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\\ Home Page : Scritto TREBBI.SanGiorgioDiPiano.Net - Manini Luciano: I “ TREPPI ” (o i trebbi) - Introduzione

I “ TREPPI ” (o trebbi) - Introduzione

Di Luciano Manini (del 09/05/2012 @ 17:39:46, in Parte I - Capitolo unico, linkato 405 volte)

 

P A R T E    P R I M A

C A P I T O L O     U N I C O

 

I Treppi  (o i Trebbi)  

        Poiché il viaggio parte dai Treppi ed è orientato verso l’arrivo ai Treppi stessi, cominciamo col vedere cosa erano, cosa rappresentavano, secondo chi, in quali luoghi si materializzavano...

        Erano incontri che avvenivano per lo più nelle stalle (dove gli animali bovini fornivano il calore e altro), ma anche in altri luoghi, quali logge con un minimo di riscaldamento, soprattutto indiretto, ampie cucine... ma sempre in luoghi privati, i cui protagonisti e spettatori erano le fami-glie e le persone non abbienti, soprattutto in inverno, per carnevale. Questo secondo i chi parteci-panti. Per gli altri chi si veda più avanti.

        Ovviamente si parlerà dei treppi conosciuti e vissuti, e non quelli bibliografici, dei quali dice anche la Casali nelle proprie opere, informando che già esistevano almeno nel XVII secolo; erano condannati dalla chiesa (un altro chi), per la quale erano incontri diabolici; non erano neppure ben visti da altri poteri (altri chi), che li tolleravano, purché non disturbassero. Fin dal loro sorgere (verosimilmente con la controriforma, ma il Frazer ne fa menzione di esistenza già dalla metà del ’500) e nei secoli successivi, se nell’arrivare al secolo di cui a questo scritto erano ancora discuti-bilmente tollerati dai poteri, e avevano come contropartita il non dover disturbare né maggiorenti locali, né poteri di ogni genere, a ogni livello, locale e/o generale.

        I treppi potrebbero, oggi, interessare la drammaturgia, l’antropologia teatrale, la semiologia o altra branca del sapere dello spettacolo, oltre a quello sociologico, o anche altro?... Come il D.M.S. si potrebbe ritenere, in quanto tema, un interesse. Motivo per cui si parlerà di cose vissute ma non documentate, forme di teatro sconosciute, appunto. La ragione di questa scelta, però, è senz’altro chiara: quello che si intende testimoniare su questo argomento non sarà secondo teorie degli studi dei più accreditati studiosi, coevi ai fatti, epigoni, o secondo quelli odierni, quali Erving Gof-fman(2), come suggerito a chi scrive.             

        Per quello che qui riguarda, si intende solo rendere testimonianza di fatti, di rappresentazioni di un vissuto, del quale facevano parte oggettivamente anche forme embrionali di teatro, parateatro (anche secondo il concetto di Teatro di Jerzy Grotowski –Per un teatro povero, 1970– ma visto da ottica diversa; in quanto diverse le situazioni, le condizioni, i luoghi...) o sicuramente teatro, se il contenuto e il concetto di teatro nelle lezioni del Prof. Lorenzo Tian sulla storia del teatro all’Uni-versità di Bologna hanno (come sicuramente avranno) un fondamento: “il teatro è già presente quando una persona dice, comunica, racconta... e un’altra ascolta”. Il teatro è questo incontro (anche dell’attore con se stesso e/o col regista –Grotowski–) ci conferma pure Yves Lebreton nelle proprie lezioni. Se questi sono i concetti, non c’è dubbio che anche i treppi siano stati teatro, in forme diverse, ma sconosciute ai più, specie alle istituzioni. Ebbene, su questo concetto di teatro, si intende testimoniare; e non può essservi dubbio che gli avvenimenti dei quali si dirà rientrino in questi parametri. Teatro inteso nel senso più ampio del termine, nei limiti del possibile documen-tato, sulla falsariga del sapere di quelle genti di campagna, disgraziata, depredata e analfabeta, che poteva agire e parlare (quando veniva loro concesso) solo di quello che poteva conoscere (oltre a tutte le componenti del capestro delle proprie condizioni di lavoro e di vita, che erano anche oggetto delle loro rappresentazioni, in varie forme e sfaccettature, compresa quella autoironica), tramandato a memoria di generazione in generazione. Rappresentazioni effettuate da cervelli sopravvissuti all’indigenza, alla tisi, alla pellagra, alla malaria... che potevano allargare, con la loro fantasia, pren-dendo spunto dalle favole e dai racconti di fatti, veri, presunti o falsi che fossero; raccontati da svariati tipi di intrattenitori, sui più eterogenei argomenti. Rappresentazioni qualche volta fini a se stesse ma il più di esse con più o meno sostanziosi contenuti morali, di prote-sta, di denuncia, ecc.; dipendeva da chi le organizzava, dove, dalle situazioni, da chi vi partecipava, e tant’altre circo-stanze ancora ma, generalmente, sempre in forma chiusa in se stessa, in modo da poter dire fra loro quello che non dicevano in presenza di estranei e ancora meno in pubblico. Conoscere i contenuti dei treppi fuori da questo ambito disturbavano, e le ritorsioni potevano essere sempre in agguato, specie, nei secoli andati, per mano dei tribunali ecclesiatici. Non per nulla la chiesa aveva scagliato loro l’anatema.

        Raccontare oggi questi fatti secondo i dettami istituzionali, non sarebbe la prima volta che si potrebbero generare incongruenze fra risultati dettati dalle teorie intellettuali, accademiche esperite, e l’oggettività dei fatti vissuti; le/i quali darebbero ai protagonisti di quei fatti medesimi, il pretesto per ricamarvi sopra e sorridere, se non ridere per gli svarioni.

        Prima di entrare nel vivo dell’argomento si prenda atto che quegl’incontri, quei treppi, quegli spettacoli che più poveri non potevano essere per quella gente emarginata, e analfabeta per non scolarizzazione o di ritorno; spettacoli che non ubbidivano a regole intellettuali ma a regole proprie, del loro mondo. Gli studiosi (quei pochi), quando li hanno studiati e trattati,  non sempre e non tutti li hanno capiti; motivo per cui i risultati, qualche volta, ai protagonisti dei fatti, sono apparsi incom-patibili (letti nei loro codice lo sono) con l’oggettività dei fatti stessi da essi vissuti. Non tutti però: alcuni hanno ricercato e studiato con impegno, se ne sono accorti, e descrivono questi accadimenti con una certa oggettiva corrispondenza; pur dovendo tener conto dell’intellettualità dello studioso, e del vissuto delle categorie sociali “ignoranti”... (fermo restando il significato del vocabolo) dei qua-li Benedetto Croce(3), parlando della poesia popolare, dice:

 

… è noto che gran parte della poesia popolare si deve a letterati o semiletterati, e assai poca a popolani ignoranti, di un’ignoranza circa la quale poi ci sarebbe molto da ridire e distinguere.

 

...e, nelle opere del Camporesi e della Casali (nel comprendonio di chi qui scrive, per opere di questo alto valore) questo concetto emerge chiaro. Autore e autrice hanno centrato l’oggettività dei fatti, e con essa una chiara chiave di lettura delle culture subalterne. Per questa ragione, nel dovere di tenerne conto, nel rispetto della loro alta statura intellettuale, ce se ne avvarrà quale loro contri-buto per esprimere, con le loro parole, i concetti di chi scrive, le comparazioni con altri autori, con le testimonianze raccolte sul campo.

        Così la Casali:

 

        Nelle società senza scrittura la tradizione culturale è affidata alle tecniche, in parte elaborate, in parte spontanee, della trasmissione orale. Anche se gli schemi ritmici, i tipi formalizzati di discorso, gli artifici mnemonici e le formule recitative agiscono da fattori di conservazione, la cultura orale è comunque soggetta ad un incessante e naturale processo di eliminazione e di rinnovamento, dovuti all’opera mediatrice esercitata dalla memoria individuale, la quale tiene in vita gli aspetti della tradizione che svolgono ancora una funzione sociale e trasforma o lascia cadere tutti gli altri. Il passaggio da società analfabete a società alfabetizzate (dove la scrittura viene ad aggiungersi e non a sostituirsi all’oralità) produce modificazioni delle abitudini mentali ed origina all’interno dei vari gruppi sociali ulteriori differenziazioni culturali. Così gran parte della cultura scritta, nella società occidentale alfabetizzata, viene riservata a gruppi elitari interessati a creare e a conservare un netto distacco dalla cultura orale delle classi popolari. La scrittura finisce quindi per caratterizzare la tradizione dotta e l’oralità quella popolare. Sul piano strettamente letterario, ad esempio, la produzione colta si regola sulla parole ed ha una sua esistenza concreta nel testo scritto; quella folclorica si basa sulla langue, è extrapersonale ed è costituita da un insieme di elementi che vengono trasmessi oralmente. Se un’opera scritta si conserva per secoli e può essere tanto dimenticata quanto riesumata, un testo folclorico rimane in vita solo perché continua ad essere riprodotto e ricreato. In caso contrario esso viene lasciato cadere dalla tradizione orale e solo accidentalmente è riattualizzato. Le regole e i processi inconsci dei complessi e affascinanti fenomeni della creazione letteraria popolare e della trasmissione orale, vengono in parte posti in luce dalle ricerche svolte da Vladimir Propp…

 

...e nei treppi, nelle stalle, nelle logge, succedeva più o meno questo, pur se in modo inconscio per i protagonisti. E per entrare in argomento si dà il via al parlare di questa cultura folclorica, [...] extrapersonale, [...] costituita da un insieme di elementi che vengono trasmessi oralmente, da quel  processo di eliminazione e di rinnovamento, dovuti all’opera mediatrice esercitata della memoria individuale... Incominciando con il

 

 

Parlare  di  <treppi>

 

        E appare subito che, proprio perché costituita da un insieme di elementi e dall’oralità, è cosa alquanto ardua. Il primo ostacolo è l’oralità stessa imposta dall’analfabetismo, che non ha permesso quelle modificazioni delle abitudini mentali, che avrebbero permesso un avvicinamento al pensiero alfabetizzato. Quindi: senza conoscenza del linguaggio, scarse o nulle possibilità di entrare in quel mondo che con quel linguaggio si esprimeva! E questa è la piattaforma della quale è indispensabile tener conto, e dalla quale è necessario partire: l’incontestabile fatto che gran parte della cultura scritta, [...] viene riservata a gruppi elitari interessati a creare e a conservare un netto distacco dalla cultura orale delle classi popolari. È un fatto. E i treppi, essendo avvenimenti a totale appannaggio degli ambienti e degli strati poveri della popolazione, lo testimoniano. Erano il contenuto del loro stare insieme, vite vissute a parte (ammesso che di vita si potesse e si possa parlare), nell’isolamento, e comunicanti solo oralmente. Questa la base dalla quale è d’obbligo partire. Che cosa erano i treppi, a che cosa servivano?... che cosa si intendeva e che cosa si intende ancora oggi per treppo, e secondo chi?... al di là delle risposte, anche fantasiose e/o astratte, che queste domande possono indurre; la risposta, tenuto conto di quanto sopra, è: erano raduni, incontri, adunanze fra persone, che avvenivano nelle stalle e non solo, ma sempre e solo nelle campagne, in collina e in montagna. Servivano come incontri per stare insieme, e insieme scambiarsi i propri saperi per imparare cose nuove da altri, qualunque fosse il tipo d’incontro. Dalla parte sud di Bologna, nella collina e nella montagna dicevano, probabil-mente a seconda delle zone, vàja o vèja (veglia), che in campagna vi era chi la scambiava con végglie (vigilia); nel ferrarese erano detti filò; e per tutti erano il divertimento, la scuola, l’Università, anche e soprattutto per il sapere pragmatico, tutto materiale delle comunità.

        Di questi incontri se ne verificavano in forme diverse, di diversi tipi, e per diversi scopi... a seconda degli strati sociali e delle stalle o altri luoghi nei quali avvenivano, ma sempre ritrovi di persone appartenenti alle categorie sociali più basse delle comunità, che potevano risalire al massimo fino ai piccoli proprietari. I quali, come i contadini e gli affittuari accettavano, d’inverno, per la legge delle antiche costumanze, coloro che avevano bisogno, nella propria stalla; anche se è da tenere presente che i treppi dei piccoli proprietari difficilmente avevano gli stessi contenuti di quelli delle classi più umili: esisteva già in loro il radicato concetto della proprietà, del possesso. All’infuori dei raduni nelle stalle per necessità, dovuti ad un freddo in altro modo non combattibile, molto difficilmente si mischiavano le categorie sociali. E quando nelle manifestazioni pubbliche, feste, ecc. avvenivano incontri fra categorie di diversa estrazione sociale, le più umili avevano l’accortezza di non urtare la sensibilità di chiunque degli astanti. Quindi, pur essendo anche questi incontri da annoverare fra i treppi, erano di tipo diverso. Entrare nelle riunioni delle classi superiori al piccolo proprietario (compreso) si sarebbe dovuto entrare in un tipo di ritrovo, in ambiente, anche teatrale, ma con contenuti diversi e, verosimilmente se non sicuramente, con funzioni diverse. Sarebbe stato un treppo, un intrattenimento fra persone diverse, per scopi diversi, per genti i cui strati sociali non volevano mischiarsi con la plebecontadina”... e agli occhi dei meno abbienti, forse, non sarebbero neppure stati riconosciuti come treppi.

       

        Per treppi, e questo anche in città, si intendevano altresì le confluenze di persone che si adunavano attorno ad un cantastorie o contastorie in una piazza, in un angolo di strada, in uno slargo... per ascoltarlo. Tipico era ed è tutt’ora il treppo del cantastorie classico; vocabolo così definito pure dai cantastorie stessi. Naturalmente bisogna tener presente le inevitabili diversità di tempo, di spazio e di riferimento dei contenuti. Inoltre vanno tenuti presenti i diversi sensi e significati culturali, linguistici, dialettofoni... le diverse condizioni di vita, di lavoro, di ambiente, sociali, economiche, religiose... quelle ideologiche o politiche (se ne avevano) non s’è trovato indizio che possa far pensare siano venute alla luce; anche se si sa che in quegl’incontri sono nate idee risorgimentali, di rivendicazioni sociali, verosimilmente maturate nella seconda metà dell’800.

        Una delle difficoltà (sotto l’aspetto letterario) nel parlare di questo argomento è oggi la scarsità di notizie documentate. Il Broccoli e chi scrive, avendone vissuto dall’interno gli ultimi lustri, e avendone fatto ricerche sul campo per decenni; nonché avendo pure parlato con i partecipanti, con i protagonisti (i massari) delle serate e/o loro discendenti (dei treppi e del vissuto del mondo che li generava), possono avere qualche informazione in più e più attendibile, dovuta a tre principali fattori: 1) – il dominio di re analfabeta e il dominio dell’oralità, incontrastati o quasi, dappertutto; quindi bisognava e bisogna entrarvi con la conoscenza di quegli strumenti che erano e sono il loro linguaggio, e gli elementi che il linguaggio stesso fa emergere dal dimenticatoio dell’istituzione,  per capire di cosa si tratta;  2) – la padronanza del linguaggio stesso e relativa conoscenza dei riferimenti che esso aveva, ed ha, che permette l’appropriazione dei contenuti e delle funzioni di quegli accadimenti; 3) – (più importante) reticenze e/o rifiuto dei protagonisti a scrivere le cose che si facevano e si dicevano, per non incorrere in qualche inghippo con i rappresentanti del potere locale (civile, ordine pubblico, ecclesiastico...); quindi si preferiva memorizzare e/o rivolgersi al Massaro(4). Il sapere all’infuori degli addetti di certi argomenti trattati, sarebbe stato facile, quanto meno, essere tenuti d’occhio. Qualche volta poteva succedere di esserlo anche per averle solo dette le cose che non si scrivevano ma, poiché verbo volant lo si poteva contestare, anche se con le autorità locali, generalmente, i casi erano sempre e solo due: o avevano ragione le autorità, o avevano torto gli altri. Si perdoni l’ironi dellaa battuta ma essendo questa la situazione da sempre, era anche e soprattutto per questo che non si scriveva e ci si rivolgeva, a volte, al massaro. Dipendeva dagli argomenti trattati, dall’appartenenza agli strati so-ciali dei partecipanti, dai luoghi dove avvenivano gl’incontri, dalle idee politiche dei partecipanti stessi (se erano note); se vi era qualche presenza forestiera, se questa era o non era stata presentata, se questa presenza era affidabile o meno... Ai poteri locali, anche dopo l’unità d’Italia, poiché erano rimasti più o meno i rappresentanti di prima e relitive mentalità, stando a quanto raccolto nelle ricerche, si può dire fosse rimasto il vecchio vizio del sospetto, tipo “timore della carboneria mazziniana”. E con esso vizio rimaneva anche il fatto di dover rendere conto alle autorità di tutto ciò che si faceva (anche nelle stalle se era intrattenimento annunciato), nelle case private e, soprattutto, nelle piazze, per carnevale e/o altre eventuali feste. Tutto questo, a ben guardare, nel bolognese e nelle Romagne, era l’eredità di tre secoli e mezzo di governo pontificio, e due secoli e mezzo nel ferrarese; nonché altrettanti secoli di amministrazioni legatizie. Nelle altre zone della regione Emilia-Romagna, non risulta esistessero condizioni sociali e umane molto diverse o migliori.

        Ancora negli anni ’50 del secolo scorso, quando i giovani volevano fare quattro salti in compagnia, in casa di qualcuno, bisognava fare la domanda al maresciallo dei CC.; si individuava la persona più credibile della compagnia, questa faceva la domanda in carta bollata, dichiarando, sotto la propria responsabilità, che la tal sera in casa della famiglia... in località..., ecc. si faceva una serata con ballo, e così via; in quanto presupponeva una spesa e, data la scarsità di mezzi, era un deterrente, specie se nella decisione per la concessione del permesso c’era – molto spesso anche forte – l’ombra del dominio parrocchiale: apoditticamente esperito anche da chi scrive... e la si presentava in caserma dei CC. Poiché era obbligatorio farlo, il non farlo poteva sempre esserci qualcuno (invidioso) che poteva fare la spia e allora erano guai, perché (anche a permesso concesso) a volte i CC. passavano per controllo e ci si poteva giocare la credibilità. Queste feste si facevano in genere solo per carnevale ed erano limitate a gruppi o compagnie, detti anche balle, che si trovavano in casa di uno dei loro componenti; pur concedendo, come da antica tradizione, ad altri, conosciuti, il diritto di andare a battere(5): si intende alla porta. A queste feste ogni cavaliere ci andava sempre con una donna: chi era sposato con la moglie; chi era fidanzato in casa con la fidanzata; chi era scapolo doveva procurarsi una ragazza e bisognava seguire l’iter del chiedere al padre di lei se era contento che la tal sera, sua figlia andasse a ballare, come sua dama, in casa di Tizio, ecc.; anche se nei detti anni ’50 c’erano già padri che per convinzione o per non apparire retrogradi rispondevano: t a ’m al dmand a mé? Val ba’ a dmandær a lî! (lo domandi a me? vallo ben a domandare a lei!) ma intanto prendeva atto del dove sarebbe andata la figlia. Questa poteva già essere considerata una forma di treppo, sia pure sui generis... anche se spesso vi era qualcuno che la zirudèlla, fra un ballo e l’altro la recitava, per prendere in giro qualcuno o qualcosa.

 

        Un certo tipo di questi incontri (non per ballare) di persone potevano essere diurni, serali, occasionali o quotidiani; dovuti al ripetersi delle proprie attività giornaliere nel luogo di ritrovo, che solitamente erano le stalle. Nelle quali si intrattenevano (nel contempo, durante il lavoro) raccon-tandosi cose sentite dire, ascoltate e riascoltate in loco o altrove, racconti di film (quei rari visti) già raccontati tante volte, fatterelli, favole, storie vecchie e nuove, partite, casi. Eccezionalmente, ma non durante il lavoro, qualche lettura di giornaletti, di un libro ma, attenzione a quelli clandestini: nel ventennio, Lui (Mussolini), non voleva. Si raccontavano aneddoti, curiosità, ecc. specie fra le donne mentre filavano; non solo per apprendimento o per divertimento (quando c’erano) ma anche per far passare il tempo fra una iñrucæ  (itz. inroccata, arrotolare il gargiolato –gargiolo conciato– in cima alla rocca per filarlo) e l’altra, dalla mattina alla sera, anche dopo cena. Nel perido fra le due guerre mondiali, quasi sempre fino a mezzanotte. Comunque non raccontavano cose di scuola, se non dei bambini, in quanto la stragrande maggioranza della popolazione era analfabeta; se non per non essere mai andata a scuola, lo era di ritorno per non aver più preso in mano (dopo la scuola stessa) qualcosa da leggere. E soprattutto (questa la convinzione) a cosa gli sarebbe servita?... Gli uomini, invece, nelle stalle, erano occupati in attività molto varie (fare panieri di vario tipo, scope, panieroni,  graticcie, sporte, riparazioni di attrezzi e tant’altro ancora). Poiché qualcuno di loro ogni tanto capitava all’osteria, che a quei tempi era altresì una fonte di informazioni, avevano altri argomenti coi quali intrattenersi; spesso politici o sociali, se gli interlocutori erano fidati. Non si intavolava una discussione sulla politica (o creduta tale) o sulle condizioni sociali, di vita, ecc. in presenza di estranei.

        L’andare alla stalla era una secolare abitudine; anzi, quasi un diritto, stabilito dalla tradizione e dalle consuetudini, soprattutto dalle necessità di difendersi dal freddo da una parte, e un dovere (anche se solo morale) concedere per coloro che avevano la stalla, qualunque fosse il proprio stato sociale. Il calore vaccino scaldava tutti, e ognuno si portava addosso la propria dose di odore ureico: la cosiddetta puzza di stalla. Poiché tutti, addosso, l’avevano, nessuno la sentiva, anche se si sapeva.

        Il susseguirsi nei secoli di questi avvenimenti avevano portato a questa costumanza, come tante altre non scritte, ma conosciute e rispettate da tutti. Coloro che avevano necessità di andare alla stalla sapevano che potevano chiederla (usualmente alla famiglia più vicina) e non gli sarebbe stata negata. Veniva chiesta semplicemente, in modo formale. Le famiglie appoderate, in generale, non rifiutavano nessuno. Il motivo per un eventuale rifiuto avrebbe dovuto essere molto grave. In tal caso, la persona interessata, sapendolo, non avrebbe neppure avanzato la richiesta. Poteva succedere, specie con i contadini, dato il loro secolare isolamento (quindi meno acculturati), che qualcuno, per ragioni apparentemente inspiegabili, gli saltasse il ghiribizzo di non volere una determinata persona, adducendo a questa decisione giustificazioni oltre che infondate, ridicole o addirittura comiche; come il non volere nella propria stalla una determinata persona perché la pörte l’arlî  (porta iella) o il non volere una donna perché portava una sottana di un certo colore, o per la forma dei disegni della stoffa con la quale era confezionato il vestito: poteva andarci ma non con quello,  oppure perché mestruata... o un uomo che, per non sporcarsi troppo il risvolto dei calzoni li portava qualche giro arrotolati all’in su, o altre futilità simili. Questi, però, erano casi rari.

        Questi tipi di treppi erano incontri quotidiani e facevano parte del vivere comune delle popola-zioni del contado, di tutti gli inverni. L’ospitalità della stalla, ogni ospite, la ricompensava, poi, in primavera con una giornata di lavoro, detta  l’övre dla stâle (l’opera della stalla), che poteva essere il più delle volte la sarchiatura del grano, probabilmente perché lavoro poco faticoso e tecnicamente poco impegnativo; bastava conoscere le erbe infestanti ed estirparle. Oppure la semina delle patate, o altri lavori di semina di prodotti da rinnovo. Tutto questo non era scritto e non risulta scritto tutt’ora da nessuna parte, ma è certo che era un’usanza secolare e faceva parte di quel rapporto di solidarietà umana (anche per merito di una parte di quei preti di campagna del passato... che mai hanno fatto carriera). Solidarietà che permetteva alle persone povere di esporsi meno al rischio di aggressioni da malattie da freddo, e di morire in numero minore di fame, di freddo, di stenti... Questa era già una forma di treppo che si costituiva naturalmente, senza essere organizzata.

         A volte potevano formarsi compagnie di persone, solo uomini (le donne dovevano filare), che si trasferivano nella stalla dell’uno o dell’altro, in sere concordate ma sempre di qualcuno della compagnia, non tanto per fare treppo (che con soli uomini non era treppo ma un truværas –trovar-si–) ma per giocare a carte. Poteva anche accadere che qualcuno, qualche volta, almeno dalla prima guerra mondiale in poi, portasse qualcosa da pluchêr (piluccare) o da g’gusêr (lett. sgusciare) come castagne bollite (balûs, che, a volte, si italianizzavano per fare dello spirito, e diventavano balôgi), castagne secche, presécch(6) (intr., spicchi di mela seccati nel forno), brustolini (semi di zucchetto o anche di zucca, bolliti e salati)... da consumare in compagnia durante la conversazione o la discussione. Questo, raramente, anche nei treppi.

        Poteva casualmente capitare qualche conoscente che, per qualche motivo, avesse necessità di fare una capatina in uno di questi luoghi, di giorno o di sera, ma sapeva benissimo, se non era tipo antipatico (se non se ne fosse andato subito o quasi), di doversi preparare (oltre alla facezie e alle chiacchiere, alle allusioni...) a rispondere alle domande che gli sarebbero state rivolte sulle novità e sulle ultime notizie. Cosa che faceva di molto buon grado, anzi; spesso l’informazione, la necessità, il bisogno, il favore ecc. da chiedere, erano solo una scusa, un pretesto per stare in compagnia e fare treppo. Il quale, per questa presenza, nel proprio svilupparsi, poteva indirizzarsi verso argomenti con contenuti di tipo diverso dal solito. Dipendeva dal tipo di persona che si presentava e dal come la pensava... se l’avesse pensata in qualche modo.

 

        Treppi di una forma un po’ diversa erano quelli serali che, pure se non organizzati, si sapeva che la sera la famiglia stava nella stalla a lavorare: le donne sicuramente, gli uomini qualche volta potevano anche solo fare conversazione o giocare a carte. Sapendo questo, persone conosciute, e anche famiglie, per la maggior parte bracciantili, molto spesso per risparmiare legna in casa propria, si radunavano nelle stalle per fare treppo. Treppo ancor più appetito se vi erano ragazze... le quali attiravano i giovani, e facevano presa in fretta nei loro cuori di persone viventi in famiglie isolate di campagna. Ma, intendiamoci: solo per fare treppo, per stare in compagnia. Se qualche giovane avesse avuto poi una vaga intenzione di corteggiare una ragazza (per spiegarlo bisognerebbe seguire l’argomento filaréñ, inteso come di una ragazza, non come ), dovremmo trattare l’argomento corteggiamento e non l’argomento treppo. Non è escluso che questo sia potuto succedere, anzi! ma per spiegarlo sarebbe necessario seguire altra valenza di una ipotetica formula chimica (di cui in altra parte) e ci si troverebbe in altro campo, in altro contesto, su altra tessera del puzzle del vissuto (di cui, anche di questo, si dirà in altra parte) che, volendolo sviluppare, ci sarebbe ragione per credere di saltare (col ragionamento) di palo in frasca, pur partendo entrambi gli argomenti, da uno stesso elemento: un incontro.

        Nei treppi gli argomenti della conversazione e le facezie erano innumerevoli ma sempre orien-tati a seconda di chi vi partecipava e nel rispetto delle persone. Se i partecipanti si conoscevano ed erano più o meno idealmente (e/o ideologicamente) sulla stessa lunghezza d’onda, oltre a battute scherzose, spesso si sviluppavano discussioni di un certo contenuto, anche animate, altrimenti, come si diceva, a se c’còrr ed gnìñte (si parla di niente). A volte poteva capitare però che, pur essendo più o meno tutti sulla stessa lunghezza d’onda, i pareri fossero discordi e le discussioni potevano andare anche sopra le righe. Quindi potevano esservi treppi di svariatissimi orientamenti, che andavano da idee di lotta per migliori condizioni di vita e per “l’emancipazione proletaria”, e treppi orientati verso idee fataliste, alla sia fatta la volontà di Dio, o del cielo. Comunque in tutti vi era vitalità, si volevano dire cose, sfogarsi, esternare ancestrali stati d’animo, situazioni, condizioni, costrizioni... non risolvevano niente ma erano uno sfogo.

        Un buon esempio di questo stato di cose si è avuto nel ventennio fascista e, in genere avveniva di sera, quando i cinni (i bambini) erano messi a letto, anche perché non udissero cose che non dovevano. Ma è sicuramente verosimile se non vero, anche per deduzione dalle testimonianze raccolte, che questi fatti fossero avvenuti anche nei secoli passati: la partenza di un certo Tinarelli di Santa Maria Codifiume (FE) con Garibaldi (fu uno dei suoi mille e morì vecchissimo, ci testimonia la Tude), sono un indizio, ma non il solo, di certe idee che covavano sotto la cenere e la sua partenza, per chi lo seppe, fu una sorpresa e anche meraviglia; ed è altresì verosimile, date le tensioni risorgimentali, che fosse tenuta d’occhio la propria famiglia. Pur essendo in campagna e le idee risorgimentali non si sbandieravano ai quattro venti, la famiglia di un garibaldino, certo, era sospetta. Con la sua carica di avvenimento fuori dal normale svolgersi della vita quotidiana, probabilmente in zirudælla, come partita o caso, o in altro modo raccontato; avvenuto il passaggio dei poteri dallo Stato Pontificio all’unità d’Italia, fu oggetto se non di rappresentazioni, sicuramente di discussioni e di argomentazioni nei treppi. Purtroppo a noi non è giunto niente di scritto su questo fatto, se non la notizia certa che fu un garibaldino, di cognome Tinarelli, abitava dove detto, morì vecchissimo ed era lontano parente della Tude.

 

        Un’altra specie di treppo, che incominciava ad assumere una forma di teatro concettualmente inteso, era quando in queste serate si invitava qualcuno ad intrattenere la compagnia. Per queste serate si spargeva la voce e si radunavano un buon numero di persone: fin’anche una cinquantina, una sessantina e oltre. Su questo argomento non  risulta siano stati fatti studi approfonditi, né tanto meno a livello scientifico; e questo lo dice una certa confusione esistente fra le varie fonti di infor-mazioni odiene (anche se la stragrande maggioranza delle persone, oggi, non sa più cosa siano stati i treppi), ivi compresa quella di stare in allegria in un’atmosfera  festaiola, dove la  felicità era più o meno di casa. Ma questa informazione è solo la esternazione di qualcuno (non il solo) che pute fortemente di città, e portatore di certa mentalità borghese, di condizione benestante, che crede di sapere. Il tipo valuta il prossimo con la propria unità di misura e, nell’esprimerlo, confessa la propria scarsa conoscenza dei fatti; conseguentemente, non emergono quelle privazioni e tribolazioni certo mai patite in prima persona, né nella propria famiglia, ma dai sottoposti del contado sicuramente sì. In una parola, appartenente a un mondo altro. E anche questo si connota come un ennesimo residuo di tre secoli e mezzo di governo papalino, nonché paradigma del come certo intellettualismo di maniera presentava e presenta la  Civiltà Contadina”.

        Questo tipo di treppo è stato definito, impropriamente, anche teatro di stalla, in quanto si effettuava prevalentemente nelle stalle. Su questo fatto preme sottolineare che il Teatro di stalla fu un fenomeno che non avvenne in provincia di Bologna; a tale proposito il Prof. Remo Melloni (Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi – MI –) in un proprio saggio scrive(7):

 

        Una delle forme di spettacolo in uso in Emilia fino al 1947 circa, erano le mascherate nelle stalle che in una zona compresa tra le provincie di Reggio Emilia, Parma e Modena hanno dato orgine ad una forma di spettacolo particolare, alla quale diamo il nome convenzionale di teatro di stalla. Questi spettacoli erano rappresentati durante il periodo di carnevale, e la loro preparazione occupava le lunghe velie invernali, e per la precisione dalla fine di novembre all’Epifania, dopo di che le compagnie iniziavano le rappresentazioni girando le stalle della zona toccando al massimo due o tre comuni.

 

        Sui treppi, in ambiente universitario (Prof. C. Meldolesi), è stato invitato chi scrive a fare uno studio secondo la teoria del parateatro creata da J. Grotowski. Ora, con tutto il rispetto e l’am-mirazione per Grotowski e per tutto ciò che ha dato al teatro mondiale moderno, in uno studio di questa specie, lo scrivente dovrebbe tener presente che da studioso quale Grotowski era, il suo occhio, pur vedendo e trattando di ...un Teatro povero(7 bis), probabilmente, sarebbe stato come quello di Goethe; avrebbe visto cioè quello che la propria mente conosceva e avrebbe letto i fatti secondo la propria teoria applicata alla propria scuola. Sicuramente Grotowski avrebbe potuto fare  su questi avvenimenti, uno studio approfondito e sviscerarlo nel suo intimo, incasellandolo in una propria teoria sicuramente corretta sotto l’aspetto storico, teorico, spettacolare, tecnico, scientifico; valido sicuramente per essere trattato fra studiosi ma... è dubitabile che l’unità di misura di un Grotowski potesse coincidere con quella dei protagonisti, in quanto dietro a queste attività di stalla c’era tutta una filosofia (anche se inconscia) che nasceva dal basso, da conoscenze estranee agli eruditi, dall’analfabetismo imperante, in un contesto, (allora come oggi) alla ‘C’ul-tura con la ‘C’ maiuscola.

        Inoltre manca altrettanto la sicurezza di saper interpretare il pensiero grotowskiano nel modo giusto per giungere al risultato suggerito, in modo esaustivo ed attendibile. Per di più scrivere, lo scrivente, cose anche estranee ad ambienti universitari, con l’ottica dell’accademico che di Uni-versità vive, sarebbe un cattivo affare: per la cultura in generale e per l’Università in particolare. Tutt’al più chi scrive può essere buon testimone in quanto (gli è stato più volte detto) documento egli stesso di quegli accadimenti, questo sì; ma la sua forma mentis non permette, pur conoscendo i treppi, di ragionare e di trattare l’argomento da accademico. Nell’ambiente universitàrio, è fuor di dubbio, questo studio lo si sappia fare molto meglio di quanto non lo saprebbe chi scrive; che partirebbe dalle proprie conoscenze dirette e indirette di un mondo di emarginati e dimenticati, dal quale gli eruditi erano esclusi. Il risultato non sarebbe uno studio secondo i precetti della scienti-ficità accademica ma solo uno studio (ammesso che, secondo i canoni accademici, di studio si possa parlare) e una descrizione dei fatti, visti dall’interno del proprio essere fatti, appunto. In più con impliciti tutti i limiti dello scrivente, le cui basi culturali non sono, certo, accademiche.

       Sul fatto di guardare lo stesso fatto e farne una lettura secondo la logica , o farla secondo quella , insieme allo studioso Armide Broccoli, già da tempo ci si era accorti che, inevitabilmente, i due tipi di lettura portavano a due risultati diversi e incomparabili fra loro.    I risultati raggiungevano l’una o l’altra branca del sapere, ma sempre in un’ottica di parte: accademica o vissuta. Nel contempo, ci si era pure accorti che i rappresentanti delle istituzioni, appartenendo ad una cultura egemonizzante, ne erano troppo presi per rendersi conto dell’in-compatibilità del metro accademico per misurare la “Civiltàcontadina. Di questo si è avuta indiretta conferma più tardi, nel leggere J. G. Frazer. L’istituzione parte da un approccio di stampo accademico, che in genere è astratto; l’analfabeta dal funzionale, che è strettamente materiale.

 

 

Gli  intrattenitori  dei  treppi

 

        Sempre con direzione treppi del nostro viaggio, si scoprono forme di teatro più concettual-mente strutturate, anche sotto l’aspetto formale inteso oggi e, risulta, ugualmente sconosciute anche nei quartieri alti delle istituzioni. Cominciamo dagli intrattenitori dei treppi, e prima ancora dal contesto nal quale operavano. Non più i trebbi più o meno improvvisati, che parlavano di tutto e di niente ma di altri: ve n’erano di diversi tipi, e ognuno aveva la propria peculiarità. Le due figure più note che monopolizzavano i trebbi erano il Massaro e il Narciso(8): di questi però è necessario una concione a parte. Questi uomini (data la sudditanza femminile nelle famiglie, le donne erano escluse), in genere erano buoni conversatori, col tempo avevano acquisito sicumera e carisma, quindi avevano buona presa sui presenti, conoscenza degli argomenti che trattavano, capacità di esprimerli, padronanza della situazione e un modo familiare di stare nel treppo. Insomma: era uno di loro. Se qualcuno avesse avuto un atteggiamento un po’ da saputo o da snob non sarebbero mancate le battute per farlo scendere dal pero e la propria carriera non sarebbe stata lunga; anzi non sarebbe neppure incominciata. L’intrattenitore del treppo, al di là delle proprie caratterstiche per-sonali, si confrontava su un piano di parità sugli argomenti trattati e potevano anche arricchire le proprie conoscenze (di questo ne era conscio), in quanto era luogo comune che a j é sàñmpar quæl da imparær dapartótt! oppure a j é da imparær da tótt! (c’è sempre qualcosa da imparare dapper-tutto, c’è da imparare da tutti!). Per di più erano un veicolo per portare conoscenze nuove e diverse: sul come faceva Tizio a fare un determinato lavoro; cos’era capitato a Caio per essere andato in un determinato luogo; come aveva fatto Sempronio a rapportarsi con... o a districarsi da una determi-nata situazione. Gli incontri si svolgevano su vasta scala, più o meno dappertutto ma sempre fra le categorie sociali meno abbienti. A questo riguardo il Broccoli, nell’opuscolo “ Mascarè ”(9), inizia scrivendo:

 

        Ogni località piccola o grande che sia ha una sua storia, un suo modo di vita, delle tradizioni, dei costumi, un modo di divertirsi che nasceva dal basso e viveva perché c’era partecipazione popolare, sentimento.

 

        Si precisa che il Broccoli, quando parla di località piccola o grande si riferisce al fatto che, ancora nell’ottocento, era molto scarsa la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro, se non a cavâl dal brægh (a cavallo delle brache) come si diceva. Ogni luogo era una piccola comunità... senza altresì tener conto che i contadini erano una specie di internati più o meno agli arresti domiciliari a vita (tranne che per andare alle funzioni religiose, generalmente in chiesa, e poco altro), si direbbe oggi. Poi continua:

 

        Le condizioni di miseria dei diseredati non frenavano la loro volontà di evasione; anzi bene e spesso l’evasione, proprio perché modo di esprimersi, diventava liberazione e sfogo di passioni.

 

        Qui c’è tutto il mondo di quegli abbandonati da Dio e dagli uomini, specie d’inverno e, per quei medesimi diseredati, avere per qualche volta all’anno, per qualche ora, qualcuno che venisse da fuori non era solo un’attrazione per “divertirsi” ma un momento di emancipazione, di cultura, per ascoltare novità: arrivavano notizie fresche, sia pure portate da un analfabeta come loro. Gli argomenti trattati sotto forma di intrattenimento, non andavano molto oltre il loro conosciuto, ma avevano contatti con altre persone e da queste apprendevano; anche se gli intrattenitori venivano essi pure dallo stesso mondo e informavano pur sempre di avvenimenti a loro spesso sconosciuti; sia come contenuti del loro dire, sia come informazioni che arrivavano da fuori dal loro mondo. Nel quale qualcuno poteva parlare anche un dialetto più ristretto o più largo (non solo come espressione parlata ma come di zona locale circostritta) o diverso (se le sue origini venivano da un po’ distanti). La distanza però, che doveva percorrere l’intrattenitore, per la serata, era nell’ordine di alcuni chilometri, da percorrere a piedi, al massimo in qualche ora.

        È stata raccolta qualche testimonianza particolare sul come potevano parlare in passato i contadini nelle zone considerate, verosimilmente per il loro isolamento. Un caso emblematico fu quello di Geppe Tariffa (Giuseppe Tartarini), il quale insieme al fratello furono protagonisti del colloquio che segue. Abitavano in un fondo nei pressi di borgo San Marco, in quel di San Marino di Bentivoglio, avevano un cane e il fatto ebbe questo svolgimento: un mattino presto Geppe era già intento a governare le bestie nella stalla, quando sente il cane abbaiare con rabbia e insistenza. Un bracciante, andando a lavorare, passava a piedi per la strada e, per far arrabbiare il cane, gli  tirava sassi. Geppe uscì per andare a vedere cosa stesse succedendo, constatato che qualcuno prendeva a sassate il cane, sbottò

 

-  Chi é sasacàñ lé?  Il fratello, già alla finestra di casa per l’abbaiare del cane gli risponde:

--  Chi é sasacàñ!? brîše boñ vàdar?…

-  Sé vàdar! tîre sâs róge madône! gli rispose.

 

 

In altra occasione, al fratello, un conoscente chiese:

 

-  di sóöö?!… induv æ-t qi ragazî?…

-  qi ràazî? möh!?… j éñ là dû in tære e óñ iñvàtte… j faràñ l’ôstie!

       
    
Questa risposta presa alla lettera, per un estraneo, senz’altro non ha senso; in quanto alla domanda: dove hai i ragazzi? (i giovani della famiglia) l’interpellato risponde: i ragazzi? möh!?… sono là due in terra e uno sopra... faranno l’ostia!  ma per gli autoctoni il senso era chiarissimo. Conoscevano la famiglia, l’essere due in terra e uno sopra era usualmente la pratica e la materialità del caricare i prodotti della campagna su un carro agricolo; poiché era il tempo della mietitura, il fare l’ostia (il cui senso è: faranno qualcosa!) non vi erano dubbi che stavano caricando il frumento. Questo il sunto. Detto così, in lingua vanno persi il contesto e i riferimenti linguistici del dialetto; e, soprattutto, i riferimenti contingenti al periodo di tempo nell’anno, della stagione, dei relativi lavori e attività. L’essersi capiti subito era dovuto al fatto di conoscersi fra tipi di persone, ed essere entrambe padrone della materiale conoscenza del proprio vivere e dell’idioma del comunicare. Una persona estranea a quel mondo che cosa avrebbe potuto capire di quelle locuzioni?

        Certo che con 3-4 testimonianze raccolte, di questo genere, non si può formulare una teoria, ma è un indizio sul quale riflettere. E andando agli anni d’infanzia e di gioventù di chi scrive, emerge il ricordo di qualche vecchio del quale, nel proprio modo di parlare, pareva (in quel tempo) mancasse qualcosa. Ma rimangono sempre e solo qualche ricordo e qualche testimonianza; che però, pur rimanendo tali, spiano (soprattutto per i contadini) una condizione di vita da isolati; di scarsi contatti esterni; di una conoscenza del più intimo e microscopico aspetto del proprio vivere e operare quotidiano, nelle proprie innumerevoli sfaccettature, da parte di tutta la famiglia. Per cui non erano necessarie molte parole per intendersi; quindi, del proprio lessico, usavano solo i vo-caboli necessari, trascurando la morfologia della grammatica, costruendosi un linguaggio tutto familiare che, poiché tutta la famiglia sapeva tutto di ciò che doveva fare, non c’era bisogno di molte parole... di conseguenza si costruivano linguaggio che era patrimonio espressivo e conoscitivo tutto loro.

 

 

 

         Anche questo insignificante fatto fu sicuramente patrimonio di intrattenimento, almeno dei raccontatori di partita e di casi, ma verosimilmente anche di altri intrattenitori. Ai tempi giovanili di chi scrive questo fatto era patrimonio di tutti. Come erano patrimonio di tutti le parole storpiate: vacabolæri, mocabolæri, macabolæri per vocabolæri (vocabolario); pifarî per periferî (periferia);  secomantoio per cinematografo; pulézze per polizza; mugnécche per ammoniaca…

        Il compenso per questi raccontatori (quando c’era) era poca cosa: alcune fette di polenta, una pagnotta di pane, uno zampetto di maiale, un po’ di lardo, un fiasco di latte, ecc. Si è trovata una testimonianza diretta su un intrattenitore (bracciante) che gli furono dati, come compenso, una pagnotta di pane e un fiasco di latte; lo ritenne un compenso ricco. La propria contentezza stava nel fatto che, per quel giorno aveva qualcosa di sicuro da dare da mangiare ai propri bambini. I reci-pienti (come il fiasco o oggetti o attrezzi o qualsiasi cosa) avuti in prestito per una qualsiasi ragione, venivano poi sempre restituiti: era un atto di correttezza e di rispetto per il prossimo ma anche un punto di orgoglio personale; un modo per guadagnarsi la stima della comunità in un concetto di solidarietà della vita, dove il problema di uno era il problema di tutti. Ma è anche vero che se non si fosse restituito qualcosa presa in prestito, la voce si sarebbe sparsa, e non si sarebbe più trovato qualcuno che avrebbe (a questo ipotetico chi) prestato qualcosa.

        Questi intrattenitori, finito il treppo, solitamente si fermavano a dormire la notte nella stalla, in una  posta vuota o nello stanziöl (luogo, più stretto di una  posta, sotto la botola della teggia, dove si teneva la spagna –medica– o il fieno o la misclæ(10), per governare le bestie) sistemando il mangi-me che c’era a mo’ di pagliericcio, gli veniva dato qualcosa per coprirsi, e prima di andarsene, la mattina dopo, veniva dato loro qualcosa da mangiare per la propria famiglia; a volte gli veniva offerta anche la colazione.

        Queste serate di treppi non erano troppo frequenti, si svolgevano nei periodi di carnevale, ed   è chiaro che il tutto si svolgeva sempre in dialetto... la lingua gli serviva come argomento per fare dello spirito o satira, giocanddo sul variare del significato e/o del senso delle parole. Gli intratteni-tori andavano per passione e per poter esternare un qualcosa che avevano dentro, sfogo di passioni (Broccoli), appunto... e non certo per poterci mantenere la famiglia. Pur se con la fame che regnava sovrana, anche quel poco era pur sempre una briciola di manna mandata dal cielo:

 

par chi ’l ’n ha gniñte l’ é dimóndi añch al pöch

(per chi non ha nulla è molto anche il poco),

 

era la filosofia. Questi uomini, di condizione un po’ più sveglia della media culturale (ma non per questo meno poveri) degli abitanti di quel mondo di reietti, non tornavano a casa di notte in quanto c’erano rischi, non di fare cattivi incontri per la strada, ma in quanto viaggiando a piedi attraverso    i campi e col buio, magari con la nebbia (alimentata anche dalle risaie, più o meno lontane o presenti), non vedendo fossi, cavedagne e quant’altro, i rischi erano di perdersi, e per la propria incolumità.

        Non è da credere che essere un trebbaiolo o altro intrattenitore potesse essere cosa alla portata di molti e tanto meno di tutti! Il titolo bisognava guadagnarselo sul campo. Intanto, oltre a questo desiderio di esprimersi, bisognava aver fatto esperienza nel gruppo di un massaro: non ci si improv-visava intrattenitori (di qualunque tipo), senza aver fatto la gavetta o la pagnotta, come si diceva; inoltre, verosimilmente, occorreva anche un minimo di attitudine fin dall’inizio, e non guastava un po’ di chiacchiera. Bisognava dimostrare di saper fare  quello per cui si era chiamati e avere cose da raccontare, a iosa; nonché soddisfare le numerose richieste che venivano fatte e, per quanto in campagna si fosse degli abitudinari, se non si era all’altezza della situazione non si faceva una grande carriera, anche se gli intrattenitori individuali non erano seminati molto fitti. Un numero un po’ più cospicuo (ma non molto) lo si poteva trovare nel gruppo del massaro, del quale facevano parte anche parecchi intrattenitori singoli. A un intrattenitore  non veniva perdonato niente (anche se non si sono trovate testimonianze di contestazioni: forse perché si rendevano conto prima), quindi doveva avere la capacità di tenere testa ad eventuali polemiche.

        Una cosa comune a tutti gli intrattenitori erano le rime, che non mancavano mai, qualunque fosse la propria peculiarità. Erano le zirudèlle, o il parlare in zirudèlla, o in rémme, come si diceva. Il rimare era dovuto al fatto che queste persone erano poco o affatto alfabetizzate e le rime aiutavano a memorizzare. Rime zoppe, strapazzate, come tali e più ancora come metro; anzi, il metro era sconosciuto e le stesse rime potevano essere assonanti o consonanti o nessuna delle due, ma erano un punto di riferimento fonetico per la memorizzazione, ci dicono quelle che si sono ascoltate, trovate e raccolte. Esistevano anche componimeti rispettosi della metrica e delle rime, altresì scritte in lingua: non appartenevano alle zirudèlle, erano elaborati di altro tipo. La zirudèlla ha caretteristiche che si dirà. Potevano venire dalla città o essere scritti da persone ch’ j ìñ savêvan ’d léttre (lett. che - essi - ne sapevano di lettera, persone cólte), il cui contenuto, in genere di odore benestante, era molto lontano dai saperi del contado e molto spesso eccheggiava un pensiero accademizzato, e/o di tipo baruffaldiano (v. in altra parte), contrabbandato per popolare, molto diffuso in città, in ambito borghese, ma certo non poteva confondersi con il mondo del contado, né con il suo patrimonio conoscitivo.

        Un’altra caratteristica che accomunava gli intrattenitori era il profondo rispetto per la famiglia della quale erano ospiti, e ognuno di loro, quando si presentava, eseguiva una propria ritualità, in rima, che poteva anche incominciare fuori dalla porta, se l’arždòur fosse andato ad aprirla. Quando era un gruppo che si presentava per la propria rappresentazione, l’incontro con l’arždòur (che in genere viene tradotto reggitore, ma non gli rende giustizia), dovunque avvenisse, era sempre l’inizio del contatto e il Massaro o il capogruppo iniziava la propria rima, poi si procedeva con ciò che sarebbe stato l’intrattenimento. Questa ritualità comprendeva in genere tre punti fermi: a) – prima di tutto il saluto e la manifestazione di stima al capofamiglia; poi, la richiesta formale a questi del permesso di entrare;   b) – il saluto, la manifestazione di stima e di rispetto per i presenti;  c) – le scuse per errori, inciampi nell’esprimersi, frasi non gradite... che sarebbero potuti capitare.

 

 



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