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\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Luciano Manini: Parte Prima- Cap. unico:.Tipi di intrattenitori 1

Parte I- Capitolo unico. 1 - Tipi di intrattenitori

Di Luciano Manini (del 12/06/2012 @ 17:06:27, in Parte I - Cap.unico. 1 - Tipi di intrattenitori, linkato 411 volte)

 

Tipi  di  intrattenitori

 

Al  tarbaröl  (itz. il trebbaiolo)

 

        Una di queste figure che andavano a tgnîr trapp (tenere treppo) era al tarbaröl (colui che teneva il trebbo). Non doveva avere particolari peculiarità ma saper tenere testa ad una discussione, un buon bagaglio di argomenti e saperli esporre negli intrattenimenti da bravo conversatore, per intrattenere la compagnia, raccontando quello che sapeva con fare appropriato ed accattivante; ancora più gradito per le capacità fabulatorie, che più o meno questo tipo di intrattenitore in genere aveva. Nei treppi col trebbaiolo tutti gli argomenti erano buoni: si parlava di tutto. A volte questi incontri potevano anche sfociare in discussioni, ma poi si riportava la situazione al vero scopo dell’incontro, che era l’intrattenimento, oltre che all’informazione e alla conversazione. L’intrattenitore si presentava nel modo detto sopra, che è da ritenersi fatto ordinario anche perché più o meno tutti i tenitori di treppi si scopiazzavano l’un l’altro e, come detto, per il profondo rispetto anche nella forma che ognuno di essi manifestava alla famiglia ospitante e il rapporto diretto con l’arždòur; al quale ogni tanto, durante lo svolgersi del treppo, poteva anche rivolgerglisi per averne l’approvazione e/o il consenso. Questo, quando succedeva, diventava quasi parte della ritualità. Ecco un esempio di un primo approccio con la famiglia:

 

A um presàñt co’ ’ l rispæt ch’ a j völ

                                                  A soñ uñ pövar tarbaröl !

(mi presento con il rispetto che ci vuole / sono un povero trebbaiolo!)

 

        Come si vede, le primissime parole di contatto con la famiglia ospitante, sono in rima (che in lingua sparisce) e, cambiando l’ultima parola del distico troviamo il

 

 

Fularöl  (o  favlær  – favolaio, raccontatore di favole –)

 

        Il fularöl era un altro di questi personaggi, tenitore di treppi, che venivano chiamati per passa-re una serata in compagnia e fare un po’ di conversazione. La sua peculiarità era raccontare favole, non tanto per i bambini, che di sera generalmente venivano messi a letto, ma per gli adulti e, usualmente, ad ogni favola veniva data una morale, che alla fine veniva commentata, discussa, a volte rapportata a situazioni o accadimenti conosciuti, oppure, più spesso era pretesto per una discussione, una chiacchierata, una conversazione... Avevano più favole in memoria che capelli in testa, scrive anche il Broccoli nelle sue pubblicazioni. La favola era un concetto ribadito molto spesso nelle ricerche effettuate; non solo come intrattenimento da treppo ma anche, in qualche caso, (dove c’era un anziano non più abile al lavoro che lo poteva e/o voleva fare) come “servizio” nelle comunità per intrattenere i bambini delle famiglie bracciantili (i bambini delle famiglie appoderate dovevano lavorare) durante la giornata, quando gli adulti erano al lavoro.

        Uno di questi raccontatori di favole ai bambini fu Augusto Gandolfi, già avanti con gli anni, del quale in una pubblicazione del 1984, ripubblicata recentissimamente(11) il sottoscritto scrive:

 

        Mirka, che fu un’assidua presenza ascoltante, ci informa che nel periodo dal 1927 in poi, in quel di Ca’ de’ Fabbri di Minerbio, il nonno, tutti i pomeriggi, radunava  i bambini nel salone del paese e raccontava loro una favola, ascoltata in religioso silenzio; con grande tranquillità dei genitori del paese nel sapere i loro bambini in luogo sicuro. “J eñ là coñ Gandòulf, acsé  j ’n vañ brîsa in dân!  (sono là con Gandolfi, così non vanno a fare danni!), erano i commenti.

 

        L’informazione qui esposta fu fornita a chi scrive in un’intervista fatta alla nipote Mirka Gan-dolfi, al tempo della ricerca per scrivere la biografia del proprio padre Pompeo, del quale si dirà più avanti. Mirka fu una delle assidue ascoltatrici di quelle favole raccontate dal proprio nonno in quegli anni e si meravigliava ne sapesse tante. L’ j ñ’ cuntêve sàñmpar dal növi tótt i dé (ne rac-contava sempre delle nuove tutti i giorni), diceva. Inoltre, si vantava che il proprio nonno, poiché portava la barba, era lo spiccicato ritratto di Giuseppe Mazzini. Era anche vero che, diceva Pom-peo, suo padre era sempre stato animato da idee risorgimentali; ed era forse anche per questo che si coltivava la barba come il fondatore della Giovane Italia. 

 

 

Zirudlær  e  zirudæl  (intr.: coloro che scrivevano e/o recitavano zirudèlle)

 

        Classico del parlatore in rima era al zirudlær (itz. il zirudellaio)(?), la cui definizione viene da zirudæle: antico componimento, in rima baciata ad libitum, senza soluzione di continuità, o in quartine; rigorosamente in dialetto, arrivato a noi dai secoli andati. Sulle origini di questa antica tradizione esistono diverse teorie. Una prima è descritta dall’Ungarelli(12) come esempio, scritta dal Cardinale Mezzofanti (v. sotto); una seconda la dà sempre l’Ungarelli nel suo Vocabolario del dialetto bolognese (1901) alla voce zerudæla, e dice deriverebbe da (zia) e cita:  del poemetto del sec. XVII Vèta dla Zè Sambuca nata in t’ al cuvin de Diol, cun la nàssita, vètta suzzès e dsgrazi d’ Zè Rudela so fiola”. Qui, chi non ha mai fatto parte di potere alcuno e lo ha sempre solo subito, sente subito l’afrore di accademizzazione per metabolizzare, quantomeno, i contenuti della zirudèlla, nonché la sua funzione, per dare un prodotto edulcorato, innocuo; quindi, nel comune sentire e nel comune pensare, non e non (anche nei tempi passati) disturbare il prossimo. Questo lo si evince in modo chiaro anche dal fatto che l’autore, con la locuzione Zé Rudèla, intende una persona poco sveglia, di campagna, che si inviluppa da sola nel proprio esprimersi e nel proprio operare come un pulcino nella stoppa; come doveva, se non essere, almeno apparire (nel pensiero urbano) secondo lo stereotipo del tempo e anche dopo, la gente del contado. D’altra parte, l’endemìa della pellagra lo giustificava. La cosa non è così sfacciata, vistosa e invadente come in un Tanara o in un Baruffaldi (come si vedrà) ma il putimento si sente tutto, anche in considerazione del fatto che in quel tempo i “contadini” (intesi come abitatori del contado) erano e, per i loro treppi, dovevano essere i ministri diaboli, scriveva nel ’600 il Cardi-nale Paleotti.

        Un’altra teoria sull’origine della zirudèlla la dà il Ghiselli, il quale dice venire dalla ghironda; o meglio, dalla ruota della quale è dotata e, facendola girare ritmicamente sfrega le corde e ne esce un suono ritmato che darebbe il tempo dell’ultimo verso: “tich (o) toch e dai la zirudæle”, anche se nelle campagne era in uso terminare le zirudèlle con la parola servitòur (servitore), in ossequio alla famiglia ospitante il treppo. È pur vero che Narciso da Mal Albergo sulla ghironda ci cantava le proprie Narcisate: altro componimento in rima, rigorosamente in dialetto, cantato, di diverso metro, con strofe ad libitum, ognuna delle quali sempre sullo stesso semplice motivetto. Forse c’è del vero (fatte le dovute considerazioni) in ognuna delle teorie qui esposte, anche se probabilmente quel tipo di componimento potrebbe aver avuto origine, seppur in nuce, dai trovieri, cantimpanca, trovatori... medievali di piazza, ed essere giunto fino a noi subendo, nei secoli, evoluzioni, trasformazioni, paramorfismi... come la letteratura, la musica, il teatro, ecc. Sia quello più evoluto di città, usato anche da persone erudite; e sia, sempre in città, dai borghesi e dai popolani, ma sempre diverse da quelle del contado, per contenuti, per riferimenti e anche per funzioni. Come, solo in Bologna città, fra le zirudèlle del popolazzo e quelle delle categorie sociali abbienti.

        La tecnica di scrivere zirudèlle variava molto ed era rapportata al grado di istruzione degli autori. Quelle scritte da eruditi erano ben composte, rispettose della metrica e della rima, in versi ottonari, con accento tonico sulle vocali della terza e settima sillaba, letterariamente valide nell’a-spetto formale; quelle scritte dagli appartenenti alle ultime categorie della scala sociale (di città) rispecchiavano nella forma più o meno quelle di campagna ma erano diversi i riferimenti. Infatti, due mondi diversi, tenuti opposti dalle caste al potere, come avrebbero potuto averne gli stessi?... le atmosfere, gli argomenti trattati e, concettualmente, di tipo più individualistico. Anche se in città, fra gli strati sociali più umili esisteva una certa solidarietà, che poteva anche arrivare alla difesa di un gruppo sociale chiuso (tra i poveracci in ispecie) ma non della comunità, o quanto meno della categoria sociale, come nelle campagne. Ognuno dei due mondi nell’esprimere se stesso raccontava ciò che di questi conosceva, sapeva e/o voleva raccontare, rappresentare... Sostanzialmente le forme erano e sono tutt’ora due:  a) – in quartine, in rima baciata ‘a a b b’... es. il Card. Mezzofanti, Ivano Trigari (v.);  oppure; b) – in rima baciata ‘a a b b c c’ ecc., ad libitum in quanto a lunghezza; es. “Par l’affèri dal masnà a San Zvân in Persiceto ai 7 ed znèr 1869 di anonimo della raccolta Brighetti, e tante altre. Sono esistiti (poco comuni) componimenti in quartine con rime alternate o incrociate: sono da considerarsi elaborati di genere diverso in quanto le caratteristiche essenziali della zirudèlla erano e rimangono il dialetto e la rima baciata. Inoltre, la ragione del parlare in rima baciata fra la gente di campagna nelle proprie manifestazioni, specie nei treppi, era data (come detto) dall’offrire una migliore possibilità di memorizzazione. Sconosciuta era, invece, la metrica: nelle testominianze raccolte non se ne è trovata traccia; il più delle volte veniva chiesto cosa fosse.

        I due componimenti del Mezzofanti e del Trigari danno motivo per comparare e riflettere, pur volendo ubbidire alle stesse regole, sulle diverse possibilità espressive e di uso, delle zirudèlle nei due mondi culturali, agli antipodi l’uno dell’altro. Rispettoso del metro e della rima, in un contesto di allegria il Mezzofanti; tentando di rispettare la rima, e non riuscendoci sempre, non rispettoso del metro (probabilmente non lo conosceva), in un contesto di documentare il vissuto di un mondo di diseredati nel quale egli stesso era stato protagonista, il Trigari. E soprattutto, è da tenere nel debito conto anche la distanza temporale che separa i due componimenti. Anzi, proprio per la distanza di più o meno un secolo e mezzo del vissuto dei due autori, il Trigari ha avuto la possibilità di lasciarci questa testimonianza. Coevi, data l’appartenenza al proprio strato sociale, sicuramente il Trigari non avrebbe avuto la possibilità di scrivere: sia per la mancata scolarizza-zione, sia per le censure ecclesiastiche sulla espressione della parola. Qui emergono chiare le possibilità che possono avere avuto i due autori: infinite da un punto di vista della conoscenza e delle possibilità il cólto; con quel poco che ha potuto rubare di istruzione dalla vita, il contadino... e questo già quasi alla fine del XX secolo. Se ne vedono la differenza nei contenuti, nei compo-nimenti, nei riferimenti e nelle due diverse funzioni: di letizia l’una, di testimonianza l’altra.

        Si copia l’opera del Mezzofanti; si inserisce f. t. quella del Trigari, con traduzione e note a fine capitolo.

Card.  Giuseppe  Gaspare  Mezzofanti  BO  1774 – 1184

 

 

 

 

 

Viste le zirudèlle e le loro molteplici sfaccettature, soprattutto di contenuti e di funzioni, osservandone la struttura ci s’accorge che inizia sempre con la parola: zirudæla; e zirudæla è anche l’ultima, che chiude il componimento. Tra l’inizio e la fine è contenuto tutto ciò che l’autore vuole comunicare, far sapere, demolire satiricamente (a volte con poche taglienti parole), lodare, mordere, mettere in croce, ecc. E poiché l’ultima parola ripete la prima, dimostra un saldato ritorno all’inizio, formando idealmente un cerchio, una rotella, in dialetto rudæla, appunto; la quale racchiude l’argo-mento: di presa in giro, feroce, dilettevole, satirico, critico, di denuncia, documentale…

        Altre informazioni che questa parola dà sono il contenuto e la funzione della  zirudèlla (anche zerudèlla... che sono il soggetto e al tirêr só (lett. il tirare su, – prendere in giro – nel significato dell’idioma) qualcuno o qualcosa. Da tener presente che in dialetto, nelle campagne, “prendere in giro”, si usava anche il termine tundær (tondare, rendere rotondo, arrotondare); quindi camminare, andare, girare... in tondo, ruotare. Tundær significa anche circuire; e pure arrotondare qualcosa, unghie alle bestie bovine comprese. La zirudèlla, nel contado, era anche un modo per fare satira mordace su determinate situazioni, avvenimenti e le loro cause, persone, poteri... per questi ultimi rimanevano anonime e occultate, come rimanevano anonimi e occultati nell’ambito delle categorie più povere un certo parlare, e certe frasi che potevano disturbare qualche interesse o qualcuno, quindi compromettere.

        Tutto sommato, la zirudèlla era, e può ancora essere, uno degli strumenti più validi ed efficaci pure per fare politica, per manifestare (come nei treppi) un vivere, un sapere, un comportamento collettivo sotterraneo, nascosto ai poteri a tutti i livelli (come avviene eccezionalmente ancora oggi per un museo della bassa, per qualche castroneria codificata in passato: tipo l’incannatoio – v. parte II, cap. III, pag. 193-4 –). Non a caso il potere ecclesistico condannava questi accadimenti come diabolici. E la condanna per questi raduni avveniva verosimilmente perché il potere temporale della chiesa non riusciva ad entrarvi (salvo, forse, in confessione), quindi non avendone il controllo tentava di contrastarlo minacciando l’inferno.

        Anche animare e lasciare anonime senza propalarle certe comunicazioni e certo vissuto oltre l’ambiente che era la somma delle proprie conoscenze (in zirudèlla o in altre forme), le/i si possono  benissimo leggere (oltre che come difesa dai soprusi) come testimonianza di quella plurisecolare incomunicabilità fra due mondi diversi e in qualche modo opposti: timore, per i più deboli, di ritorsioni, rivalse, ecc. di cui a un prossimo capitolo; disinteresse dei quartieri alti della scala sociale (tranne la chiesa), salvo quando poteva pungere o disturbare i sonni o la quiete di qualcuno.

 

 

Quî  ch’  cuntêvan  la  partîde  e  i  cæš  (lett. coloro che raccontavano la  partita  e  i  casi)

 

        Per partita si intendeva un fatto, una situazione, un avvenimento, praticamente qualsiasi cosa potesse accadere o fosse accaduta, di portata enorme oppure giù giù fino all’insignificante. I casi erano fatterelli di poco conto che, a volte, erano raccontati come intermezzi fra un argomento e l’altro un po’ da tutti gli intrattenitori anche se non sempre, ma quelli della partita li avevano nel proprio repertorio.

        Come esempio del poteva essere una partita prendiamo un fatto vero, capitato a Pompeo Gandolfi, portaordini al fronte durante la guerra 1915-18 (v. pag. 58). Il proprio compito era di portare ordini dal comando ai reparti combattenti nelle prime linee, e riportarne i rispettivi rapporti al comando. Un giorno, nell’eseguire gli ordini ricevuti, nonostante gli accorgimenti e le precauzioni prese per non farsi notare dagli austriaci (si trovava nei pressi della prima linea, allo scoperto), questi lo videro e j tachénn a sparærum adôs da tótti al pært, ch’ al parêve al dé dal giudézzi! (incominciarono a spararmi addosso da tutte le parti, che pareva il giorno del giudizio!). Quando, scherzando, gli veniva chiesto di raccontare quel fatto, rispondeva: öhhh!... quàlla la fó una partîde schécce! (öhhh!... quella fu una partita [?]). Il vocabolo schécce è il femminile di schécc (camuso) ma indica anche, sia al maschile, sia al femminile, fatti, situazioni ingarbugliate, che in genere erano (il senso esiste ancora) di difficile risoluzione, se non impossibile.

        Un’altra partita, raccontata per fatto vero, fu una disatrosa grandinata nella bassa bolognese, che portò via tutto il raccolto dell’uva, rovinò la vite e parte della canapa dei poderi rimasta stesa ad asciugare, spagliandola per ogni dove... questa la partita. Un “contadino” rovinato dall’evento, che aveva in casa un crocifisso con la croce alta come un uomo, al ciapé al crest (prese il crocifisso) e, portandolo in giro per il podere, mostrandogli il disastro, ogni tanto si fermava e gli chiedeva: æ-t vésst cuss t æ fât?... ciâpa mò! (hai visto cos’hai fatto?... prendi mò!) e lo sbatteva contro la vite rovinata o contro un albero della piantata; altra camminata e ripetizione del rito con sbattuta del crocifisso, fino a distruggerlo completamente. La morale era: siccome tutto ciò che succede a questo mondo avviene per volontà di Cristo, e siccome Cristo ha distrutto il raccolto e rovinato vite e canapa, io distruggo Cristo in quanto colpevole della rovina... Così impara!  E fu così che il parroco perdé un fedele.

        Altra partita raccontata nei treppi era quella detta dei fichi: si raccontava di un “contadino”,  un tantino avaro, il quale aveva nella propria cörte alberi di fichi e ci teneva a che nessuno glieli rubasse. Un gruppetto di giovani buontemponi pensarono di fargli uno scherzo (forse per farsene una scorpacciata) e lo realizzarono in questo modo: alla stagione dei fichi maturi, una notte buia il contadino udì schiamazzi, urla, confusione nella cörte, si alzò dal letto e corse a vedere cosa stesse succedendo. Uscì e camminando per la propria ficaia, trovò silenzio e nessuna persona ma, improv-visamente, s’imbatté in un enorme fantasma, alto più di due metri e largo parecchio che, con voce cavernosa lo apostrofò:

 

                                                       … nei tempi antichi

                                                        erano nostri questi fichi,

                                                        e ora che siamo morti

                                                        passegiam pei nostri orti!…

 

Il contadino, a quella vista, a j veñs un còulp ch’al mûrs lé! (gli venne un colpo che morì lì). Questa la partita. Il commento: le urla e gli schiamazzi che il contadino aveva udito erano una mossa per farlo alzare dal letto; una volta venuto tra i suoi alberi di fichi, i ragazzi si ritirarono e rimaneva il fantasma; il quale altro non erano che due giovani (uno a cavallucio –con le braccia aperte e un lenzuolo addosso lungo fino a terra– dell’altro, che lo reggeva, tenendo un lume in mano, fuori dal lenzuolo, e uno dei due aveva una voce da basso. Questi versi in lingua e rimati lasciano intuire più a una furbata di persone alfabetizzate e non più tanto povere, che ad una pensata da analfabeti; i poveri non parlavano in lingua e i loro eventuali furtarelli per fame, li facevano di nascosto. Nei treppi, normalmente, i racconti, avevano sempre come incipit, un qualcosa di accaduto come il ru-bare frutta... ma qui, il fatto, lascia pensare non sia vero anche se veniva venduto per tale.

        Ma partita poteva anche essere cosa di poco conto, come qualcuno che inciampa e cade, che poteva essere anche un caso (il confine fra la partita e il caso era molto elastico). Quella sarebbe stata ’na partîde da pöch (una partita da poco).

        La partita poteva essere più o meno importante, più o meno interessante o accattivante a seconda della conoscenza del contesto e/o dell’aggettivo col quale si accompagnava. Qui la gamma delle partite che venivano raccontate era infinita. Poteva andare dal figlio di Zanàtt, ch’ l’ îre carpæ in t al nâsar  (Giovannetto o Giannetto, che era crepato nel nascere –era femmina–); al raccontare storie vere o inventate, che spaziavano a tutto campo da Coloforo Cristombo (gioco sul nome di Cristoforo Colombo); a fatti del vangelo; a Lucrezia Borgia (specie nella zona del bentivogliese, dove Lucrezia fece tappa quando andò a Ferrara per vivere col marito Alfonso I D’Este); alla vita dei giovani durante il servizio militare (e qui poteva succedere che il giovane avesse aperto un po’ gli occhi e si potesse mettere a brontolare per lo sfruttamento del padrone, mettendo nei guai la famiglia se il brontolamento fosse giunto alle orecchie della proprietà); alla visita pastorale dell’Arcivescovo; o a Tizio che faceva il filo alla figlia di Caio, ecc.

        Le partite erano raccontate secondo la fantasia del raccontatore (che in genere aveva capacità fabulatorie) e del luogo dove si trovava: se era ospite di una famiglia con fede religiosa (anche se i treppi erano osteggiati dalla chiesa) usava un occhio di riguardo rispetto alla fede e alla religione; se la famiglia fosse stata stimolata da idee risorgimentali e/o – successivamente – socialistiche, si sarebbe spostato più sul sociale e magari qualche rivendicazione sindacale e così via. Cosa che facevano buona parte degli intrattenitori, anche se non tutti; esisteva pure qualche idealista che accettava solo determinati ambienti, famiglie, luoghi, compagnie... sfidando il rischio di essere segnalato o schedato. Lo stesso discorso vale a fattori invertiti: veniva invitato o richiesto un certo tipo di intrattenitore rispetto ad un altro, e le ragioni potevano essere tantissime. Non si è saputo di treppi dove si parlasse di politica o di partitismo in senso stretto. D'altronde la scarsa o nulla acculturazione, verosimilmente, non permetteva un’evoluzione dei discorsi molto elevata; con ogni probabilità i discorsi politici veri e propri fecero la loro comparsa fra i ceti meno abbienti quando il sindacato prima, poi i partiti, arrivarono a loro e dettero inizio all’opera di politicizzazione. Per quanto si sia riusciti a saperne, i contenuti e i discorsi politici e/o partitistici, nonché sindacali, avvenivano in riunioni appositamente organizzate; anche se non si esclude, qualcosa di politico, nei treppi, nell’8-900, possa esservi stato... pur se una riunione di partito o di sindacato, già di per sé poteva, formalmente, essere un treppo.

 

        I casi potevano essere infiniti, veri o immaginari;  es. Tizio cadde dalla bicicletta, il caso volle che in quel momento passasse Caio e... ci si costruiva sopra se non un romanzo, una lunga chiac-chierata, motti di spirito, come più o meno quasi sempre si faceva; in forma scherzosa: attento nel-l’andare a casa, potrebbe darsi il caso di trovare tua moglie a letto con un altro; un caso realmente accaduto fu la fantæšme (il fantasma, in dialetto al femminile). In autunno, in una notte di luna, un contadino (di cui si diceva il cognome ma sfuggito dalla memoria di chi scrive), ultimo di una fila di carri agricoli che andavano alla valle a caricare strame, mentre seduto sul davanti della barella dell’ultimo carro agricolo stava sonnecchiando, fu richiamato alla realtà da uno schiocco di frusta da quello che lo precedeva. Si svegliò e chiese:

 

-  Cussa j é?

-  T æ la fantæšme! 

-  Àh?

-  T æ la fantæšme!!!

-  Indóvv?

-  A sêdr ed drî da té, invàtte al câr!

-  A sé?!(13 bis)

 

...udì un rimestare di catene, si voltò, vide una massa informe coperta da un lenzuolo bianco e un lume acceso, prese al parpagnàñ (frusta a tortiglione molto flessibile con base del manico molto robusto) lo capovolse e cominciò a menare colpi sul lenzuolo. Il fantasma (che non s’aspettava una simile reazione), lasciò cadere il lume e scappò urlando a gambe levate. Si seppe poi che il malcapi-tato altri non era che il campanaro della parrocchia che stavano attraversando, il quale, su richiesta del parroco e dietro compenso di uno scudo d’argento, si era assunto il compito di spaventare i contadini. Qui il caso fu: quel contadino, quella notte, si trovò ultimo della fila dei carri e il fantasma toccò proprio a lui... Nelle campagne, data la secolare coltivazione dell’ignoranza, l’indigenza, le superstizioni, i pregiudizi, in cui vivevano le popolazioni, la fantæšme, nei racconti dei treppi, compariva spesso.

 

 

 Arlichéñ  e  Puricinæle  (Arlecchini  e  Puricinella)

 

        Gli  arlichéñ  erano i collaboratori del massaro ma, a volte facevano anche da intrattenitori in proprio. Si dirà più avanti quando si dirà del massaro, dal quale, a volte, in caso di necessità, l’arlichéñ veniva sostituito.

        I puricinæle erano giovani principianti, alle prime armi; giovani che a volte chiedevano di collaborare col massaro solo per avere la scusa di poter partecipare a qualche festa o intratteni-mento, altrimenti sarebbero stati esclusi.

        Poiché sui treppi e sugli intrattenimenti di qualsiasi genere, sia nelle case, stalle o in altri luoghi, piazze comprese, le notizie documentali sono molto scarse, ci avvarremo del lavoro del Broccoli; che ebbe, durante le proprie ricerche, tramite i propri contatti e referenti, la fortuna di incontrare e conoscere i figli del massaro Carlo Brighetti, i quali gli fecero dono di tutto il materiale del padre, felici che non andasse perduto. Di questo materiale ne fece oggetto di attente valutazioni, riscontri, studio approfondito, confronto e comparazioni con quanto era noto. Poi, sapendo egli della passionaccia per il teatro di chi scrive, lo fece suo collaboratore e si incominciò un lavoro di analisi insieme. Questo materiale si rivelò subito un prezioso spaccato sul vissuto extralavoro delle popolazioni, dove il lavoro e la vita dell’ambiente però ne erano sempre il riferimento. Ed era una fonte pressoché inesauribile di informazioni sugli avvenimenti, soprattutto sul loro contesto, che dava la possibilità di verificare e riscontrare l’oggettività o meno dei fatti. Ma per leggerlo nella sua veridicità è necessario conoscere il che cosa (lasciandolo nel tempo e nel luogo) tutto questo vissuto fosse, da chi, quando, come, dove, perché, ecc.

        Al riguardo, per le ricerche effettuate, le esperienze personali, per la mole delle ricerche effettuate dal Broccoli, studiando il materiale del Brighetti, la conoscenza da parte del Broccoli stesso degli ultimi massari e da lui intervistati:  a j ò cgnusó (li ho conosciuti) come amava dire; si ritiene opportuno descrivere quanto segue partendo proprio dall’opuscolo da lui scritto a proposito dell’andare a treppo.

 

        La distanza condizionava la vita comunitaria anche nelle festività, perché sia chi andava a lavorare lontano, sia i contadini, che erano la maggioranza, non si sognavano nemmeno di scarpinare tutto quel po’ po’ di strada per andare a divagarsi.

 

        Parla di piccole località come Rigosa, Lavino di Mezzo, Sacerno, Longara, Lippo, Bertalìa, Trebbo di Reno, Sant’Anna, ecc. e di una distanza di sette chilometri, da percorrere d’inverno, a piedi, quando

 

le notti sono lunghe come la messa cantata, si moriva di noia in quelle località dimenticate da Dio e dagli uomini.

        Dove l’unico ritrovo era l’osteria. Per il resto non c’era carnevale. Se desideravano andare a vederlo  dovevano andare a Bologna, o nei comuni dove lo facevano; non c’era una di quelle fiere-mercato con i baracconi dei giochi che attiravano un sacco di gente; mancavano anche quelle feste paesane con l’albero della cuccagna e tanti altri giochi divertenti.

        In quei romitori e nidi di topi non succedeva mai nulla e le uniche distrazioni invernali in voga erano  La Fléppa, i treppi e le feste da ballo. Tutti incontri ad invito che venivano organizzati in case private e toccavano solo una parte dei residenti.

 

 

Al  massær  (il massaro)

 

        Per introdurre il discorso del massaro partiamo da una situazione oggettiva di disagio e di condizioni misere. Il Broccoli, parlando al presente, su questo argomento:

 

        I giovani scalpitano. Vanno a bussare alle porte delle case e delle stalle dove un gruppo di gente si è riunita in serena armonia, e con una faccia sulla quale ci si maccherebbe il carburo chiedono di entrare.

        C’è chi li accoglie ma la maggioranza li respinge e ciò alimenta gelosie e rivalità.

        Ci sono giovani invece che capiscono la realtà in cui vivono e capiscono anche che se non si muovono loro per fare qualcosa che li aiuti ad uscire da quella situazione, nessuno al mondo lo avrebbe fatto.

        Questo è poco ma sicuro.

        Quindi se ci riescono  ban cum ban (bene con bene) come dice una loro colorita espressione, diversamente nessuno sarebbe morto.

        Convinti di ciò avvicinano il “Massèr”.

        E per quali ragioni con tanto posto come c’è al mondo, andare a sbattere la testa dal Massaro?  Perché è un personaggio nato con il dono di natura dell’ improvvisazione e della rima, e con la sua vena creativa si diverte a mettere in burla fatti e fatterelli della comunità

        Storielle che poi andrà a raccontare -invitato al riguardo-, ai pranzi di nozze, ai battesimi, ai trebbi, alle feste da ballo.

        Dove tiene pallino, ha sempre l’ultima da raccontare, perciò quando si festeggia qualcosa o qualcuno non manca mai. Ma oltre a essere disinvolto e a tener viva l’allegria è amato e rispettato perché è anche un paciere, uno che cerca di smussare gli angoli quando gli uomini fanno discorsi tra la meliga.

        Bene, a quell’uomo i giovani chiedono di usare la sua influenza e la sua voce autorevole a pro di quei ragazzi dalla ghigna dura e dalla bussata facile. Il Massèr non solo si prende a cuore il problema, ma si fa interprete delle esigenze dei giovani, sposa la loro causa, e insieme studiano il modo di uscire tutti da quella situazione di isolamento.

        È un uomo che proprio per le sue doti è in anticipo sui tempi di un secolo. Infatti ha del vissuto alle spalle perché il saper leggere e scrivere lo spinge a conoscere altri paesi con costumi e usanze diverse, e a prendere contatto con altri “Massèr”, con i quali scambia esperienze e storielle.

        “Vi prego di restituirmelo appena avrete copiato tutto”; è una nota che il “Massèr” Cesare Villani ha scritto a margine di un suo quaderno. È la conferma  che tra quei personaggi c’è collaborazione, ricerca di nuovi testi che sono necessari per restare sulla cresta dell’onda.

        Allo scopo di aggiornarsi si incontrano anche con i cantastorie che fanno i mercati e non mancano mai in quello di Bologna dove, tra l’altro, bazzicando certe osterie si possono conoscere dei rimatori che per un litro di vino regalano uno “sclébbi” -gran quantità- di loro composizioni.

 

        Sui rapporti con i cantastorie e gli intrattenitori di città bisogna sempre tenere presente la secolare rivalità fra città e contado, dove, in antico, ognuno rimpallava all’altro la colpa del perché le cose andavano male: la città incolpava di ladrocinio i “contadini” (senza distinzioni) perché le merci costavano troppo, e il contado incolpava i cittadini perché rubavano il loro cibo, specie il frumento. Senza rendersi conto, entrambi, di essere i derubati e protagonisti di una guerra tra poveri, con regole stabilite da coloro che, potendo, se le facevano e/o applicavano a proprio uso e consumo; in barba ai codici, alle leggi, ai contratti di lavoro, alle leggi consuetudinarie... Sul piano dell’intrattenimento in senso stretto era vero che c’erano contatti ma, poi, in campagna quelle composizioni venivano selezionate e, quelle scelte, più o meno sempre rielaborate, adattate alle situazioni del contado, ripulite da certa mentalità urbana, specie se c’era puzza di borghesia o astio per gli abitanti dei territori, in quanto nei territori medesimi prevaleva un concetto di vita più comunitaria, più solidaristica rispetto a quella più individualistica di città. Inoltre erano diversi gli ambienti, i contesti, le situazioni, le condizioni, la vita, i riferimenti linguistici, culturali, ecc.

        Tornando al Massaro: il titolo di Massær, per guadagnarselo, doveva essere sul campo in anni di attività. Per questo egli non era mai un uomo giovane; e per essere massaro, doveva essere non tanto conosciuto ma riconosciuto dalla comunità, per le sue abilità (che il Broccoli descrive). Inoltre doveva avere qelle capacità di mediatore, di diplomatico, necessarie, in quanto era lui che aveva il compito di presentarsi alle auorità, ai poteri locali, per la credibilità e serietà della richiesta, quando questa veniva avanzata per un qualsiasi intrattenimento, specie se  pubblico. Per questo il massaro doveva essere persona irreprensibile sul piano morale, godere della stima della comunità, credibile come persona, garante che non sarebbero state dette o fatte cose tali da turbare non solo l’ordine pubblico; ma soprattutto da non offendere o ledere la religione, la morale, le autorità locali e/o i poteri, a qualsiasi livello. In poche parole: poteva dire o fare tutto quello che voleva ma attenzione a che, nel dire e nel fare, non rompesse le scatole a qualcuno. Tanto più che quelle scatole erano solitamente molto fragili.

        Sul massaro, il Broccoli continua:

 

        Anticamente il Massaro o Massaio era colui che provvedeva all’amministrazione di un’azienda agricola o pastorale.

        Ora invece ha il “compito” di amministrare lo svago e la buona armonia della comunità. È un brav’uomo che ama il lavoro e la famiglia e nonstante “quello che prende” come usa dire e che può paragonarsi a quello che prende il “cavaliere”, si impegna lodevolmente per fare bella figura.

        Per riuscirci ha una rete di collaboratori che sono un po’ i suoi allievi e che guida con maestria.  Sono il “tarbarol” -il trebbaiolo- , il “favlèr” -il favolaio-, arlichén -arlecchino-, puricinèla -pulcinella-.

 

        Quello che prende: si intende quale compenso, paga, remunerazione. Il cavaliere, invece, si intende che non becca un centesimo. Quando un qualcosa, un compenso, un credito, un diritto, ecc. non veniva, o non viene concesso, o non viene riconosciuto, ancora oggi, si dice che è andato o saltato in cavalleria.

        Ancora il Broccoli:

 

        Il Massèr sa far bene la sua parte, ma a volte a causa di forza maggiore, deve fare anche quella del “tarbarol”, del “favlèr”, e dell’Arlichén […] La parte del “puricinèla” invece, non la interpreta mai, perché erano quei giovani inesperti, alle prime armi quindi molto timidi e impacciati, che pregavano il Massèr di accompagnarli come un padre autorevole, per introdurli in una festa da ballo.

        Lui ha sempre degli incarichi e degli impegni ad alto livello, tant’è che arriva persino a recitare con successo negli spettacoli che si fanno dare del Voi, come la “Fleppa” e il “Rogo della vecchia”.

        Ma è talmente immedesimato nella parte che quando recita emerge su tutti e non per limitare il valore degli altri collaboratori, ma perché con il suo talento vivace si colloca sempre in una posizione preminente.

        Un cenno di sfuggita al fenomeno del Massèr e dei suoi collaboratori che vivono e fanno la parte da protagonisti nelle sperdute località periferiche mentre sono degli illustri sconosciuti in città e nei grossi centri della provincia, come Imola, Molinella, Budrio, San Giovanni in Persiceto e via via. Perchè è un retaggio arcaico dei “Dimenticati” e del lento consumarsi della loro vita nella solitudine galattica della campagna, dove avevano gravi problemi di esistenza da risolvere.

        Dalla fame, alle malattie, al fatto che tutti gli rendevano la vita difficile. Così avevano imparato a sbrigarsela da soli e si erano abituati a fare di tutto in casa. Anche i giochi e le distrazioni.

        Infatti i loro sono i passatempi più poveri che si conosca, dove la gente non spendeva niente, ma si divertiva anche il giusto.

        Aveva un grande spirito di adattamento e gli altri “non ci fanno neanche una piva!”, dicevano con orgoglio  pensando a coloro che dentro alle feste con “al scricco”(14) ci sguazzavano come anatre nel macero, e contro i quali re solo per carnevale) nelle case e nelle stalle avevano un loro rito sempre rispettato; mentre nelle esaurivano tutte le parolacce del vocabolario contadino.

        Loro avevano delegato il compito di pensare al Massèr. Di pensare alle feste e ciò che faceva lui in quel senso era sempre ben fatto.

        Ecco le ragioni di quel suo rapporto insolito e profondo con la gente.

 

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