn piàn

                                                 con al mî bastòn in man

 cómm da sti dé j sölen fær

                                                 quî che j dscòrran da massèr,

                                                  e par færum un pö’ d’unòur

                                                  a salût prémma l’arzdòur.

                                                  Cum cunvéin e cómm ognón sa

                                                  Ch’a cgnóssa sóbbet al padròn ed ca’,

                                                  e po’ a j dmand se l’è cuntant

                                                  ch’a j passa un pö’ ’d divertimànt,

                                                  cuntànd al mî cumposiziòn

           e stær un pö’ in coversaziòn.

          Cum custómma da sti dé

                                                  Che a se sta alîgher nôt e dé,

                                                  e par quàst me a son gnó

                                                   parché a dirla a j ò savó,

                                                   cösa vàira sànza fâl,

                                                   che qué a j è una fèsta da bâl

                                                   Con bravéssum sunadûr

                                                   Viva lòur e giànnial pûr,

                                                   Viva, viva, a dirò in st màntar

                                                   parché j en bræv, jî tîran dàntar!

                                                   In d un möd trôp strepitòus

                                                   Mo in d un tànmp bæl e gustòus.

                                                   Par quàst a prêgh la cumitîva

                                                   A sti sunadûr fær un evviva,

                                                   e un ætar evviva preparê

                                                   par l’intira sozietæ,

                                         che par balær a se spand di quattrén;

                                                   un evviva a lòur sànza fen!(19)

 

(Un  puricinæla) 

                                                   A j ò cminziê a fær riflessiòn

                                                   Ch’ a j era anch là dal purtòn,

                                                   e a m’ in son sàmpar tgnó in mant

                                                   par salutêr tótta sta zant.

                                                   Mo al premm che a fâz stra stòur

                                                   l’ha da æssar l’ardòur,

                                                   e tótt qi ætar d’in man in man;

                                                   zà qué tótt s’immazinaràn

                                                   che me a j ò avó l’unòur

                                                   d’avàir la carica da visitadòur.

                                                   Sti soquànti mascaræ

                                                   j en vgnó da me e j m’ han preghæ

                                                   che a tója l’incumbànza

                                         ed presentærum e dmandær udiànza,

                                                  a l’arzdòur e ai sû rappresentànt

                                                  se al töl dànter sti soquànt,

                                                  immascaræ cum a j ò dett

                                                   che j en qué, propi sobétt.

                                                   J s’ en farmæ sòul mumànt

                                                   Donca arzdòur, se a sî cuntànt

                                                   a j vâgh a dîri: tutti quanti,

                                                   che con prudenza j végnan avanti!

                                                   Puricinæla, avanti pûr

                                                   mascaræ e sunadûr

                                                   che a stâmen un pöch in allegrî

                                                   prémma che cranvæl al vâga vî,

                                                   che la quaràisma l’è qué da præs

                                                   divertîv che me a tæs!(20).

(Un  zirudlær) 

                                                       Zirudèle a èlz al brâz

                                                       par salutêr tótt sti ragâz,

                                                       e bañ ed cör a fâgh ’n evviva

                                                       a ste grànda comitiva,

                                                       e qué a zûr d’an æsar mai stæ

                                        in d una pió bæla sozietæ (21).

 

 

Narzîš  da  Mal  Albêrgh  (Narciso  da  Mal  Albergo)

 

        È una maschera della Commedia dell’Arte! e, come tutte le maschere, nasce in un tempo, in un luogo, in situazioni, ambiente, condizioni, circostanze... dove il tutto deve avere rapporti sicu-ramente anche sociali e, innanzitutto, con una funzione... visibilmente pure politica, nel rendersi interprete del proprio mondo di appartenenza. Se così non fosse non sarebbe maschera ma altro. Narciso non fa eccezione: è un i cui , , , sono proprio all’interno del suo mondo di depredati e reietti che j ’n hañ mai magnæ una sóppa chèlde (che non hanno mai mangiato una zuppa calda) si diceva; né mai hanno avuto, né hanno, voce in capitolo.

         Documentalmente è nato nella prima metà del ’600, a Mal Albergo (l’attuale Malalbergo, BO), in valli e paludi e (date le condizioni dei luoghi nel tempo) nella miseria, inanizione, fame, indigenza, delle popolazioni. Probabilmente nei trebbi, forse nelle piazze (azzarda qualche fonte) ma, dato il carattere, e in piena controriforma se ne può ampiamente dubitare; pure se potrebbe aver conservato caratteristiche discendenti dai propri antesignani: quei giullari di piazza dal secolo XII in poi... sempre miseri e affamati, nelle piazze e negli ambienti di un “mondo alla roversa dei Carnasciali”, comandati da “Re Leccardissimi e Diluviatori dei Paesi di Cuccagna”, con funzione anche di esorcizzare condizioni di un universo di disperati. O anche, forse, data la controriforma, potrebbe essere nato nel chiuso di uno dei villaggi di capanne, della bassa bolognese, e dire di nascosto ciò che si evitava in presenza di sconosciuti.

         I treppi erano il regno di Narciso e, stando agli studi del Camporesi, avevano luogo già prima della detta nascita del Narciso; addirittura il Frazer informa che già erano in essere a metà del ’500. E poiché gli autori che hanno riferito nel merito di questa maschera, più o meno tutti affermano sia stato il Re dei trebbi, è certo probabile sia nato <prima> della data documentale. Questa probabilità è avvalorata da:
1) – le notizie pervenute non sono sorrette da studi a livello scientifico;
2) – non si conoscono studi interdisciplinari che possano concretizzarne una data certa;
3) – la ragione per la quale nasce a Mal Albergo è da ricercare nel fatto che in Bologna città, conoscevano luogo in quanto confine di stato, con tanto di dogana; e della stessa città erano i funzionari e gli operatori (questo spiega anche la ragione per la quale il dialetto malalberghese ha maggior affinità con quello urbano rispetto a quelli dei paesi vicini); per cui,
4) – se ne deduce che gli autori documentatori della maschera, essendo stati sempre di città, conoscendo luogo e sapendo che Narciso era l’intrattenitore dei treppi in quel luogo stesso, gli abbiano assegnato Mal Albergo quale luogo di nascita... ignorando eventuali altre presenze in zone diverse del territorio ed, eventualmente, da ancora prima. Allargando un po’ l’orizzonte delle ricerche troviamo documentato che, coevi al Narciso, nella prima metà del ’600, esistevano da quelle parti anche Aquatàvvde (Acquatiepida, Fulvio Gherardi) a San Pietro in Casale, morto a Baricella, il Dottor Campanazzo a Budrio... ma nessuno degli autori del Narciso risulta ne abbia fatto menzione;

 5) – la funzione, e soprattutto i contenuti dei treppi, non venivano certo propalati in quanto:
         a) – quello che veniva detto e fatto fra analfabeti, nell’isolamento del proprio mondo, non poteva che essere autoreferenziale ed erano riunioni per raccontare e raccontarsi... nonché  momenti di crescita “culturale” per i partecipanti;

            b) – essendo i treppi un momento anche di emancipazione collettiva erano proibiti dai poteri papalini;  

            c) – dato l’anatema della chiesa sui treppi in quanto incontri diabolici, e i contadini ministri diaboli, non era certo il caso di metterli in piazza;

6) – stante questa situazione, gli autori bolognesi ai quali avesse punto vaghezza di interessarsi dei treppi e scomodarsi dalla città per andare nelle paludi a ricercare, riscontrare, verificare, queste realtà... ancor più col rischio di essere anatemizzati a loro volta, prendere alla lettera ciò che riferiscono, al di là del fatto in sé, diventa opinabile. Nel conto vanno messe pure le censure dei poteri e le autocensure personali. Inoltre, il secolare passato intel-lettualismo nostrano non ha mai brillato per il coraggio di assumere posizioni critiche nei confronti degli stessi poteri; a cominciare da quanto di precrocesco, e dallo stesso G. C. Croce. Cosicché, se è vero, come scrive il Frazer, che i trebbi già esistevano a metà del ’500 e Narciso ne era il re, sia pure, forse, solo in nuce; sotto forma di intrattenitori, raccontatori, fabulatori... nel territorio, di fatto, è molto probabile, pur se non documentato, sia più antico delle notizie in letteratura. E la sua mancanza di maschera sul viso, come teorizza qualcuno, sia dovuta, più che all’anatema del potere ecclesiastico, al suo ingenuo candore d’eloquio (o per entrambi i fattori) e alla sua “condanna” di mettere in piazza tutto ciò che viene a verificarsi, in quanto fatti.

        Sappiamo che nei secoli, nelle piazze (pur nei limiti detti sopra) e nei luoghi di ritrovo, questi personaggi  esternavano, denunciavano sotto forma di intrattenimento (per convinzione di fatalità o per presa di coscienza) tutto quello che succedeva, dal minuto quotidiano all’operato dei più alti poteri da loro conosciuti. Per dare voce a questo mondo succubo e vessato era anche indispensabile che qualcuno gli desse vita fisica. Si intende (questo qualcuno) si trovasse un luogo e... cominciasse a raccontare situazioni oggettive, fatti e fatterelli; meglio ancora se con doti fabulatorie. Ad un certo punto, nelle paludi del bolognese, fra le popolazioni di basso strato sociale, ecco apparire (si fa per dire) Narzîš: maschera carnevalesca per eccellenza (anche se, forse, in modo più o meno da cospiratore). Non perché lo scriva qualche autore, e/o nell’ottocento, in Bologna, rappresentasse il carnevale e ne aprisse i festeggiamenti (mentre il Dottor Balanzone era la Quaresima e li chiudeva con il “discorso”, in antico detto “della corona”. Comunque rappresentava l’autorità effettiva e il mondo, da “alla rovescia” che era, tornava a essere quello di sempre), ma perché era ed è maschera carnevalesca in quanto tipico rappresentante di quel mondo alla roversa tanto agognato da una moltitudine di disperati, che il carnevale aspirava a esorcizzare; e poiché per chi non aveva e non ha voce in capitolo non aveva e non ha modo di farsi sentire, approfittava del carnevale per dare sfogo alle proprie frustrazioni, ricorrendo alla satira: mordace, sferzante, caustica, tagliente... e tramite questi atteggiamenti, alla denuncia, all’induzione di prese d’atto e di coscienza, alla riflessione. Stando al Trebbi e al Sarti (date le origini), alla derisione, alla parodia, alla metafora, al traslato, al figurato...

        Narciso nasce vestendo i rozzi panni del contadino bolognese” scrive il Trebbi nel proprio saggio; e non c’è dubbio che parli anche il linguaggio dello stesso contado bolognese, con tutti i suoi riferimenti, collateralismi, implicazioni, significati, sensi, valori... dei quali il linguaggio stesso  è portatore e oggetto. Un codice linguistico analfabeta dove valori, significati, implicazioni e quan-t’altro trovano la loro ragione d’essere nel contesto dei parlanti e del mondo da loro conosciuto. Di cosa avrebbe potuto parlare Narciso, se non di ciò che poteva conoscere e l’uditorio potesse inten-dere? E questo, conseguentemente, ha continuato a fare, nel contado, nei secoli successivi; come gli intrattenitori e i contastorie più sopra descritti, mettendo in piazza e denunciando le ingiustizie, le prepotenze, le miserie materiali e morali, la fame... prendendo e prendendosi in giro. In un luogo, in un ambiente, in circostanze, ecc., fin dove la cappa controriformista del momento faceva fatica ad arrivare; pure se la propria attività si fosse svolta all’esterno del mondo al quale egli apparteneva. Verosimilmente più libero, diretto e feroce quando agiva e rappresentava il proprio mondo di dise-redati, all’interno di esso, nel proprio isolamento.

          Il potere, qualunque fosse, ha sempre, in ogni epoca e sotto qualsiasi aspetto, represso o quanto meno censurato, chi metteva in piazza fatti e certe verità: se non per altro, proprio perché  tali... sempre scomodi/e per i potenti. E nei secoli pare le cose non siano cambiate di molto: basta osservare ancora oggi le reazioni degli odierni politici. Nonché la superstizione sul colore viola nel mondo del teatro che, sull’argomento, la dice lunga.

        Nel ’600, periodo di controriforma avanzata, ci informa Raffaella Sarti(22), la chiesa aveva soppresso i bagni pubblici per evitare “tentazioni impudiche e lascive: Fare il bagno è pericoloso, si comincia a pensare”. Invece, la scienza medica oggi ha dimostrato che con la chiusura dei bagni pubblici si ebbe come risultato un aumento delle parassitosi, delle malattie, delle mortalità e, verosimilmente, anche un aumento della sorveglianza, soprattutto delle opinioni; specie in Mal Albergo (nel nome la fama), probabilmente equivoco, malsicuro e di confine con gli Estensi. Il cui territorio, nel ’600, era ancora loro solo come proprietà allodiale: dal 1598 fu incamerato nello Stato Pontificio. In questo quadro, lo spirito del Narciso, nelle campagne, fin dalla propria nascita, è attendile fosse in qualche modo protetto dalla supponenza e dal voler ignorare (da parte dei poteri) i bassi strati sociali: sicuramente la stragrande maggioranza della popolazione e il loro analfabetismo, che non poteva lasciare traccia, né, tantomeno, scritti. I pochi alfabetizzati, invece, essendo più in vista, è facile immaginare dovessero rigare dritto; ed è credibile, non si volessero mescolare con la plebe e ne prendessero le distanze, se non proprio un’ostilità. Infatti Carlo Sarti(23) informa della situazione di quei tempi, parlando della Storia del teatro dialettale bolognese, a proprosito della scarsa qualità delle commedie del ’600: [...] “rimasero aride concezioni letterarie [...]

 

      ...delle  quali la colpa  non fu tanto degli scrittori  [...]  quanto invece  dei censori  ecclesiastici che non

     permisero mai alcuna frase minimamente allusiva a ciò che avrebbe potuto offendere la divinità, il culto,

     o il Sant’Uffizio.

        Sotto questo giogo opprimente e di fronte ai terrorizzanti supplizi della prigionia, era quindi troppo giusto che nessuno osasse d’infangare quelle promesse a cui l’autorità inquisitrice li obbligava mediante una servile dichiarazione, che veniva sempre stampata a grossi caratteri in capo o in fondo ad ogni opera teatrale, e che fingeva dettata spontaneamente dall’autore per impedire qualunque pubblicazione un po’ equivoca. Se, tutto al più, qualcheduno arrischiava qualche allusione, questa ei la faceva coi debiti riguardi.

 

        Quindi Narciso... e lo stesso discorso può valere per Arlecchino (la fame, il carattere –sia pure diverso– e le funzioni sono le stesse, anche se in diverse condizioni politiche), pur se nativo del contado Bergamasco, non appartenente allo stato pontificio ma alla repubblica di Venezia, provengono dagli stessi infimi strati sociali. A loro può fare buona compagnia il Bertoldo (proveniente dalla propria casupola di montagna), dalla forma somatica del proprio corpo non dissimile dagli altri due nella loro forma iniziale, pur se personaggio letterario ricostruito da Giulio Cesare Croce sul medievale Marcolfo.

        Dei nostri tre, parlando degli “irrefrenabili tripudi carnascialeschi”, dei “vecchi riti dionisiaci propiziatori di fertilità”, “...al definitivo amplesso con la terra”, il Camporesi(23 bis) nella propria opera La maschera del Bertoldo, rende noto che:

 

        ...i contadini , gli , gli stulti e gli insipientes fedeli alla e al culto dei demoni della terra, refrattari alla evangelica, la , trovavano la loro vera, autentica patria.

 

        Diagnosi che per i nostri ci sta tutta, e conferma che la loro origine, indipendetemente dalla data di apparizione, è da ricercare nei bassi strati sociali delle comunità, e più lontana nel tempo; anche se Bertoldo, non avendo l’obbligo di “non poter uscire dal perimetro poderale senza il permesso del locatore o suoi...”, è da collocare in una condizione sociale migliore rispetto agli altri due e agli strati più infimi della società del contado medesima; lo enuncia il suo atteggiamento e la funzione più accomodante col potere, rispetto agli altri due.

        Arlecchino ha fra i propri antesignani gli zanni; i quali, nati in territorio bergamasco ma non di città, stando alle ottime, precise, dettagliate notizie e performances dell’attrice e studiosa della commedia dell’Arte Claudia Contin(24) ed esplicate con profonda conoscenza dell’argomento; dove ognuno vuole essere più tracagnòto dell’altro, corporatura tozza (tracagnotta, appunto) che testimonia la loro predisposizione alla fatica, poi maschere. Queste sì di città e contadi. Alcune, una volta venute alla luce (appunto perché maschere), erano troppo scomode per lasciarle circolare liberamente. Perciò bisognava sconsacrarle al popolo e... in piena controriforma, quale miglior soluzione del caricarle di simboli malefici e scagliar loro anatemi?... ecco pronto il diavolo! Lo si poteva leggere chiaro, oltre che sul soma, pure sulla faccia dei primi Arlecchini: due bozze di corna in fronte “accennate protuberanze delle corna”(25). Narciso, all’inizio aveva il naso rincagnato, un corpo bertoldesco, era ed è tutt’ora il contadino: nato a Mal Albergo non poteva essere che tale. E se è arguto e mordace non poteva essere simpatico ai maggiorenti, ai codini, ai potenti, tanto meno a quelli ecclesiastici, ai benpensanti, ai poteri di qualsiasi tipo e a qualsiasi livello... bisognava delegittimarlo, isolarlo. Infatti, i vecchi ancora oggi (pure se il detto è in disuso) in provincia ancora dicono, di una cosa di poco valore o di persona senza voce in capitolo: al còñte o al væl cm é una càñte ’d Narzîš o ed Giuvàñ (conta o vale come una cantata di Narciso o di Giuvàñ, forse dal Žañ bergamasco) per dire che non vale niente. D’altronde, non a caso, dice (in tv) il Premio Nobel Dario Fo: “la chiesa, nei primissimi anni del ’600, bandì dal proprio stato tutte le Compagnie dell’Arte” (un centinaio).   

        Dalle parti della bassa bolognese esisteva (oltre al cognome Zagni, abbastanza diffuso) il detto, quando qualcuno faceva lo sciocco, lo spiritoso o l’imbecille: fà pûr al Žâgn! (probabile dallo  zanni, dal senso: fa’ pure l’asino!). In questa delegittimazione del Narciso (dai quartieri alti della società e del potere) era delegittimato anche tutto il mondo dal quale egli proveniva, rappresentava  e ne era sicuramente l’interprete. Basta leggere L’economia del cittadino in villa del Tanara e il quadro è chiaro; anche se questa delegittimazione e il non dare importanza a quello che dicevano le classi sociali più deboli, probabilmente fu una delle ragioni che dette l’avvìo, in quelle paludi, sull’esempio del Narciso, al proliferare, nei secoli, di una serie di intrattenitori, concretizzatasi nell’ottocento come sopra ricordato, anche se con definizioni diverse e diversi tipi e modi di intrattenimento. Nel contempo si sviluppò una paremiologia ed una aneddotica tutta popolare, campagnola (intesa come conoscenza propria delle classi non abbienti e, sicuramente, non perché cosa nota) nei confronti dei poteri, dei ricchi, delle classi elevate delle società, chiesa in testa. La sostanza, però, non poteva cambiare in quanto il loro mondo era quello, quelle erano le loro conoscenze, e i contatti esterni erano pochi; quindi non potevano dire o fare cose diverse da ciò che potevano conoscere e sapere... anche se con la fantasia potevano spaziare per ogni dove, parlare di tutto, ma potevano arrivarci (solo quei cervelli non intaccati dalle malattie da indigenza, soprattutto dalla pellagra) con una immaginazione da analfabeti e con una esperienza basata su un  pragma-tismo che non poteva essere che tutto loro.

        Se Arlecchino era il diavolo perché lo portava scritto in fronte, Narciso era suo degno compare perché i loro spiriti si trovavano nel medesimo posto: l’inferno. Narciso è un contadino; lavora la terra; sottoterra gli inferi; negli inferi i diavoli. E Narciso, lavorando la terra, vi è a contatto... e si guadagna, insieme all’Arlecchino, il titolo di ministro diaboli; ergo, vade retro Satana-Narciso!!!   e abbiamo un’ulteriore conferma che Narciso fosse una maschera scomoda. Come è scomodo tut-t’ora, come da sempre, chi fa satira vera.

 

        Se si riesce a ricostruire l’origine del Narciso in modo logico e attendibile ricercando nella vissuta storia delle campagne, non altrettando lo è ricostruirne l’origine dai documenti... il fatto è che lo si va a cercare in un mondo diverso da quello a cui appartiene: documentale, urbano, concettualmente borghese, immaginario, accademizzato... Il Trebbi, dall’alto della propria cono-scenza delle cose di Bologna, nel proprio saggio sull’origine del nostro scrive che:

 

...la matassa appare alquanto ingarbugliata, ma il peggio si è che a tentare di sbrogliarla non si riesce a diradare le tenebre che nascondono le vere origini di Narciso(26).

 

        È naturale! Narciso è un contadino e i contadini (quelli veri) dove li ha cercati l’autore non ci sono, né ci sono mai stati. Quindi è naturale che le origini del Narciso il nostro autore non le trovi. Quale studioso di città, specie se erudito, nel primo ’600 sarebbe andato fra le paludi della bassa bolognese, per studiare qualcosa di quei morti di fame?... e come sovrappiù con l’anatema della chiesa sul groppone?! Mentre nelle campagne, Narciso, era uno di loro e viveva allo stesso modo, nello stesso ambiente…

        Però il Trebbi descrive la maschera del Narciso anche come “trionfatore assoluto delle veglie campagnole”. Non c’è dubbio che lo spirito di Narciso, nel proprio mondo fosse l’interprete del sentire comune delle classi più povere; di queste si pasceva e dei loro problemi si alimentava per fare satira, sfruttando i paradossi della loro esistenza. Poiché la lingua batte dove il dente duole, questi paradossi erano i temi dominanti nei ritrovi, nei treppi e negli incontri privati o sulle piazze; pur tenendo conto del diverso approccio da mettere in opera, come sopra descritto a proposito dei Massær e degli intrattenitori in genere. Narciso era uno di loro! Sempre con cautela nei ritrovi privati se c’erano forestieri, col permesso del padrone o suoi... se erano contadini. Uno sgarro (in piazza) nel prendere il giro qualcuno del luogo o qualche autorità e ci si poteva giocare la possibilità della festa in futuro e anche molto di più.

        Altre funzioni, che aveva Narciso nel suo ambiente, erano: raccontare storie, anche sulla falsariga di un odierno Mimmo Cuticchio in Sicilia (raccontare storie per raccontare storia, quella non codificata dagli storici), venuto pure dalle parti della cittadina di Cattolica (2005). Essere chiamato negli sposalizi per tenere in allegria sposi e parentela; raccontare avvenimenti, fatti, partite, casi, recitare zirudelle, e altro, veri o immaginati, nei treppi e nei raduni anche pubblici, sfruttando situazioni, trovandone i paradossi, gli ossimori, gli aspetti comici... satira!

 

 



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